Autonomia delle Regioni, la fiera degli egoismi
Michele Ainis , di MICHELE AINISC'è il rischio di un processo di disgregazione del Paese, di una faida fra territori armati gli uni contro gli altri e, infine, della rinuncia alla nostra identità comune
Fin qui c'è stato uno Stato, domani chi lo sa. È questo il rischio cui ci espone l'autonomia differenziata: un processo di disgregazione, una faida fra territori armati gli uni contro gli altri, e in ultimo la rinunzia alla nostra comune identità. Oltretutto per colpa della Costituzione, la carta che in teoria dovrebbe unirci. O meglio, per effetto d'una norma aggiunta nel 2001 al documento vergato dai costituenti: l'articolo 116, che permette il tira e molla delle competenze fra lo Stato e le Regioni. Ma dopotutto la responsabilità non è del testo, bensì piuttosto del contesto. Dipende dalle sue cattive applicazioni, che a loro volta dipendono dagli umori instabili e sbilenchi della politica italiana.
Le vicende del regionalismo ne offrono la testimonianza più eloquente. Per quasi un secolo (1861-1947) l'Italia fu uno Stato accentrato, che governava ogni provincia attraverso il bastone dei prefetti: la "prefet…
Le vicende del regionalismo ne offrono la testimonianza più eloquente. Per quasi un secolo (1861-1947) l'Italia fu uno Stato accentrato, che governava ogni provincia attraverso il bastone dei prefetti: la "prefet…
Fin qui c'è stato uno Stato, domani chi lo sa. È questo il rischio cui ci espone l'autonomia differenziata: un processo di disgregazione, una faida fra territori armati gli uni contro gli altri, e in ultimo la rinunzia alla nostra comune identità. Oltretutto per colpa della Costituzione, la carta che in teoria dovrebbe unirci. O meglio, per effetto d'una norma aggiunta nel 2001 al documento vergato dai costituenti: l'articolo 116, che permette il tira e molla delle competenze fra lo Stato e le Regioni. Ma dopotutto la responsabilità non è del testo, bensì piuttosto del contesto. Dipende dalle sue cattive applicazioni, che a loro volta dipendono dagli umori instabili e sbilenchi della politica italiana.
Le vicende del regionalismo ne offrono la testimonianza più eloquente. Per quasi un secolo (1861-1947) l'Italia fu uno Stato accentrato, che governava ogni provincia attraverso il bastone dei prefetti: la "prefettocrazia" di cui parlò Salvemini. Poi, in Assemblea costituente, prevalse un sussulto autonomista, e anzi il decentramento regionale venne salutato come l'innovazione più profonda. Ma la novità rimase in naftalina, sicché fino al 1970 ci mantenemmo centralisti. In quell'anno vennero istituite le Regioni, però interpretando al ribasso le loro competenze, con i decreti delegati del 1972. Fin quando, al giro di boa del terzo millennio, i successi elettorali della Lega spinsero la sinistra a scimmiottarne le parole d'ordine: e fu confezionata la revisione del Titolo V.
Un'ubriacatura federalista, rovesciata da un'altra sbornia centralista nel 2012, dopo gli scandali dei falsi rimborsi nei Consigli regionali. Da qui la riforma proposta nel 2014 dal governo Renzi, che avrebbe riaccentrato nello Stato i poteri conferiti alle Regioni.
E adesso? La fiera degli egoismi. E degli opportunismi, come no. Con 13 Regioni su 15 (mancano all'appello soltanto Abruzzo e Molise) che hanno avviato procedure o atti d'indirizzo per ottenere maggiori attribuzioni, alla stregua delle 5 Regioni a statuto speciale. Con 3 Regioni del Nord (Lombardia, Veneto, Emilia Romagna) già in vista del traguardo. Con quelle del Sud che adesso fanno retromarcia, annusando la buggeratura. Perché la vera posta in palio è il residuo fiscale (ossia la differenza fra tasse pagate e spese ricevute), che i territori più ricchi del Paese vorrebbero trattenere in cassa. Perché se qualcuno ci guadagna, qualcun altro giocoforza ci rimette. E perché la parabola del regionalismo, alle nostre latitudini, ha finito per rendere più acuta la questione meridionale, la differenza tra Settentrione e Mezzogiorno. Non a caso quel divario divenne minimo negli anni Sessanta del secolo scorso, quando le Regioni non erano ancora decollate.
Sennonché il rimedio non può certo consistere nell'abolizione degli enti regionali. Si tratta piuttosto di riscoprire la loro vocazione, di metterne a nudo l'essenza. L'essenziale è invisibile agli occhi, diceva il Piccolo principe. Tuttavia nella Costituzione italiana s'annida nei diritti, non già nei poteri. Questi ultimi sono al servizio dei primi, vengono separati e articolati proprio per impedire che un tiranno - locale o nazionale - confischi le nostre libertà. Anche le Regioni, perciò, sono strumento dei diritti. E i diritti sono indivisibili: spettano a tutti, giacché in caso contrario diventano altrettanti privilegi. La loro stella polare è l'eguaglianza. Dunque le 23 materie su cui le Regioni invocano ulteriori competenze non hanno il medesimo spessore. Altro è il commercio, altro la salute. In campo economico la competizione fra i diversi territori regionali può ben essere proficua; ma non è ammissibile che la possibilità d'essere curati dipenda dal borgo in cui si viene al mondo.
Morale della favola: se ottieni una competenza, devi altresì ottenere i fondi per gestirla, su questo non ci piove. Però se la tua nuova competenza rompe l'eguale trattamento dei diritti fondamentali, allora quella competenza non puoi averla.
Le vicende del regionalismo ne offrono la testimonianza più eloquente. Per quasi un secolo (1861-1947) l'Italia fu uno Stato accentrato, che governava ogni provincia attraverso il bastone dei prefetti: la "prefettocrazia" di cui parlò Salvemini. Poi, in Assemblea costituente, prevalse un sussulto autonomista, e anzi il decentramento regionale venne salutato come l'innovazione più profonda. Ma la novità rimase in naftalina, sicché fino al 1970 ci mantenemmo centralisti. In quell'anno vennero istituite le Regioni, però interpretando al ribasso le loro competenze, con i decreti delegati del 1972. Fin quando, al giro di boa del terzo millennio, i successi elettorali della Lega spinsero la sinistra a scimmiottarne le parole d'ordine: e fu confezionata la revisione del Titolo V.
Un'ubriacatura federalista, rovesciata da un'altra sbornia centralista nel 2012, dopo gli scandali dei falsi rimborsi nei Consigli regionali. Da qui la riforma proposta nel 2014 dal governo Renzi, che avrebbe riaccentrato nello Stato i poteri conferiti alle Regioni.
E adesso? La fiera degli egoismi. E degli opportunismi, come no. Con 13 Regioni su 15 (mancano all'appello soltanto Abruzzo e Molise) che hanno avviato procedure o atti d'indirizzo per ottenere maggiori attribuzioni, alla stregua delle 5 Regioni a statuto speciale. Con 3 Regioni del Nord (Lombardia, Veneto, Emilia Romagna) già in vista del traguardo. Con quelle del Sud che adesso fanno retromarcia, annusando la buggeratura. Perché la vera posta in palio è il residuo fiscale (ossia la differenza fra tasse pagate e spese ricevute), che i territori più ricchi del Paese vorrebbero trattenere in cassa. Perché se qualcuno ci guadagna, qualcun altro giocoforza ci rimette. E perché la parabola del regionalismo, alle nostre latitudini, ha finito per rendere più acuta la questione meridionale, la differenza tra Settentrione e Mezzogiorno. Non a caso quel divario divenne minimo negli anni Sessanta del secolo scorso, quando le Regioni non erano ancora decollate.
Sennonché il rimedio non può certo consistere nell'abolizione degli enti regionali. Si tratta piuttosto di riscoprire la loro vocazione, di metterne a nudo l'essenza. L'essenziale è invisibile agli occhi, diceva il Piccolo principe. Tuttavia nella Costituzione italiana s'annida nei diritti, non già nei poteri. Questi ultimi sono al servizio dei primi, vengono separati e articolati proprio per impedire che un tiranno - locale o nazionale - confischi le nostre libertà. Anche le Regioni, perciò, sono strumento dei diritti. E i diritti sono indivisibili: spettano a tutti, giacché in caso contrario diventano altrettanti privilegi. La loro stella polare è l'eguaglianza. Dunque le 23 materie su cui le Regioni invocano ulteriori competenze non hanno il medesimo spessore. Altro è il commercio, altro la salute. In campo economico la competizione fra i diversi territori regionali può ben essere proficua; ma non è ammissibile che la possibilità d'essere curati dipenda dal borgo in cui si viene al mondo.
Morale della favola: se ottieni una competenza, devi altresì ottenere i fondi per gestirla, su questo non ci piove. Però se la tua nuova competenza rompe l'eguale trattamento dei diritti fondamentali, allora quella competenza non puoi averla.