✕
Luigi Di Maio, Giuseppe Conte e Matteo Salvini (ansa)

“Conte burattino”, a ogni Europa il suo insulto

Ascolta l'audio

Leghisti e grillini si sono indignati per le parole di Guy Verhofstadt sul premier. E si capisce, considerando la loro rigorosa moderazione lessicale e il loro assoluto rispetto per le istituzioni
2 minuti di lettura
Leghisti e grillini sono indignati perché il presidente dei liberali europei, Guy Verhofstadt, ha definito il premier Conte "un burattino mosso da Di Maio e Salvini". E si capisce che quelle parole li abbiano feriti, considerando la loro rigorosa moderazione lessicale e il loro assoluto rispetto delle istituzioni, italiane o straniere poco importa. Certo mai uno di loro si sarebbe permesso di definire burattino ("persona priva di carattere e di personalità, inaffidabile o manovrato da altri", spiega il dizionario) un premier di un altro Paese. Uno italiano magari sì, e infatti quando era ancora europarlamentare Matteo Salvini twittò che il presidente del Consiglio Matteo Renzi era "un burattino nella mani di Merkel", e poi che il suo successore Gentiloni era "un burattino di Soros".

Ma è naturale che parlando di avversari e concorrenti di casa nostra i politici italiani usino un linguaggio diverso, cambiando r…
Leghisti e grillini sono indignati perché il presidente dei liberali europei, Guy Verhofstadt, ha definito il premier Conte "un burattino mosso da Di Maio e Salvini". E si capisce che quelle parole li abbiano feriti, considerando la loro rigorosa moderazione lessicale e il loro assoluto rispetto delle istituzioni, italiane o straniere poco importa. Certo mai uno di loro si sarebbe permesso di definire burattino ("persona priva di carattere e di personalità, inaffidabile o manovrato da altri", spiega il dizionario) un premier di un altro Paese. Uno italiano magari sì, e infatti quando era ancora europarlamentare Matteo Salvini twittò che il presidente del Consiglio Matteo Renzi era "un burattino nella mani di Merkel", e poi che il suo successore Gentiloni era "un burattino di Soros".

Ma è naturale che parlando di avversari e concorrenti di casa nostra i politici italiani usino un linguaggio diverso, cambiando repertorio, da quello che riservano ai governanti stranieri. Guardandosi bene dall'usare qualsiasi aggettivo irrispettoso, per esempio, il nostro sottosegretario agli Esteri - il grillino Manlio Di Stefano - ha detto qualche giorno fa che Emmanuel Macron "ha la sindrome da pene piccolo", e le sue misurate parole rivelano che i cinquestelle stanno studiando da tempo, e con interesse, la personalità del presidente francese. Il primo è stato proprio Beppe Grillo, che garbatamente riferendosi alla differenza di età tra lui e la moglie Brigitte ha commentato su Facebook le voci di un esaurimento nervoso di monsieur le president: "Il vibratore della collezione più vecchia della maestra ha le pile scariche".

Cercate in queste parole un aggettivo insultante: non lo troverete. Perché come tutti sanno lui odia la volgarità, gli insulti e le offese personali. E infatti, dopo aver scelto come motto fondativo del suo movimento "Vaffanculo", da intendersi - attenzione - come un rivoluzionario slogan dalla potenza liberatoria e non come il più diffuso e volgare improperio, Grillo ha sempre usato il massimo rispetto verso chi ricopriva una carica istituzionale. Lui, per dire, si rivolgeva con deferenza al presidente Napolitano ("la salma") e con signorilità al premier Renzi ("figlio di troika"), elogiava il Parlamento come "una schiera di servi", anzi "una tomba maleodorante", e ossequiosamente definiva la Corte Costituzionale "il gerontocomio".

Alla stessa regola - rispetto e moderazione - si è del resto attenuto anche Salvini, anche e soprattutto da quando è vicepremier e ministro dell'Interno. Se deve dichiarare, per esempio, che lui non ha in programma un colloquio con il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, lui dice "parlo solo con le persone sobrie". E se qualcuno gli chiede cosa intenda, risponde con riguardosa precisione: "Cercate su Google "Juncker barcollante" e troverete immagini impressionanti" (indimenticabile fu l'omaggio che gli rivolse alla fine di un discorso a Strasburgo: "Buon grappino, presidente Juncker!").

Per coltivare - come i grillini - i buoni rapporti con la Francia, Salvini ha annunciato la sua solidarietà "al popolo francese che ha un pessimo governo e un pessimo presidente della Repubblica", e ha parlato di Macron come di "un signorino educato che eccede in champagne", "un ipocrita chiacchierone". È chiaro che né a lui né ai suoi alleati, sempre così attenti all'etichetta, poteva risultare accettabile il discorso di Verhofstadt.

Ed è ancora più comprensibile l'ira di Conte, sentendosi ripetere all'estero - e in perfetto italiano, a lui che parla un inglese comico - quello che qui pensiamo tutti, e cioè che lui sia il vice dei suoi vice, un quasi-premier che non ha il potere di decidere nulla. Un burattino, col dovuto rispetto.