Il lavoro di domenica non è peccato
Roberto Mania , di ROBERTO MANIALa trattativa sulle aperture ricomincia da zero. Del resto già 5 milioni di italiani sono impegnati nei festivi
Lavorare la domenica non è peccato. Lo fanno quasi cinque milioni di italiani. Ma per questo - appunto - non finiranno all'inferno. Anzi: sostengono il Pil (e in tempo di quasi recessione non è di poco conto), accrescendo il proprio reddito e contribuendo all'aumento della domanda interna la cui debolezza è tra le cause - non certo la sola - delle nostre attuali difficoltà. Dunque il lavoro domenicale andrebbe favorito o almeno non ostacolato. Qualcuno deve averlo capito anche nella maggioranza (abbastanza sgangherata e confusa in questa fase) che sostiene il governo. Non sarà ancora una completa marcia indietro, ma la decisione, sulla spinta delle opposizioni parlamentari di centrodestra e di centrosinistra, di far ripartire le audizioni nella commissione parlamentare che sta esaminando il relativo disegno di legge ci assomiglia. Ed è un buon segnale, anche se non ci si deve illudere.
Ma in genere queste mosse servono a prendere temp…
Ma in genere queste mosse servono a prendere temp…
Lavorare la domenica non è peccato. Lo fanno quasi cinque milioni di italiani. Ma per questo - appunto - non finiranno all'inferno. Anzi: sostengono il Pil (e in tempo di quasi recessione non è di poco conto), accrescendo il proprio reddito e contribuendo all'aumento della domanda interna la cui debolezza è tra le cause - non certo la sola - delle nostre attuali difficoltà. Dunque il lavoro domenicale andrebbe favorito o almeno non ostacolato. Qualcuno deve averlo capito anche nella maggioranza (abbastanza sgangherata e confusa in questa fase) che sostiene il governo. Non sarà ancora una completa marcia indietro, ma la decisione, sulla spinta delle opposizioni parlamentari di centrodestra e di centrosinistra, di far ripartire le audizioni nella commissione parlamentare che sta esaminando il relativo disegno di legge ci assomiglia. Ed è un buon segnale, anche se non ci si deve illudere.
Ma in genere queste mosse servono a prendere tempo, approfondendo i temi, coinvolgendo gli attori sociali, dilatando il lavoro dei deputati e senatori, aprendo strategici e preziosi pertugi all'azione delle lobby. Così va da sé che da ieri è assai più debole l'impianto della proposta di legge che dimezzava le aperture (dalla totale liberalizzazione introdotta dal governo Monti nel 2011) di domenica pur prevedendo una serie di deroghe a favore delle attività commerciali nei centri storici e in quelli turistici. Da ieri siamo decisamente lontani dal roboante annuncio di qualche tempo fa del vicepremier Luigi Di Maio che col vento in poppa dichiarava: "Chiuderemo i centri commerciali la domenica". Il vento un po' sta cambiando. Il vicepremier, ministro del Lavoro nonché dello Sviluppo cerca la sponda del mondo cattolico, pare si sia recato pure in Vaticano per definire alleanze contro il consumo domenicale.
Di Maio pensa poco e piuttosto distrattamente allo sviluppo dell'economia, nonostante dovrebbe essere la sua principale preoccupazione. Prova a rassicurare, ma soprattutto cerca voti coi vecchi metodi democristiani la cui efficacia, in particolare per chi finora ha raccolto il consenso cementato dal rancore dell'esclusione, è tutta da dimostrare. Perché ci sono dodici milioni di italiani che, piaccia o meno, la domenica fanno lo shopping. È vero, ci sono i centri commerciali tutti uguali, globalizzati e spersonalizzati, ma c'è anche un'economia sparpagliata di piccole, piccolissime imprese che costituiscono l'indotto del grande circo consumeristico. Sono posti di lavoro, sono aziende, sono entrate fiscali per lo Stato mentre la stagnazione riprenderà a dettare presto l'agenda dell'austerity e mentre il commercio on line non conosce né riposi né festivi. Il lavoro di domenica fa bene all'economia e all'occupazione: un recente studio dell'Ocse lo dimostra con efficacia. E non sfascia le famiglie visto che da sempre ci sono settori che non chiudono la domenica (dai ristoranti ai trasporti fino alla sanità) senza che ciò abbia provocato un'impennata di crisi famigliari. La Lega nazionale di Salvini sembra aver compreso tutto questo.
Nel mondo della produzione c'è un pezzo rilevante sul suo elettorato. Certo c'è una contraddizione evidente tra il Salvini tendenzialmente pro-mercato nel caso dei negozi aperti di domenica o ancor più nel caso della Tav, e il Salvini dirigista che vorrebbe imporre un euro al litro il prezzo del latte a favore degli allevatori sardi. Ma tant'è, questa non è la stagione delle raffinate distinzioni. Il "momento populista", come lo chiama la politologa Chantal Mouffe, è anche il momento della confusione, delle mescolanze più o meno riuscite. E allora quella che nei fatti è una pausa nella discussione legislativa va sfruttata per riaggiornare la riflessione intorno al lavoro di domenica, combattendo gli abusi, il mancato rispetto dei diritti di chi lavora, le violazioni contrattuali. Ben vengano gli interventi su questi temi, ma lasciateci la libertà dello shopping la domenica.
Ma in genere queste mosse servono a prendere tempo, approfondendo i temi, coinvolgendo gli attori sociali, dilatando il lavoro dei deputati e senatori, aprendo strategici e preziosi pertugi all'azione delle lobby. Così va da sé che da ieri è assai più debole l'impianto della proposta di legge che dimezzava le aperture (dalla totale liberalizzazione introdotta dal governo Monti nel 2011) di domenica pur prevedendo una serie di deroghe a favore delle attività commerciali nei centri storici e in quelli turistici. Da ieri siamo decisamente lontani dal roboante annuncio di qualche tempo fa del vicepremier Luigi Di Maio che col vento in poppa dichiarava: "Chiuderemo i centri commerciali la domenica". Il vento un po' sta cambiando. Il vicepremier, ministro del Lavoro nonché dello Sviluppo cerca la sponda del mondo cattolico, pare si sia recato pure in Vaticano per definire alleanze contro il consumo domenicale.
Di Maio pensa poco e piuttosto distrattamente allo sviluppo dell'economia, nonostante dovrebbe essere la sua principale preoccupazione. Prova a rassicurare, ma soprattutto cerca voti coi vecchi metodi democristiani la cui efficacia, in particolare per chi finora ha raccolto il consenso cementato dal rancore dell'esclusione, è tutta da dimostrare. Perché ci sono dodici milioni di italiani che, piaccia o meno, la domenica fanno lo shopping. È vero, ci sono i centri commerciali tutti uguali, globalizzati e spersonalizzati, ma c'è anche un'economia sparpagliata di piccole, piccolissime imprese che costituiscono l'indotto del grande circo consumeristico. Sono posti di lavoro, sono aziende, sono entrate fiscali per lo Stato mentre la stagnazione riprenderà a dettare presto l'agenda dell'austerity e mentre il commercio on line non conosce né riposi né festivi. Il lavoro di domenica fa bene all'economia e all'occupazione: un recente studio dell'Ocse lo dimostra con efficacia. E non sfascia le famiglie visto che da sempre ci sono settori che non chiudono la domenica (dai ristoranti ai trasporti fino alla sanità) senza che ciò abbia provocato un'impennata di crisi famigliari. La Lega nazionale di Salvini sembra aver compreso tutto questo.
Nel mondo della produzione c'è un pezzo rilevante sul suo elettorato. Certo c'è una contraddizione evidente tra il Salvini tendenzialmente pro-mercato nel caso dei negozi aperti di domenica o ancor più nel caso della Tav, e il Salvini dirigista che vorrebbe imporre un euro al litro il prezzo del latte a favore degli allevatori sardi. Ma tant'è, questa non è la stagione delle raffinate distinzioni. Il "momento populista", come lo chiama la politologa Chantal Mouffe, è anche il momento della confusione, delle mescolanze più o meno riuscite. E allora quella che nei fatti è una pausa nella discussione legislativa va sfruttata per riaggiornare la riflessione intorno al lavoro di domenica, combattendo gli abusi, il mancato rispetto dei diritti di chi lavora, le violazioni contrattuali. Ben vengano gli interventi su questi temi, ma lasciateci la libertà dello shopping la domenica.