Il governo che viaggia a livello zero
Francesco Manacorda, di FRANCESCO MANACORDASalvini e Di Maio chiedono di azzerare i vertici di Bankitalia e Consob. E poi "zero migranti", "tolleranza zero" ai centri sociali e "zero povertà". Ma intanto è il Pil ad avvicinarsi pericolosamente allo zero
«Vanno azzerati i vertici di Bankitalia e Consob», gridano all’unisono Luigi Di Maio e Matteo Salvini. E poi «zero immigrati» e «tolleranza zero per i centri sociali», citazioni fra tante e solo negli ultimi giorni del leader leghista. Ma anche l’indimenticabile «abbiamo cancellato la povertà», lanciato dal balcone grillino dell’altro vicepremier lo scorso settembre. Azzerare, abolire, cancellare sono le parole d’ordine che la maggioranza fa risuonare ormai ogni giorno e a ogni occasione dalle sue tante tribune; volendo si possono addirittura distinguere due tipi di azzeramento: quello del “nemico” di turno, dall’immigrato alle autorità indipendenti, specialità tipica ma non esclusiva della propaganda muscolare leghista; e azzeramento di fenomeni come la povertà, promessa smaccatamente utopistica dei Cinque Stelle, che si coniuga a un livello più prati…
«Vanno azzerati i vertici di Bankitalia e Consob», gridano all’unisono Luigi Di Maio e Matteo Salvini. E poi «zero immigrati» e «tolleranza zero per i centri sociali», citazioni fra tante e solo negli ultimi giorni del leader leghista. Ma anche l’indimenticabile «abbiamo cancellato la povertà», lanciato dal balcone grillino dell’altro vicepremier lo scorso settembre. Azzerare, abolire, cancellare sono le parole d’ordine che la maggioranza fa risuonare ormai ogni giorno e a ogni occasione dalle sue tante tribune; volendo si possono addirittura distinguere due tipi di azzeramento: quello del “nemico” di turno, dall’immigrato alle autorità indipendenti, specialità tipica ma non esclusiva della propaganda muscolare leghista; e azzeramento di fenomeni come la povertà, promessa smaccatamente utopistica dei Cinque Stelle, che si coniuga a un livello più pratico con le rassicurazioni di rimborso per i “truffati” dalle banche che riduca a zero o quasi le loro perdite. Si potrebbe anche maramaldeggiare, ricordando un altro grande zero che questo governo è quasi riuscito a imporre: quello alla crescita del Pil. Lo zero al potere è innanzitutto questione di comunicazione.
Chi ha detto di voler dare l’assedio al Palazzo deve adesso rappresentare la sua presa e demolizione, senza troppi riguardi per quelle che sono le funzioni del Palazzo, sia esso il Parlamento o la Banca d’Italia. Non è nemmeno questione nuovissima; tutti ricordiamo un “rottamatore” che sembrava invincibile e che invece è finito presto rottamato. Ma dietro il tic compulsivo da obliteratrice impazzita della maggioranza si cela anche dell’altro; qualcosa di più e di peggio dello slogan permanente. C’è in primo luogo una concezione dell’investitura elettorale da parte di una maggioranza dei votanti come una sorta di jackpot politico dove chi vince prende tutto, mentre la politica-slot machine (in questo aiutata dal sistema maggioritario) esclude del tutto dal gioco chi non ha infilato la combinazione vincente. È una visione che non prevede l’utilità di regole e contrappesi tipici della democrazia parlamentare; è la visione che predilige i decreti legge e i voti di fiducia rispetto al dibattito parlamentare; quella che tuona alla “tolleranza zero” contro i dissidenti interni e li espelle; quella che ritiene addirittura doveroso mettere al vertice delle autorità di vigilanza finanziarie persone fedeli all’esecutivo. Un’affermazione totale del proprio potere che non si può definire totalitarismo, ma che percorre la strada dove nella storia si sono formati proprio i totalitarismi.
Dietro questa idea di azzeramento dell’avversario e di converso di guadagno pieno e indiscusso per chi ha vinto, c’è però anche dell’altro: l’idea per l’appunto che la società e la politica che da essa dovrebbe trarre legittimazione e poi governarla siano quello che i teorici chiamano un gioco “a somma zero”, dove se un soggetto guadagna, un altro soggetto deve per forza subìre una perdita della stessa entità, e non un meccanismo complesso che ha al suo interno anche la forza e le capacità di crescere e di aumentare le proprie risorse in modo che una platea più allargata ne possa beneficiare senza che ne venga un danno per nessuno. Un immigrato in più è un lavoro in meno per un italiano o un badante che si prenderà cura di un anziano? Un’autorità indipendente — che pure di sicuro non deve essere al riparo da critiche — garantisce i cittadini più o meno di un’autorità di nomina politica? Questioni diversissime alle quali i teorici dello zero al potere sono convinti di avere la risposta. Ma è quella sbagliata.
Chi ha detto di voler dare l’assedio al Palazzo deve adesso rappresentare la sua presa e demolizione, senza troppi riguardi per quelle che sono le funzioni del Palazzo, sia esso il Parlamento o la Banca d’Italia. Non è nemmeno questione nuovissima; tutti ricordiamo un “rottamatore” che sembrava invincibile e che invece è finito presto rottamato. Ma dietro il tic compulsivo da obliteratrice impazzita della maggioranza si cela anche dell’altro; qualcosa di più e di peggio dello slogan permanente. C’è in primo luogo una concezione dell’investitura elettorale da parte di una maggioranza dei votanti come una sorta di jackpot politico dove chi vince prende tutto, mentre la politica-slot machine (in questo aiutata dal sistema maggioritario) esclude del tutto dal gioco chi non ha infilato la combinazione vincente. È una visione che non prevede l’utilità di regole e contrappesi tipici della democrazia parlamentare; è la visione che predilige i decreti legge e i voti di fiducia rispetto al dibattito parlamentare; quella che tuona alla “tolleranza zero” contro i dissidenti interni e li espelle; quella che ritiene addirittura doveroso mettere al vertice delle autorità di vigilanza finanziarie persone fedeli all’esecutivo. Un’affermazione totale del proprio potere che non si può definire totalitarismo, ma che percorre la strada dove nella storia si sono formati proprio i totalitarismi.
Dietro questa idea di azzeramento dell’avversario e di converso di guadagno pieno e indiscusso per chi ha vinto, c’è però anche dell’altro: l’idea per l’appunto che la società e la politica che da essa dovrebbe trarre legittimazione e poi governarla siano quello che i teorici chiamano un gioco “a somma zero”, dove se un soggetto guadagna, un altro soggetto deve per forza subìre una perdita della stessa entità, e non un meccanismo complesso che ha al suo interno anche la forza e le capacità di crescere e di aumentare le proprie risorse in modo che una platea più allargata ne possa beneficiare senza che ne venga un danno per nessuno. Un immigrato in più è un lavoro in meno per un italiano o un badante che si prenderà cura di un anziano? Un’autorità indipendente — che pure di sicuro non deve essere al riparo da critiche — garantisce i cittadini più o meno di un’autorità di nomina politica? Questioni diversissime alle quali i teorici dello zero al potere sono convinti di avere la risposta. Ma è quella sbagliata.