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Thomas Bernhard in un'illustrazione di Antonello Silverini 

Thomas Bernhard trent'anni dopo, dall'Austria con furore

L'irascibile autore di Il soccombente morì nel 1989. Nel suo Paese, mai amato, resta una casa gelida. E un fratello che ricorda un rapporto "piuttosto difficile". Reportage
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GMUNDEN (Austria). "Cosa direbbe Thomas Bernhard dell'Austria di oggi? Direbbe che lui aveva già previsto tutto. Predetto, tutto". Un sorriso, naturalmente amaro, Doktor Peter se lo lascia sfuggire su questa frase. Fratello, o fratellastro (madre in comune), di Thomas Bernhard, Peter Fabjan mi aspetta in un caffè sulla Rathausplatz di Gmunden, Alta Austria, spalle al lago Traunsee. Paesaggio da favola nordica, sguardo severo del medico che gestisce l'eredità del più intemperante e solitario scrittore austriaco del secondo Novecento. Anti-austriaco, direbbe chi insiste sui rapporti complicati di Bernhard con il suo Paese. Ma Peter rovescia la questione, e con sottile ironia dice che semmai sono stati gli austriaci a essere anti-Bernhard.

Alla notizia della morte, trent'anni fa, il 12 febbraio del 1989, arrivò una pioggia di telegrammi da mezzo mondo (per capirci, da Parigi, firmato Mitterrand, come da Pechino o da Lima), mentre …
GMUNDEN (Austria). "Cosa direbbe Thomas Bernhard dell'Austria di oggi? Direbbe che lui aveva già previsto tutto. Predetto, tutto". Un sorriso, naturalmente amaro, Doktor Peter se lo lascia sfuggire su questa frase. Fratello, o fratellastro (madre in comune), di Thomas Bernhard, Peter Fabjan mi aspetta in un caffè sulla Rathausplatz di Gmunden, Alta Austria, spalle al lago Traunsee. Paesaggio da favola nordica, sguardo severo del medico che gestisce l'eredità del più intemperante e solitario scrittore austriaco del secondo Novecento. Anti-austriaco, direbbe chi insiste sui rapporti complicati di Bernhard con il suo Paese. Ma Peter rovescia la questione, e con sottile ironia dice che semmai sono stati gli austriaci a essere anti-Bernhard.

Alla notizia della morte, trent'anni fa, il 12 febbraio del 1989, arrivò una pioggia di telegrammi da mezzo mondo (per capirci, da Parigi, firmato Mitterrand, come da Pechino o da Lima), mentre qualcuno da Vienna si mostrò piuttosto stupito da tanto cordoglio internazionale. Detto questo, lui amava i suoi luoghi? "Diceva che Gmunden è il posto più bello del mondo". Qui non so se fa sul serio o no, e se Bernhard dicesse sul serio o no, ma Gmunden mezza innevata ha il suo fascino. Passa una ragazza coi capelli viola davanti a una scritta cubitale: "Credere in Cristo". La cattolicissima Austria c'è ancora? Il laico Bernhard non amava questa caratteristica - e non ha fatto altro che grattare sotto la scorza rassicurante di felicità e bellezza, "infida facciata": "L'ipocrisia è il suo fondamento, e la piattezza la sua passione più grande" scrive di Salisburgo nelle prime pagine della cupissima e ipnotica Autobiografia.

Che cosa direbbe oggi del premier giovane Sebastian Kurz, che qualcuno qua chiama der Schweigekanzler, "il cancelliere silenzioso", e del ministro degli Interni Kickl, che spinge sulla linea di destra-destra, annunciando di voler mettere mano alla Convenzione dei diritti umani, eccetera? Mezzo secolo fa Bernhard parlava dell'Austria come di "un insieme di muri", diceva di non avere mai smesso di percepirla così. Azzardo la domanda stupida. Silenzio. Risponde con una risata, forse per rompere l'imbarazzo, la simpaticissima moglie del doktor Peter, e rilancia, direttamente in italiano: "Come Salvini! Come Salvini!".

Meglio tornare alla letteratura, alla fortuna postuma (e ingombrante) di uno scrittore difficile. Aggettivo che torna più volte nella conversazione (com'era il vostro rapporto?, chiedo a Peter. "Difficile" risponde). Le traduzioni non si contano, arrivano da ogni angolo del Pianeta; nella casa dove visse Bernhard, località Ohlsdorf, a nemmeno venti chilometri da Gmunden, mette piede un migliaio di turisti all'anno. Nei mesi freddi è quasi sempre chiusa, e Peter mi avverte, prima di accompagnarmi e aprirla apposta: "È una scatola di ghiaccio". Sembra una metafora perfetta per l'autore di romanzi come Gelo e Il freddo, ma qui l'espressione va presa alla lettera. I piedi si ghiacciano all'istante, il termometro segna zero gradi nelle trenta stanze di questo casale contadino sperso sulle alture del Traunviertel ("strada no nome", si allarma il navigatore).

Dimora spartana, quasi asettica, se non fosse per le icone appese alle pareti: gente che gli stava a cuore, qua i genitori di Mozart, là la sorella di Luigi XIV, la faccia di Voltaire pende proprio sopra al televisore. Molte le camere per gli ospiti, ma - mi segnala il dottore -   "mio fratello non amava ricevere visite". E fa un ghigno divertito tirando giù da un armadio un fucile da caccia: "Con questo si sentiva al sicuro, ma non sapeva come si spara, e per di più odiava la caccia". È la stessa camera in cui una scarpiera a parete custodisce le sue leggendarie e ripetitive paia di scarpe curatissime ("una passione inverosimile" la definì il suo amico Hennetmair). La moglie di Peter, visto il gelo, offre sollecita del tè bollente corretto alla grappa - "ma Thomas non era un bevitore, come qualcuno ha scritto, e non fumava" (una mensola dell'armadio, tuttavia, straripa di tabacco).

C'è un distacco rispettoso nelle parole del fratello, che di tanto in tanto pare sciogliersi, di fronte a una vita - quella di Thomas - così lontana dalla sua. Il medico da un lato; l'artista dall'altro. Un artista che sentiva irriducibile la propria diversità: "Solo scrivendo riusciva a non farsene schiacciare. La sua malattia era la distanza. La distanza dal mondo. La distanza fisica che metteva fra sé e gli altri". Peter la riconduce al trauma di una famiglia spezzata. Ma non lo dice come lo direbbe un critico letterario o uno psicanalista, lo dice appunto come un fratello: "La morte della madre - Thomas porta il suo cognome  - e la morte del nonno, l'uomo che gli ha insegnato a scrivere, sono state due ferite mai rimarginate". Ma non solo quelle: passò un paio d'anni, tra il '41 e il '42, in un istituto nazista per ragazzi difficili a Saalfeld, in Turingia. Sul rapporto con le donne diceva poco Thomas e dice poco Peter, si limita a evocare molte presenze femminili, e su tutte, quella che chiamava "zia" - Edwige Hofbauer Stavianicek, di trentasette anni più vecchia - che "gli insegnò la disciplina e a stare in società". Il minimo indispensabile.

Bernhard, coi confidenti, si riferiva spesso alla schiera dei suoi nemici: invecchio e non ho nessuno, diceva, rimarrà solo la zia. E invece la zia se ne andò cinque anni prima di lui. Il cui fantasma, se è in queste stanze interminabili, aperte l'una nell'altra, non pare così pressante: le camicie ordinate nei cassetti, le giacche negli armadi, in scala di grigi, i pantaloni da contadino, di cuoio di cervo, i cappelli - come se si fosse allontanato per un'ora, e potesse tornare dopo una delle sue lunghe passeggiate, o forse no. Perché sulla casa di Ohlsdorf aveva investito anche e soprattutto emotivamente, ma in fondo ci passava poco tempo, ospite intermittente di sé stesso.

Peter dice che questo "regalo di mio fratello" è anche una catastrofe. E sorride di nuovo, un lampo. C'è una sala da pranzo in cui nessuno ha mai pranzato. Una cucina in cui nessuno ha mai cucinato. Il progetto di ristrutturazione del casale somiglia a quella che, nel romanzo Correzione, diventa per il protagonista l'ossessiva ricerca di un luogo in cui essere al riparo. Da cosa? Bisogna "avere la forza e il coraggio e la durezza, anche contro sé stessi, di lasciarsi alle spalle tutte queste persone e queste menti ridicole, inutili, ottuse, e inspirare, espirare tutto ciò che abbiamo lasciato indietro, e inspirare qualcosa di nuovo". "Trovare in sé stessi conforto e chiarezza": così scrive in Correzione, furiosamente insofferente per i "crimini verbali" altrui, per tutte le "conversazioni indicibilmente stupide". E tuttavia, sa di doversi correggere, di dover correggere ciò che ha appena scritto, di dover correggere sé stesso, ancora e ancora.

Misantropo? Nichilista? Aggettivi imprecisi, che Bernhard troverebbe come minimo stonati, indicibilmente stupidi. I suoi personaggi - geometri delle tenebre e del caos, soccombenti, lottatori contro la vacuità - escono da sé stessi non arresi, né depotenziati, ma "pienamente consapevoli della propria esistenza", come spiega Micaela Latini in La pagina bianca (Mimesis), "in un processo che è al tempo stesso commedia e tragedia".

E d'altra parte, c'è una tale quantità di vita in ogni sua pagina! Dettagli che il fiume del pensiero e della prosa trascina e rende visibili, tangibili: fa freddo, e si sta male, ma si può correre ogni giorno "giù per la Rudolf-Biebl-Strasse fino al quartiere di Scherzhauserfeld come se fosse in gioco la stessa vita". Gettare sulle cose, anche le piccole e le piccolissime, uno sguardo che prima di tutto le ordina, e poi le fa palpitare quasi che respirassero. Un po' come sembra che facciano le cartoline esposte in una vetrinetta della gelida casa di Ohlsdorf. Una ha il colore azzurro vivido del cielo d'Egitto e il muso della Grande Sfinge di Giza. Dice Peter che il fratello se le spediva da solo quando era in viaggio. Dietro scriveva: "Stai tranquillo Thomas, tutto bene".

Sul Venerdì dell'8 febbraio 2019