Povera patria fra gilet gialli e mutande verdi
Massimo Giannini , di MASSIMO GIANNINIAspettiamo le elezioni e intanto entriamo in recessione. Nel frattempo Salvini prima di chiudere il forno coi pentastellati e riaprirlo col Cavaliere vuole fare il pieno di voti nei serbatoi del rancore italiano
Facciamo due conti. A chi conviene la tragicomica dichiarazione di guerra alla Francia pronunciata con virile e italica fermezza dall'Armata Brancaleone Sovranista? Da dieci giorni siamo entrati ufficialmente in recessione, nonostante il premier Conte-Candide di Voltaire giuri che "il 2019 sarà bellissimo". Da ieri sappiamo che la produzione industriale è crollata ai livelli del 2012, la Borsa è scivolata ai valori di un mese fa e lo spread è tornato ai picchi dell'autunno nero. Quale occasione migliore per fuggire Oltralpe a cercare un bottino di guai, nella patetica illusione di lucrare in Patria una manciata di voti alle regionali d'Abruzzo e Sardegna?
L'export italiano in Francia vale 41 miliardi. Con la Francia abbiamo in pista affari giganteschi.
Alitalia-Air France è già carta straccia. Tav, Fincantieri-Stx e Tim-Vivendi sono a rischio. Tra i due Stati in conflitto, è facile indovinare chi c…
L'export italiano in Francia vale 41 miliardi. Con la Francia abbiamo in pista affari giganteschi.
Alitalia-Air France è già carta straccia. Tav, Fincantieri-Stx e Tim-Vivendi sono a rischio. Tra i due Stati in conflitto, è facile indovinare chi c…
Facciamo due conti. A chi conviene la tragicomica dichiarazione di guerra alla Francia pronunciata con virile e italica fermezza dall'Armata Brancaleone Sovranista? Da dieci giorni siamo entrati ufficialmente in recessione, nonostante il premier Conte-Candide di Voltaire giuri che "il 2019 sarà bellissimo". Da ieri sappiamo che la produzione industriale è crollata ai livelli del 2012, la Borsa è scivolata ai valori di un mese fa e lo spread è tornato ai picchi dell'autunno nero. Quale occasione migliore per fuggire Oltralpe a cercare un bottino di guai, nella patetica illusione di lucrare in Patria una manciata di voti alle regionali d'Abruzzo e Sardegna?
L'export italiano in Francia vale 41 miliardi. Con la Francia abbiamo in pista affari giganteschi.
Alitalia-Air France è già carta straccia. Tav, Fincantieri-Stx e Tim-Vivendi sono a rischio. Tra i due Stati in conflitto, è facile indovinare chi ci rimette di più in termini di interesse nazionale. Berlusconi, "addolorato" per la rupture ma sempre attento al business, ha già fatto i calcoli: "Ho perso 100 milioni in un giorno". Di sicuro non morirà di fame. È l'Italia, purtroppo, che si può fare molto male.
Non è più questione di guerra delle parole: Macron che parla di "lebbra populista", Salvini che risponde "Francia vomitevole". Stavolta c'è un "atto politico" preciso, che ha trasformato la solita schermaglia mediatica in un'inaudita battaglia diplomatica. Di Maio che insegue i gilet gialli fino a Parigi valica un Rubicone dal quale non si torna indietro senza danni. Incontra un sedicente "leader" che inneggia alla guerra civile, lo invita a "non mollare", gli mette a disposizione la piattaforma Rousseau per supportare l'assedio all'Eliseo. Un'invasione di campo mai vista. Con il paradosso che a compierla è il governo oggi più geloso dei confini nazionali nella Ue, dopo quello di Orbán e i suoi fratelli.
Dilettantismo, avventurismo, velleitarismo. Solo questa imbarazzante miscela di "ismi" poteva produrre tanto disastro. Solo la furbizia levantina dell'avvocato Conte poteva illudersi di chiudere l'incidente precisando che Di Maio era in missione da "capo del movimento e non da vicepremier", come se cambiare una divisa faccia cambiare una politica: questo può spacciarlo Salvini, che incarna la peggior destra al cubo sia con la felpa del Milan sia con la giubba della Polizia. E solo l'imperizia pistina di Di Maio può produrre la grottesca lettera riparatoria a Le Monde, dove a babbo ormai morto si rinnova la fedeltà al "Paese amico" e nel goffo tentativo di ricucire si confeziona la perla storiografica su una presunta "tradizione democratica millenaria" della Francia.
La grancassa sciovinista, a questo punto, impone che si parli della Francia, della sua logora e pretenziosa grandeur, della sua crisi sociale profonda, della sua pervicace ma vacua "volontà di potenza" industriale. Che si riconosca che Macron non è affatto il Grande Statista che sembrava all'incoronazione, quando l'Inno alla Gioia faceva da sottofondo alla sua narrazione jupiterienne (così la chiamavano i francesi in luna di miele con En Marche).
Che lo si racconti per quello che è diventato: un Piccolo Uomo, che vaga solo, senza idee e senza consensi, al buio anche lui in questa lunga notte europea.
È tutto vero. E sarebbe sbagliato non denunciarlo, lasciando agli arruffa-popolo pentaleghisti il monopolio della critica all'Europa irredenta e ai governi cugini, tutti in campagna elettorale esattamente come il nostro. Ma detto questo, solo un cieco non vede quanto sia corto l'orizzonte dei gialloverdi, immersi nel presentismo permanente. Privati di una rotta in politica estera, dove affondano nel mare dell'indifferenza i richiami di Mattarella e Moavero. Svuotati da una missione in politica economica, dove i festeggiamenti per il reddito di cittadinanza e quota 100 sembrano aver esaurito "l'oggetto sociale" del contratto di governo.
Resta quella che Dahrendorf chiamava "la politica della situazione". Resta Di Maio che prima di vendere l'anima al diavolo sull'autorizzazione a procedere per la nave Diciotti insegue un casseur per i Campi Elisi, convinto di marcare Salvini e rifarsi una verginità davanti ai nostalgici del Vaffa. Resta Salvini che prima di chiudere il forno coi pentastellati e riaprirlo col Cavaliere vuole fare il pieno di voti nei serbatoi del rancore italiano. E resta un Paese Spaesato, che aspetta le elezioni e intanto decresce infelice. Sognavamo i gilet gialli, finiremo in mutande verdi.
L'export italiano in Francia vale 41 miliardi. Con la Francia abbiamo in pista affari giganteschi.
Alitalia-Air France è già carta straccia. Tav, Fincantieri-Stx e Tim-Vivendi sono a rischio. Tra i due Stati in conflitto, è facile indovinare chi ci rimette di più in termini di interesse nazionale. Berlusconi, "addolorato" per la rupture ma sempre attento al business, ha già fatto i calcoli: "Ho perso 100 milioni in un giorno". Di sicuro non morirà di fame. È l'Italia, purtroppo, che si può fare molto male.
Non è più questione di guerra delle parole: Macron che parla di "lebbra populista", Salvini che risponde "Francia vomitevole". Stavolta c'è un "atto politico" preciso, che ha trasformato la solita schermaglia mediatica in un'inaudita battaglia diplomatica. Di Maio che insegue i gilet gialli fino a Parigi valica un Rubicone dal quale non si torna indietro senza danni. Incontra un sedicente "leader" che inneggia alla guerra civile, lo invita a "non mollare", gli mette a disposizione la piattaforma Rousseau per supportare l'assedio all'Eliseo. Un'invasione di campo mai vista. Con il paradosso che a compierla è il governo oggi più geloso dei confini nazionali nella Ue, dopo quello di Orbán e i suoi fratelli.
Dilettantismo, avventurismo, velleitarismo. Solo questa imbarazzante miscela di "ismi" poteva produrre tanto disastro. Solo la furbizia levantina dell'avvocato Conte poteva illudersi di chiudere l'incidente precisando che Di Maio era in missione da "capo del movimento e non da vicepremier", come se cambiare una divisa faccia cambiare una politica: questo può spacciarlo Salvini, che incarna la peggior destra al cubo sia con la felpa del Milan sia con la giubba della Polizia. E solo l'imperizia pistina di Di Maio può produrre la grottesca lettera riparatoria a Le Monde, dove a babbo ormai morto si rinnova la fedeltà al "Paese amico" e nel goffo tentativo di ricucire si confeziona la perla storiografica su una presunta "tradizione democratica millenaria" della Francia.
La grancassa sciovinista, a questo punto, impone che si parli della Francia, della sua logora e pretenziosa grandeur, della sua crisi sociale profonda, della sua pervicace ma vacua "volontà di potenza" industriale. Che si riconosca che Macron non è affatto il Grande Statista che sembrava all'incoronazione, quando l'Inno alla Gioia faceva da sottofondo alla sua narrazione jupiterienne (così la chiamavano i francesi in luna di miele con En Marche).
Che lo si racconti per quello che è diventato: un Piccolo Uomo, che vaga solo, senza idee e senza consensi, al buio anche lui in questa lunga notte europea.
È tutto vero. E sarebbe sbagliato non denunciarlo, lasciando agli arruffa-popolo pentaleghisti il monopolio della critica all'Europa irredenta e ai governi cugini, tutti in campagna elettorale esattamente come il nostro. Ma detto questo, solo un cieco non vede quanto sia corto l'orizzonte dei gialloverdi, immersi nel presentismo permanente. Privati di una rotta in politica estera, dove affondano nel mare dell'indifferenza i richiami di Mattarella e Moavero. Svuotati da una missione in politica economica, dove i festeggiamenti per il reddito di cittadinanza e quota 100 sembrano aver esaurito "l'oggetto sociale" del contratto di governo.
Resta quella che Dahrendorf chiamava "la politica della situazione". Resta Di Maio che prima di vendere l'anima al diavolo sull'autorizzazione a procedere per la nave Diciotti insegue un casseur per i Campi Elisi, convinto di marcare Salvini e rifarsi una verginità davanti ai nostalgici del Vaffa. Resta Salvini che prima di chiudere il forno coi pentastellati e riaprirlo col Cavaliere vuole fare il pieno di voti nei serbatoi del rancore italiano. E resta un Paese Spaesato, che aspetta le elezioni e intanto decresce infelice. Sognavamo i gilet gialli, finiremo in mutande verdi.