Quanta paura fa la Cina all’America
Federico Rampini , di FEDERICO RAMPINILa minaccia che viene da Pechino è più seria di quanto l'Occidente abbia capito. È una sfida egemonica a tutto campo. Lo dicono gli esperti statunitensi
Donald Trump ha visto giusto sulla Cina, anche se i metodi che usa non sono efficaci. La minaccia che viene da Pechino è molto più seria di quanto l'Occidente abbia capito: economica e tecnologica, politica e militare, è una sfida egemonica a tutto campo, contro la quale bisogna correre ai ripari. Lo dicono i massimi esperti americani sulla Cina, molti dei quali sono progressisti; alcuni hanno avuto un ruolo di punta sotto le Amministrazioni democratiche di Bill Clinton e Barack Obama. Le loro conclusioni sono nel Task Force Report presentato ieri all'Asia Society New York, e intitolato "Correzione di rotta". L'importante documento coincide con alcuni sviluppi di questi giorni. Sul fronte dei negoziati commerciali c'è la sensazione che Trump stia ottenendo concessioni da Xi Jinping per evitare una guerra commerciale. E tra due settimane nella capitale del Vietnam il presidente americano avrà il suo secondo summit con Kim Jon…
Donald Trump ha visto giusto sulla Cina, anche se i metodi che usa non sono efficaci. La minaccia che viene da Pechino è molto più seria di quanto l'Occidente abbia capito: economica e tecnologica, politica e militare, è una sfida egemonica a tutto campo, contro la quale bisogna correre ai ripari. Lo dicono i massimi esperti americani sulla Cina, molti dei quali sono progressisti; alcuni hanno avuto un ruolo di punta sotto le Amministrazioni democratiche di Bill Clinton e Barack Obama. Le loro conclusioni sono nel Task Force Report presentato ieri all'Asia Society New York, e intitolato "Correzione di rotta". L'importante documento coincide con alcuni sviluppi di questi giorni. Sul fronte dei negoziati commerciali c'è la sensazione che Trump stia ottenendo concessioni da Xi Jinping per evitare una guerra commerciale. E tra due settimane nella capitale del Vietnam il presidente americano avrà il suo secondo summit con Kim Jong-un, per tentare di avanzare verso la denuclearizzazione con il beneplacito cinese. I mercati si rallegrano per i segnali di distensione e da qualche giorno regna un cauto ottimismo.
In controtendenza c'è questo Task Force Report, la più completa e aggiornata analisi sullo stato dei rapporti tra le due superpotenze. Orville Schell e Susan Shirk, che hanno guidato per due anni i lavori di questo gruppo di esperti bipartisan, danno atto a Trump di avere intuito cose che l'establishment economico e le alte sfere della diplomazia hanno tardato a riconoscere. Cina e Stati Uniti sono effettivamente "in rotta di collisione", ma non per colpa del protezionismo di Trump. La crisi nei rapporti viene da lontano, sarà durevole, avrà ripercussioni globali anche nel dopo-Trump, chiunque gli succeda alla Casa Bianca. È la Cina ad applicare in modo sistematico il protezionismo e il sovranismo: discrimina tra imprese straniere e nazionali, "calpesta le norme della competizione e le leggi internazionali, viola i principi fondamentali della reciprocità". In campo tecnologico persegue disegni egemonici, dalla quinta generazione della telefonia mobile all'intelligenza artificiale, una "nuova forma di mercantilismo", con sinergie tra imprese civili e forze armate che sono teorizzate nel piano "Made in China 2025". L'America e l'Europa sono state pericolosamente distratte, per molti anni.
L'accelerazione cinese verso una nuova ambizione espansionista e un approccio aggressivo viene da lontano: la grande crisi del 2008 convinse i dirigenti comunisti di Pechino che il loro modello autoritario è superiore alle liberaldemocrazie occidentali; con l'avvento di Xi Jinping nel 2012 la svolta verso il "trionfalismo nazionalista" si è fatta ancora più marcata. Questo ha coinciso con una pesante involuzione autoritaria del regime cinese, che non avviene solo ai danni dei propri cittadini o delle minoranze etniche in Tibet o Xinjiang, ma anche all'estero. La Cina sta "esportando metodi autoritari", nei modi in cui usa il proprio potere economico per ricattare e zittire le critiche. Rapisce cittadini cinesi a Hong Kong, minaccia governi stranieri, manovra le concessioni di visti o di finanziamenti culturali, ricatta gli studiosi e le università occidentali per allargare la sfera d'azione della propria censura. Intanto procede l'escalation del riarmo, con atti sempre più aggressivi verso Taiwan e altre democrazie alleate degli Stati Uniti, a cominciare da Giappone e Corea del Sud.
L'avvento di Trump ha costretto la Cina a fare i conti con una contro-reazione. La cui efficacia però non convince gli esperti. Gli errori di Trump sono soprattutto due: non ha saputo costruire un'alleanza d'interessi per costringere la Cina a rispettare le regole; e ha limitato il contenzioso alla sfera commerciale evitando ogni pressione sui diritti umani.
"Una grande forza dell'America è la rete di amicizie: ha 60 Paesi alleati nel mondo, la Cina ha la Corea del Nord. È su questa forza che bisogna far leva; non agire da soli spaccando il fronte dei propri alleati". Ci sono dubbi anche sulle concessioni in campo commerciale: perché la Cina cambi in profondità il suo nazionalismo spregiudicato che altera le condizioni della concorrenza, "bisogna mettere la leadership comunista di fronte a un nuovo sistema di pressioni e di controlli continuativi, un percorso di lungo termine per correggere comportamenti che sono radicati". Firmano il rapporto bipartisan i think tank Asia Society; Center on US-China Relations; 21st Century China Center. Tra gli esperti che vi hanno lavorato c'è il veterano della diplomazia Winston Lord, ex ambasciatore in Cina, già braccio destro di Henry Kissinger. Era in prima fila al vertice del disgelo Nixon-Mao che nel 1972 fece la storia. Oggi lo preoccupa "un'America che ha cancellato i diritti umani e la democrazia dall'agenda delle sue relazioni con la Cina".
In controtendenza c'è questo Task Force Report, la più completa e aggiornata analisi sullo stato dei rapporti tra le due superpotenze. Orville Schell e Susan Shirk, che hanno guidato per due anni i lavori di questo gruppo di esperti bipartisan, danno atto a Trump di avere intuito cose che l'establishment economico e le alte sfere della diplomazia hanno tardato a riconoscere. Cina e Stati Uniti sono effettivamente "in rotta di collisione", ma non per colpa del protezionismo di Trump. La crisi nei rapporti viene da lontano, sarà durevole, avrà ripercussioni globali anche nel dopo-Trump, chiunque gli succeda alla Casa Bianca. È la Cina ad applicare in modo sistematico il protezionismo e il sovranismo: discrimina tra imprese straniere e nazionali, "calpesta le norme della competizione e le leggi internazionali, viola i principi fondamentali della reciprocità". In campo tecnologico persegue disegni egemonici, dalla quinta generazione della telefonia mobile all'intelligenza artificiale, una "nuova forma di mercantilismo", con sinergie tra imprese civili e forze armate che sono teorizzate nel piano "Made in China 2025". L'America e l'Europa sono state pericolosamente distratte, per molti anni.
L'accelerazione cinese verso una nuova ambizione espansionista e un approccio aggressivo viene da lontano: la grande crisi del 2008 convinse i dirigenti comunisti di Pechino che il loro modello autoritario è superiore alle liberaldemocrazie occidentali; con l'avvento di Xi Jinping nel 2012 la svolta verso il "trionfalismo nazionalista" si è fatta ancora più marcata. Questo ha coinciso con una pesante involuzione autoritaria del regime cinese, che non avviene solo ai danni dei propri cittadini o delle minoranze etniche in Tibet o Xinjiang, ma anche all'estero. La Cina sta "esportando metodi autoritari", nei modi in cui usa il proprio potere economico per ricattare e zittire le critiche. Rapisce cittadini cinesi a Hong Kong, minaccia governi stranieri, manovra le concessioni di visti o di finanziamenti culturali, ricatta gli studiosi e le università occidentali per allargare la sfera d'azione della propria censura. Intanto procede l'escalation del riarmo, con atti sempre più aggressivi verso Taiwan e altre democrazie alleate degli Stati Uniti, a cominciare da Giappone e Corea del Sud.
L'avvento di Trump ha costretto la Cina a fare i conti con una contro-reazione. La cui efficacia però non convince gli esperti. Gli errori di Trump sono soprattutto due: non ha saputo costruire un'alleanza d'interessi per costringere la Cina a rispettare le regole; e ha limitato il contenzioso alla sfera commerciale evitando ogni pressione sui diritti umani.
"Una grande forza dell'America è la rete di amicizie: ha 60 Paesi alleati nel mondo, la Cina ha la Corea del Nord. È su questa forza che bisogna far leva; non agire da soli spaccando il fronte dei propri alleati". Ci sono dubbi anche sulle concessioni in campo commerciale: perché la Cina cambi in profondità il suo nazionalismo spregiudicato che altera le condizioni della concorrenza, "bisogna mettere la leadership comunista di fronte a un nuovo sistema di pressioni e di controlli continuativi, un percorso di lungo termine per correggere comportamenti che sono radicati". Firmano il rapporto bipartisan i think tank Asia Society; Center on US-China Relations; 21st Century China Center. Tra gli esperti che vi hanno lavorato c'è il veterano della diplomazia Winston Lord, ex ambasciatore in Cina, già braccio destro di Henry Kissinger. Era in prima fila al vertice del disgelo Nixon-Mao che nel 1972 fece la storia. Oggi lo preoccupa "un'America che ha cancellato i diritti umani e la democrazia dall'agenda delle sue relazioni con la Cina".