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Ultime fasi di demolizione dell'impalcato tra la pila 8 e 7 del moncone ovest del ponte Morandi, nella foto il posizionamento della putrella di destra quasi ultimato (agf)

Il ponte che scompare dallo skyline di Genova

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A quasi sei mesi dal crollo partita la demolizione. Conte: il mondo ci ammirerà. I parenti delle vittime: basta passerelle
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GENOVA - Lassù, a quasi 50 metri dal suolo, piccole nuvole di polvere si alzano nella brezza quando la macchina perforatrice buca il calcestruzzo dell’impalcato. Il disco diamantato fa cadere una pioggia di scintille mentre taglia i due “denti” spessi 150 centimetri e larghi 18 metri su cui poggia la trave che collega le pile 7 e 8, le prime a Ovest del crollo. Sono gli unici effetti speciali che il viadotto condannato a morte concede alle telecamere. Però si comincia a demolire sul serio.
I tecnici l’avevano detto: ci vogliono due giorni, l’8 e il 9 febbraio, per mettere a terra il primo pezzo del Morandi, e in settimana il vento forte ha reso tutto più difficile. Solo in piena notte il “tampone 8”, un tratto di piano stradale lungo 36 metri e pesante 800 tonnellate, ha cominciato la sua lenta discesa appeso ai cavi degli "strand jack", quattro martinetti idraulici fissati sopra il viadotto. La discesa è …
GENOVA - Lassù, a quasi 50 metri dal suolo, piccole nuvole di polvere si alzano nella brezza quando la macchina perforatrice buca il calcestruzzo dell’impalcato. Il disco diamantato fa cadere una pioggia di scintille mentre taglia i due “denti” spessi 150 centimetri e larghi 18 metri su cui poggia la trave che collega le pile 7 e 8, le prime a Ovest del crollo. Sono gli unici effetti speciali che il viadotto condannato a morte concede alle telecamere. Però si comincia a demolire sul serio.
I tecnici l’avevano detto: ci vogliono due giorni, l’8 e il 9 febbraio, per mettere a terra il primo pezzo del Morandi, e in settimana il vento forte ha reso tutto più difficile. Solo in piena notte il “tampone 8”, un tratto di piano stradale lungo 36 metri e pesante 800 tonnellate, ha cominciato la sua lenta discesa appeso ai cavi degli "strand jack", quattro martinetti idraulici fissati sopra il viadotto. La discesa è impercettibile: sette metri l’ora. Oggi, a quasi sei mesi dal crollo del 14 agosto, l’inizio della demolizione del Morandi dovrebbe essere visibile a tutti.

Le polemiche

«Una tragedia trasformata in spettacolo», dice lo striscione apparso ieri sul ponte di Cornigliano, a Sud delle rovine. La “S” e la “E” di “spettacolo” sono scritte come i simboli del dollaro e dell’euro. Genova è stanca di passerelle e di inaugurazioni. Non bastano le parole del premier Giuseppe Conte, venuto a celebrare l’inizio di una demolizione che in realtà va avanti dal 15 dicembre per finire il 26 luglio 2019, come si legge su un cartello all’ingresso del cantiere: «Dobbiamo dimostrare la nostra forza ed energia al mondo». Non scaldano le iperboli del ministro alle Infrastrutture Danilo Toninelli: «Il nuovo viadotto sarà metafora del rilancio di tutta la nazione che ora si rispecchia nella voglia di riscatto di Genova».

È la terza cerimonia in due mesi e questo fa infuriare Mario Fico, legale dei familiari di Gennaro Sarnataro, il camionista originario di Napoli morto nel crollo del viadotto. «Qui assistiamo a un rinvio della vera giustizia. I tempi saranno molto lunghi e si dimentica sempre il dolore delle famiglie di chi non c’è più». Residenti e imprese aspettano ancora la proroga di un anno della sospensione dei tributi che doveva essere inserita nella legge di bilancio. E ci sono ancora troppi ostacoli sulla strada del nuovo viadotto, che il sindaco-commissario Marco Bucci ha promesso di aprire alle auto il 15 aprile 2020.

La lunga marcia verso la normalità

Però oggi Genova si sveglierà con la sensazione che un nuovo giorno sia davvero cominciato nella lunga marcia verso la normalità. All’Ovest qualcosa di nuovo: cambia l’orizzonte spettrale immortalato dalle televisioni di tutto il mondo. Il pilone a “V” che si protende nel nulla sopra il torrente, tutto fasciato in una cintura di rinforzo, sarà alleggerito anche della campata verso l’aeroporto e presto verrà abbattuto con le microcariche. Da lunedì Ansaldo Energia riaprirà la “navata” della fabbrica all’ombra del Morandi, finora tagliata in due dalla rete della zona rossa. Una turbina rimasta intrappolata nell’area off limits potrà essere spedita e gli operai non dovranno più salire sulle navette per raggiungere la mensa un chilometro più a Nord.
Ci sono voluti quattro anni per costruire il Morandi e pochi secondi per vederlo crollare. Serviranno sette mesi in tutto per demolirlo e smaltire le macerie. Una moviola lentissima farà scorrere all’indietro il filmato di una valle che da almeno un secolo e mezzo segna le sorti di Genova e del Nord Ovest italiano. Nei prossimi mesi vedremo i piloni sul lato verso Savona privi di campate come quando furono costruiti a partire dal 1963. A quel tempo all’ombra del futuro viadotto c’erano molte più fabbriche di oggi e gli argini del torrente erano più arretrati, perché mancavano le strade a scorrimento veloce sulle sue sponde. Se lo ricorda bene Franco Ravera, classe 1957, che in questi mesi ha rappresentato gli sfollati di via Porro: «La nostra strada era proprietà delle ferrovie, mio padre era un macchinista che riscattò la casa quando il ponte la scavalcò. Per il falò della festa di San Giovanni andavamo a raccogliere cassette e pezzi di legno nel greto del torrente in secca».
Anche Renzo Piano ricorda Certosa, il quartiere di suo padre, come un innesto di innovazione industriale complessa e caotica su una valle che conservava nonostante tutto una bellezza sui generis e qualche oasi di natura selvaggia, come una specie di minuscola Camargue. Qui è cominciato lo sviluppo industriale italiano, quando il tempo urbano era scandito dalle sirene dell’Ansaldo e dell’acciaieria di Campi. Qui è divampata la crisi degli anni ’80, e da qui i cortei di protesta muovevano verso il centro cittadino.

Un nuovo capitolo

I cantieri della demolizione e della ricostruzione, che da aprile a luglio dovranno convivere in uno spazio fragile e già abbastanza congestionato, potrebbero aprire un nuovo capitolo nella storia del Polcevera, “topos” simbolo di Genova, che per qualcuno significa “fiume portatore di trote” e per altri “fiume degli inferi”. Sul ponte di Cornigliano, da cui i cittadini in queste ore seguono la demolizione del Morandi, nel 1800 venne firmato l’armistizio che mise fine al tragico assedio austriaco, piemontese e inglese alla città. Ora c’è un altro assedio da rompere, un altro futuro da conquistare.


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