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(ap)

Referendum propositivo, chi va contro il Parlamento

Il pericolo è che, ingarbugliando il confine tra democrazia diretta e rappresentativa, si determini una rottura della Costituzione proprio nel suo punto irrinunciabile: il fondamento parlamentare
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Se il Parlamento non approva, entro 18 mesi, un'iniziativa di legge firmata da 500 mila cittadini, la proposta è sottoposta a referendum. Questo è il "referendum propositivo", in discussione alla Camera. Non è cosa da poco: è in gioco il confine tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa. Perché, come si disse all'Assemblea Costituente, in ogni referendum è presupposta una "posizione di contrasto tra il Parlamento e un determinato numero di elettori". Oggi si direbbe: tra sovranità popolare e istituzione parlamentare.

Dentro gli argini costituzionali, questo confronto può essere positivo. Quando l'obbligo a decidere, connesso all'iniziativa legislativa popolare, scuota una maggioranza parlamentare sorda o restia. Quando, malgrado i "numeri" in Assemblea, permetta all'opposizione parlamentare di cercare consenso fra gli elettori su una sua proposta. Quando, insomma, aumen…
Se il Parlamento non approva, entro 18 mesi, un'iniziativa di legge firmata da 500 mila cittadini, la proposta è sottoposta a referendum. Questo è il "referendum propositivo", in discussione alla Camera. Non è cosa da poco: è in gioco il confine tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa. Perché, come si disse all'Assemblea Costituente, in ogni referendum è presupposta una "posizione di contrasto tra il Parlamento e un determinato numero di elettori". Oggi si direbbe: tra sovranità popolare e istituzione parlamentare.

Dentro gli argini costituzionali, questo confronto può essere positivo. Quando l'obbligo a decidere, connesso all'iniziativa legislativa popolare, scuota una maggioranza parlamentare sorda o restia. Quando, malgrado i "numeri" in Assemblea, permetta all'opposizione parlamentare di cercare consenso fra gli elettori su una sua proposta. Quando, insomma, aumenti il volume della democrazia.

Il risultato diventa, invece, negativo quando iniziativa collettiva ed eventuale referendum non osservino i "limiti" che la Costituzione pone, fin dal suo primo articolo, all'esercizio della sovranità popolare.

In questo caso, di "limiti" ce ne sono due. Ogni iniziativa legislativa deve infatti rispettare i "vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali" (art. 117). Così come ogni referendum di "contrasto" non può riferirsi a iniziative di "leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e indulto, d'autorizzazione a ratificare trattati internazionali" (art. 75).

Nel testo alla Camera manca il richiamo puntuale a questi essenziali articoli (consolidati da decine di sentenze della Corte costituzionale ). Al loro posto vi è: da un lato, un generico richiamo all'intera Costituzione; e, dall'altro, un elenco di parafrasi giuridiche da interpretare e che, secondo il vento, possono dire tutto o niente. La sparizione di ogni esplicito riferimento ai vincoli europei e internazionali è l'esempio "cantatore".

In questa ambiguità, due pericoli. Il primo è che, ingarbugliando il confine tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa, si determini - con legge paradossalmente "costituzionale" - una rottura della Costituzione proprio nel suo punto irrinunciabile: il fondamento parlamentare. In pratica, le Camere, se vogliono evitare il referendum, devono accogliere la proposta così com'è. Qualsiasi modifica "non meramente formale" provocherà il referendum sul testo originario: a meno che gli stessi promotori non vi rinuncino.

Il secondo pericolo è che il "referendum propositivo" si trasformi, da strumento destinato a "limitare" la maggioranza parlamentare, a mezzo illimitato per imporre leggi demagogiche: scardinando, con la forza d'urto del numero, le difese che un esame parlamentare comunque comporta attraverso mediazioni e compromessi.

Certo, è previsto che sulle equivoche condizioni di ammissibilità decida la Corte costituzionale (dopo però che saranno state raccolte 200 mila firme). Ma affidare ai quindici giudici - nell'incertezza del diritto - quello che sarà un arbitrato politico tra due diverse dimensioni della democrazia non sembra cosa saggia. Gli aggiustamenti finora accolti dimostrano che, anche in regime populista, il confronto parlamentare è indispensabile per migliorare una proposta di legge.