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 Forze siriane nei pressi di Baghuz (afp)

Cosa resterà alla scomparsa del Califfato

La sconfitta dell'Isis in Siria non autorizza trionfalismi. Anche senza uno stato, infatti, l'idea di Jihad è più forte che mai 
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Nella valle dell’Eufrate, lì dove è cominciata la Storia, si chiude l’epopea dello Stato Islamico. Gli ultimi capisaldi hanno le ore contate: i combattimenti sono feroci, con cannoni che sparano ad alzo zero sui palazzi devastati dalle bombe. Nel villaggio di Baghuz ogni casa è un bunker: dalle macerie continuano a spuntare miliziani che lanciano attacchi suicidi contro le avanguardie curde. Ma l’esito della battaglia è scontato: dopo quasi cinque anni, il Califfato smetterà di avere un territorio. Il “Regno dei credenti” che dominava metà della Siria e dell’Iraq adesso è confinato in una manciata di chilometri quadrati, destinati a cadere nel giro di una settimana. 

È un momento importante, atteso con euforia soprattutto alla Casa Bianca. Bisogna però fare molta attenzione nel valutare il significato di quello che sta accadendo. L’ammiraglio James Stavridis, ex comandante mi…
Nella valle dell’Eufrate, lì dove è cominciata la Storia, si chiude l’epopea dello Stato Islamico. Gli ultimi capisaldi hanno le ore contate: i combattimenti sono feroci, con cannoni che sparano ad alzo zero sui palazzi devastati dalle bombe. Nel villaggio di Baghuz ogni casa è un bunker: dalle macerie continuano a spuntare miliziani che lanciano attacchi suicidi contro le avanguardie curde. Ma l’esito della battaglia è scontato: dopo quasi cinque anni, il Califfato smetterà di avere un territorio. Il “Regno dei credenti” che dominava metà della Siria e dell’Iraq adesso è confinato in una manciata di chilometri quadrati, destinati a cadere nel giro di una settimana. 

È un momento importante, atteso con euforia soprattutto alla Casa Bianca. Bisogna però fare molta attenzione nel valutare il significato di quello che sta accadendo. L’ammiraglio James Stavridis, ex comandante militare della Nato, è stato molto chiaro: «Gli Stati Uniti e i loro alleati debbono essere così saggi da evitare i trionfalismi e i proclami di vittoria sull’Isis». Anche senza uno stato, infatti, l’idea di jihad è più forte che mai. I successi sul campo hanno fatto perdere completamente di vista le ragioni che hanno permesso al Califfato di nascere e prosperare. La corruzione dei regimi, le faide settarie tra sciiti e sunniti, la povertà di una popolazione giovanissima, l’assenza di educazione e sviluppo sono scomparsi dall’agenda del dibattito internazionale. E quello che oggi viene distrutto, può risorgere in pochi mesi. Perché il Medio Oriente torna nelle identiche condizioni del giorno in cui la prima bandiera nera venne issata, senza che nulla sia cambiato. Senza che sia stata costruita un’alternativa al messaggio dell’Islam radicale, che offre ai popoli una speranza di redenzione nella legge coranica.
 
Nonostante la scomparsa del territorio, l’Isis mantiene una rete digitale di propaganda sopravvissuta a tutti i colpi. E dispone di ramificazioni che dalle Filippine al Sinai continuano a mettere a segno nuovi attentati. Le altre formazioni salafite – che non hanno approvato la creazione del Califfato e lo hanno affrontato con le armi – mostrano un attivismo senza precedenti. Al Qaeda, ancora sotto la guida del suo grande ideologo Ayman Al Zawahiri, ripropone il suo programma ai delusi dello Stato islamico: ha diffuso un lungo sermone una settimana fa, con l’analisi della disfatta in Siria e l’appello a riprendere la guerra santa contro Israele e la Turchia. I talebani, poi, sono vicini a un successo epocale: stanno trattando la ritirata americana dall’Afghanistan e potranno presentarsi al mondo musulmano come i guerrieri che hanno sconfitto i due grandi imperi, quello sovietico e quello statunitense. Nelle capitali occidentali non si riesce a comprendere il peso che avrà il ritorno dei talebani a Kabul, ormai accettato da tutte le cancellerie: non sarà solo la dimostrazione dell’inutilità delle operazioni militari condotte dagli Usa dal 2001 in poi, ma verrà propagandato come il simbolo della supremazia islamica. Una vittoria superiore alla sconfitta subìta dall’Isis in Siria, perché è l’Afghanistan il luogo dove tutto è cominciato. 
 
Se Kabul rischia di tornare presto al caos degli anni Novanta, basta dare una rapida occhiata al resto del pianeta per rendersi conto di come la stabilità sia un’illusione. In Africa il fuoco della guerriglia jihadista si allarga senza soste. Contagia sempre nuovi paesi: dal Mali e dalla Nigeria si estende al Niger e al Burkina Faso. Dalla Somalia gli shabab puntano verso il Kenya. La Libia continua a essere tormentata da milizie tribali, con il proliferare di gruppi estremisti d’ogni matrice. In Tunisia una democrazia fragile fatica a tenere insieme una nazione impoverita. Mentre in Marocco e in Algeria i due poteri che hanno finora frenato il richiamo del jihad, alternando repressione e miglioramento del benessere, adesso paiono sempre più logori: il monarca marocchino e il presidente algerino sono malati e non hanno una successione definita. In Egitto, poi, Al Sisi ha sostanzialmente azzerato la democrazia in nome della lotta al terrorismo e al fondamentalismo dei Fratelli musulmani. È uno scenario da brivido: una popolazione che aumenta vertiginosamente, senza risorse, senza prospettive di futuro. Il terreno perfetto per quel messaggio che nasce dal profondo della loro cultura e che magnifica la legge coranica e il jihad come panacea di ogni problema.
 
Nessuno si preoccupa di contrastarlo. Dopo l’esperienza disastrosa delle primavere arabe, dopo il fallimento del tentativo di esportare modelli democratici alieni al tessuto sociale di quei Paesi, non esiste più una strategia per affrontare le radici del male e definire una via che possa coniugare istituzioni moderne e valori musulmani. E non esiste neppure un piano per evitare che l’impoverimento delle nazioni moltiplichi i proclami di rivolta. Anche in Siria, una volta cancellati gli ultimi baluardi dell’Isis cosa resterà? La dittatura di Bashar al Assad, quella che ha innescato la guerra civile da 400 mila morti e che marginalizza la maggioranza sunnita. Lo stesso accade in Iraq. Mentre le mire di nuove potenze, come la Turchia di Erdogan e l’Arabia Saudita di Mohammed Bin Salman, mettono in discussione le possibilità di una pace duratura. Il generale Joe Votel, che guida le forze Usa impregnate in Medio Oriente, è stato esplicito davanti al Congresso statunitense: «Se i principali protagonisti si lanceranno in una competizione per l’influenza in Siria, questo potrebbe creare lo spazio per i reduci dell’Isis e di altre sigle terroristici per tornare a raggrupparsi». Con il rischio che la fine del Califfato segni l’inizio di una stagione ancora più feroce.