Un altro presidente, arrivato a metà del suo mandato con questo bilancio, potrebbe considerarsi soddisfatto e avviato alla rielezione. Tre giorni prima del discorso sullo Stato dell'Unione, l'economia americana ha regalato a Donald Trump un dato eccellente sull'aumento dell'occupazione: 300.000 posti aggiuntivi in un solo mese; a coronamento di uno dei periodi di crescita più lunghi della storia. Si sfiora il pieno impiego e tuttavia l'inflazione rimane contenuta. La Cina sotto pressione per la minaccia dei dazi sta promettendo concessioni che - almeno sulla carta - appaiono sostanziali.
L'elenco dei successi prosegue sul fronte strategico. Trump sta mantenendo la promessa di America First: basta con le ingerenze nei conflitti altrui, è ora di rinunciare a fare il gendarme del mondo, i soldati devono tornare a casa, le priorità sono domestiche. La presenza militare in Siria si avvia alla conclusione e l'Isis è solta…
L'elenco dei successi prosegue sul fronte strategico. Trump sta mantenendo la promessa di America First: basta con le ingerenze nei conflitti altrui, è ora di rinunciare a fare il gendarme del mondo, i soldati devono tornare a casa, le priorità sono domestiche. La presenza militare in Siria si avvia alla conclusione e l'Isis è solta…
Un altro presidente, arrivato a metà del suo mandato con questo bilancio, potrebbe considerarsi soddisfatto e avviato alla rielezione. Tre giorni prima del discorso sullo Stato dell'Unione, l'economia americana ha regalato a Donald Trump un dato eccellente sull'aumento dell'occupazione: 300.000 posti aggiuntivi in un solo mese; a coronamento di uno dei periodi di crescita più lunghi della storia. Si sfiora il pieno impiego e tuttavia l'inflazione rimane contenuta. La Cina sotto pressione per la minaccia dei dazi sta promettendo concessioni che - almeno sulla carta - appaiono sostanziali.
L'elenco dei successi prosegue sul fronte strategico. Trump sta mantenendo la promessa di America First: basta con le ingerenze nei conflitti altrui, è ora di rinunciare a fare il gendarme del mondo, i soldati devono tornare a casa, le priorità sono domestiche. La presenza militare in Siria si avvia alla conclusione e l'Isis è soltanto l'ombra di quella minaccia tremenda che rappresentò pochi anni fa. Smentendo i profeti di sventure, il ridimensionamento dell'Isis in Siria non ha esportato nuovi terroristi; gli attentati jihadisti in Occidente da qualche tempo sono cessati.
Trump si avvia a concludere anche la più lunga di tutte le guerre americane, l'Afghanistan, se solo i talebani s'impegnano a non proteggere più terroristi che tramano contro l'Occidente. Infine, tacciono i test nucleari e missilistici della Corea del Nord; fosse pure una tregua provvisoria, è meglio di quel che accadeva prima. A Barack Obama fu assegnato un Nobel della pace per molto meno. E si potrebbe aggiungere che la linea dura adottata da Trump contro Maduro e a favore di Guaidó, lungi dall'isolare un'amministrazione Usa "imperialista e prepotente", ha spinto gli europei a fare quadrato (con l'assurda eccezione dell'Italia) per aiutare il Venezuela a uscire dall'incubo atroce degli ultimi anni.
I dati sono questi, all'indomani di uno Stato dell'Unione che chiude la prima metà del mandato presidenziale, e apre la campagna elettorale per il 2020. Il primo biennio della presidenza Trump non ha scatenato l'Apocalisse, la terza guerra mondiale è rinviata, la Grande Depressione pure. Qualsiasi governante europeo che potesse esibire dati economici come quelli americani, volerebbe alto nei sondaggi. Trump no, i suoi consensi restano inferiori alla metà della popolazione americana. È il prezzo che paga per aver scelto un profilo "divisivo", lacerante.
Questo presidente non è mai uscito dal perimetro elettorale che ne consentì una vittoria improbabile: con tre milioni di voti in meno della sua rivale, e una serie di esigue ma cruciali maggioranze in alcuni Stati-chiave della vecchia America industriale. Trump non ci ha neppure provato, a sfondare nel campo avverso, ad allargare la sua base di consenso. Tipico è il suo incaponirsi sul Muro al confine col Messico, che lui stesso ha trasformato in un simbolo di una linea dura sull'immigrazione, sorvolando sul fatto che un Muro esiste già, iniziato da Bill Clinton e poi esteso fino a 1.000 km da George Bush con l'acquiescenza dei democratici. È stata una scelta di Trump non cercare mediazioni.
È la scelta di chi vuole ripetere nel novembre 2020 il miracolo del 2016, vuole ri-vincere lo stesso Jackpot alla lotteria delle circoscrizioni, rimettendo insieme quel mosaico di consensi minoritari ma decisivi.
C'è un altro bilancio della presidenza Trump che conta molto per noi, pochissimo per i suoi elettori. Pur collezionando alcuni successi all'estero, Trump con il suo disprezzo verso l'Europa e la sua simpatia verso gli autocrati ha indebolito un'idea di Occidente fatta di valori comuni. Le sue rampogne ai vecchi alleati qualche volta sono fondate, ma non sono pronunciate in spirito costruttivo, non c'è un'idea alternativa che lui opponga all'avanzata delle democrature illiberali.
Ventuno mesi sono tanti, da qui al novembre 2020 gli imprevisti ci saranno. La coabitazione con una maggioranza democratica alla Camera può intaccare l'immagine decisionista del presidente, o logorare l'opposizione. L'economia può incappare in venti contrari. Trump è pronto ad una guerra di posizione: punta su quell'America "di mezzo" che gli è bastata una volta.
L'elenco dei successi prosegue sul fronte strategico. Trump sta mantenendo la promessa di America First: basta con le ingerenze nei conflitti altrui, è ora di rinunciare a fare il gendarme del mondo, i soldati devono tornare a casa, le priorità sono domestiche. La presenza militare in Siria si avvia alla conclusione e l'Isis è soltanto l'ombra di quella minaccia tremenda che rappresentò pochi anni fa. Smentendo i profeti di sventure, il ridimensionamento dell'Isis in Siria non ha esportato nuovi terroristi; gli attentati jihadisti in Occidente da qualche tempo sono cessati.
Trump si avvia a concludere anche la più lunga di tutte le guerre americane, l'Afghanistan, se solo i talebani s'impegnano a non proteggere più terroristi che tramano contro l'Occidente. Infine, tacciono i test nucleari e missilistici della Corea del Nord; fosse pure una tregua provvisoria, è meglio di quel che accadeva prima. A Barack Obama fu assegnato un Nobel della pace per molto meno. E si potrebbe aggiungere che la linea dura adottata da Trump contro Maduro e a favore di Guaidó, lungi dall'isolare un'amministrazione Usa "imperialista e prepotente", ha spinto gli europei a fare quadrato (con l'assurda eccezione dell'Italia) per aiutare il Venezuela a uscire dall'incubo atroce degli ultimi anni.
I dati sono questi, all'indomani di uno Stato dell'Unione che chiude la prima metà del mandato presidenziale, e apre la campagna elettorale per il 2020. Il primo biennio della presidenza Trump non ha scatenato l'Apocalisse, la terza guerra mondiale è rinviata, la Grande Depressione pure. Qualsiasi governante europeo che potesse esibire dati economici come quelli americani, volerebbe alto nei sondaggi. Trump no, i suoi consensi restano inferiori alla metà della popolazione americana. È il prezzo che paga per aver scelto un profilo "divisivo", lacerante.
Questo presidente non è mai uscito dal perimetro elettorale che ne consentì una vittoria improbabile: con tre milioni di voti in meno della sua rivale, e una serie di esigue ma cruciali maggioranze in alcuni Stati-chiave della vecchia America industriale. Trump non ci ha neppure provato, a sfondare nel campo avverso, ad allargare la sua base di consenso. Tipico è il suo incaponirsi sul Muro al confine col Messico, che lui stesso ha trasformato in un simbolo di una linea dura sull'immigrazione, sorvolando sul fatto che un Muro esiste già, iniziato da Bill Clinton e poi esteso fino a 1.000 km da George Bush con l'acquiescenza dei democratici. È stata una scelta di Trump non cercare mediazioni.
È la scelta di chi vuole ripetere nel novembre 2020 il miracolo del 2016, vuole ri-vincere lo stesso Jackpot alla lotteria delle circoscrizioni, rimettendo insieme quel mosaico di consensi minoritari ma decisivi.
C'è un altro bilancio della presidenza Trump che conta molto per noi, pochissimo per i suoi elettori. Pur collezionando alcuni successi all'estero, Trump con il suo disprezzo verso l'Europa e la sua simpatia verso gli autocrati ha indebolito un'idea di Occidente fatta di valori comuni. Le sue rampogne ai vecchi alleati qualche volta sono fondate, ma non sono pronunciate in spirito costruttivo, non c'è un'idea alternativa che lui opponga all'avanzata delle democrature illiberali.
Ventuno mesi sono tanti, da qui al novembre 2020 gli imprevisti ci saranno. La coabitazione con una maggioranza democratica alla Camera può intaccare l'immagine decisionista del presidente, o logorare l'opposizione. L'economia può incappare in venti contrari. Trump è pronto ad una guerra di posizione: punta su quell'America "di mezzo" che gli è bastata una volta.