✕
Il ministro dell'Interno Matteo Salvini (ansa)

Caso Diciotti, le panzane per salvare Salvini

In uno Stato di diritto le regole contano più dei voti, e il senso costituzionale non dipende dal consenso popolare
2 minuti di lettura
Il j'accuse del tribunale dei ministri nei confronti di Salvini sta funestando i nostri giorni. Reazioni, obiezioni, elucubrazioni: non se ne può più. Sicché, mentre attendiamo a mani giunte il responso della Giunta, ecco un ombrello contro le panzane. Piovono come grandine, sarà un effetto dell'inverno. E colpiscono ogni elemento di questa vicenda processuale.

Primo: il reato. Sequestro di persona, punito dall'articolo 605 del codice penale. Roba da banditi sardi, quelli che nel 1979 rapirono De André. Un delitto odioso, che nel caso di specie dovremmo moltiplicare per 177 volte, quanti erano i migranti trattenuti a bordo della nave Diciotti. Eppure a nessuno importa un fico secco del reato, tutti si scervellano sul reo. Domanda, per esempio, l'ex presidente della Camera Casini: bloccando quella nave sul molo di Catania, Salvini ha agito da privato cittadino o da ministro? Siccome la risposta giusta è la seconda, un Senato as…
Il j'accuse del tribunale dei ministri nei confronti di Salvini sta funestando i nostri giorni. Reazioni, obiezioni, elucubrazioni: non se ne può più. Sicché, mentre attendiamo a mani giunte il responso della Giunta, ecco un ombrello contro le panzane. Piovono come grandine, sarà un effetto dell'inverno. E colpiscono ogni elemento di questa vicenda processuale.

Primo: il reato. Sequestro di persona, punito dall'articolo 605 del codice penale. Roba da banditi sardi, quelli che nel 1979 rapirono De André. Un delitto odioso, che nel caso di specie dovremmo moltiplicare per 177 volte, quanti erano i migranti trattenuti a bordo della nave Diciotti. Eppure a nessuno importa un fico secco del reato, tutti si scervellano sul reo. Domanda, per esempio, l'ex presidente della Camera Casini: bloccando quella nave sul molo di Catania, Salvini ha agito da privato cittadino o da ministro? Siccome la risposta giusta è la seconda, un Senato assennato dovrà salvare Salvini. A quanto pare in Italia i ministri hanno licenza d'uccidere, come James Bond.

Secondo: la responsabilità. È dell'intero governo, ha dichiarato il presidente del Consiglio. Tutti colpevoli, nessun colpevole. Detta così, ricorda il celebre discorso alla Camera di Bettino Craxi, nel 1992, sul finanziamento illecito ai partiti. A lui non portò bene, però chissà, magari stavolta gira meglio. Nei piani alti del Palazzo devono esserne convinti, tanto da predisporsi alla mossa del cavallo: l'autodenuncia collettiva. Game over? E no, non basta confessare il furto d'un disco volante per finire alla sbarra. Inoltre un conto è la responsabilità politica, un conto quella giuridica. In materia penale quest'ultima è sempre personale, stabilisce l'articolo 27 della Costituzione; e l'articolo 95 aggiunge che i ministri sono responsabili individualmente rispetto agli atti dei propri dicasteri. Quindi la domanda è: c'è un atto del Consiglio dei ministri? C'è una delibera, un decreto, una decisione collegiale sul sequestro della Diciotti? Fin qui l'atto non risulta agli atti, e allora non rimane che il singolo misfatto.

Terzo: l'esimente. Ho agito per difendere i confini, obietta l'imputato. Obiezione all'obiezione: se è per questo, lo faceva pure Hitler (vabbè, lui aveva una concezione un po' estensiva dei confini nazionali). Aggiungono inoltre i suoi avvocati: la legge costituzionale n. 1 del 1989 consente al Parlamento di negare l'autorizzazione a procedere quando i ministri agiscano per un "preminente interesse pubblico". Giusto, ma la stessa legge evoca altresì un "interesse dello Stato costituzionalmente rilevante", ed è questo il punto decisivo. Perché le garanzie costituzionali proteggono la libertà e l'incolumità delle persone, e le proteggono anzitutto contro gli abusi dei governi, fin dall'Habeas corpus del 1215. Se dunque, per giustificare una condotta illiberale, si chiama in causa la Costituzione, quest'ultima diventa nemica di se stessa, e in conclusione si candida al suicidio.

Quarto: le immunità. Chi le tira in ballo incorre in uno strafalcione giuridico, ha dichiarato (di nuovo) il presidente Conte. E come dovremmo perciò denominare la questione? L'articolo 96 della Carta - che ne regola il perimetro - s'iscrive nel capitolo della giustizia politica, su questo non ci piove. E di per sé le immunità non sono una bestemmia, tanto che a proporle in Assemblea costituente fu Costantino Mortati, il maggiore dei costituzionalisti italiani. Tuttavia alle nostre latitudini il problema non è l'uso, bensì piuttosto l'abuso. È il veleno messo in circolo già all'epoca dei governi Berlusconi, con il lodo Schifani (2003), con il lodo Alfano (2008), con tutte le lodi intonate verso "l'unto del Signore", colui che regna in nome del popolo votante. Ma in uno Stato di diritto le regole contano più dei voti, e il senso costituzionale non dipende dal consenso popolare. Non foss'altro perché il primo rimane, mentre il secondo, presto o tardi, vola via.