Il vero capo del governo
Massimo Giannini , di MASSIMO GIANNINIIl presidente della Repubblica è il solo presidio affidabile in un Paese che sta perdendo tutti i suoi consolidati e collaudati riferimenti internazionali. Senza la mediazione del Colle saremmo ancora qui a strillare "vomitevoli" ai francesi, "mangia crauti" ai tedeschi e "ubriacone" a Juncker
Non c'erano dubbi, ma i fatti di queste ultime ore l'hanno confermato. In questa Italia di Sonnambuli, che vagano nella notte europea senza più meta e destino come i protagonisti della trilogia di Hermann Broch, l'unica luce accesa è sul Colle. Solo grazie al prestigio e alla credibilità di Sergio Mattarella è stato infatti possibile ricucire lo strappo con la Francia, dopo i giorni dell'ira causati dalla distopia sovranista di Salvini e Di Maio.
L'ambasciatore Christian Masset che torna a Roma dopo quasi due settimane di assenza, e prima ancora di rioccupare la sede vacante di Palazzo Farnese va al Quirinale per consegnare al presidente della Repubblica un invito personale di Emmanuel Macron, compie un gesto politico e simbolico che parla da solo. Piaccia o no all'avvocato del Popolo Conte e ai due vicepremier dell'allegra brigata gialloverde, per la comunit&agrav…
L'ambasciatore Christian Masset che torna a Roma dopo quasi due settimane di assenza, e prima ancora di rioccupare la sede vacante di Palazzo Farnese va al Quirinale per consegnare al presidente della Repubblica un invito personale di Emmanuel Macron, compie un gesto politico e simbolico che parla da solo. Piaccia o no all'avvocato del Popolo Conte e ai due vicepremier dell'allegra brigata gialloverde, per la comunit&agrav…
Non c'erano dubbi, ma i fatti di queste ultime ore l'hanno confermato. In questa Italia di Sonnambuli, che vagano nella notte europea senza più meta e destino come i protagonisti della trilogia di Hermann Broch, l'unica luce accesa è sul Colle. Solo grazie al prestigio e alla credibilità di Sergio Mattarella è stato infatti possibile ricucire lo strappo con la Francia, dopo i giorni dell'ira causati dalla distopia sovranista di Salvini e Di Maio.
L'ambasciatore Christian Masset che torna a Roma dopo quasi due settimane di assenza, e prima ancora di rioccupare la sede vacante di Palazzo Farnese va al Quirinale per consegnare al presidente della Repubblica un invito personale di Emmanuel Macron, compie un gesto politico e simbolico che parla da solo. Piaccia o no all'avvocato del Popolo Conte e ai due vicepremier dell'allegra brigata gialloverde, per la comunità internazionale il Capo dello Stato, suo malgrado, è ormai anche il Capo del governo. È Mattarella il "facente funzioni", il supplente, il garante. È a lui che le cancellerie si rivolgono, per capire se con l'Italia valga ancora la pena di parlare.
È lui l'unico presidio affidabile, in un Paese che sta perdendo tutti i suoi consolidati e collaudati riferimenti atlantici, sostituendo la Russia all'Occidente e la fratellanza fascistoide con il cartello di Visegrád all'amicizia con i Paesi fondatori dell'Unione. Che questa sia la percezione che all'estero si ha di noi lo si è intuito sul caso Venezuela: dopo settimane di paurosi sbandamenti della coalizione penta-leghista, divisa tra la fascinazione per l'incubo maduregno dei gialli e la foga guaidista e anti-comunista dei verdi, è toccato proprio a Mattarella richiamare il governo alla fedeltà ai valori di democrazia e libertà già rivendicati dalla Ue.
Ora, con l'invito ufficiale all'Eliseo, preceduto dalla telefonata di quattro giorni fa, tutto è ancora più chiaro. L'ha spiegato il ministro degli Esteri francese Le Drian: "Il presidente Macron e il presidente Mattarella sono i custodi delle relazioni tra i nostri due Paesi, condividono la stessa visione di questo rapporto che ci rafforza a vicenda e ci impegna fortemente". Dunque, e dispiace dirlo perché questo è un problema per il Paese, Conte si rassegni. Servono a poco i suoi sforzi, e i suoi tentativi di dimostrare che il vero leader è lui, e non li maggior suoi, Salvini e Di Maio.
Con Conte si può bere un drink al bar nelle pause di un vertice europeo, come è capitato alla cancelliera Angela Merkel in un ormai leggendario fuorionda "rubato" da Piazza Pulita. Ma non più di questo. Se c'è da parlare di politica estera e di crisi internazionali, di Trump e di Xi Jinping, di Europa e di migranti, l'interlocutore è il presidente e non il premier.
Non c'è bisogno di rievocare l'odiosa sortita di Guy Verhofstadt, che senza averne alcun titolo ma solo per esigenze di campagna elettorale gli ha dato del burattino in una sede istituzionale europea. Basta rileggere le dichiarazioni di Dominique Moïsi, uno studioso dell'Istituto di Relazioni Internazionali che non deve estorcere il voto a nessuno: "Macron aveva puntato su Conte, ma poi ha capito che lui era una marionetta nelle mani degli altri due, e ha individuato in Mattarella l'unica personalità ragionevole oggi ai vertici dell'Italia con cui poter dialogare".
Certo, come il supponente leaderino dei liberaldemocratici belgi, anche i politici francesi hanno commesso i loro errori, peccando di spocchia transalpina e sbeffeggiando una nazione vicina. Ma è difficile pretendere rispetto quando non lo si è dato. Solo un mese fa Di Maio e Di Battista stazionavano tronfi davanti al Parlamento di Strasburgo, e dicevano "quel palazzo va chiuso, è una marchetta dell'Europa a Parigi". E solo dieci giorni fa Di Maio rincorreva per i Campi Elisi Christophe Chalençon, forse scambiandolo per Salvador Allende, e dicendogli "siamo con voi". È lì, come ha ribadito l'ambasciatore Masset, che "il limite è stato oltrepassato". Ed è lì che è diventato indispensabile l'intervento riparatore di Mattarella.
Ieri si è capito chi è, quello spiantato casseur in gilet giallo. Un tizio che dice "qui serve un colpo di Stato", aggiunge un "gruppo di paramilitari è pronto a far cadere il governo", minaccia "se mi toccano Macron finisce sulla ghigliottina". Insomma, non il tribuno di una plebe che chiede riscatto, ma un mezzo squilibrato cui serve un ricovero coatto. Lo ha capito anche Di Maio, che finalmente ha preso le distanze da questo poveretto, riservandogli idealmente, anche se tardivamente, l'unico "Vaffa" che per i grillini in crisi di identità vale ancora la pena di pronunciare.
Ma anche quel "Vaffa", da solo, non sarebbe bastato a siglare la pace con Parigi. Senza la mediazione del Colle, saremmo ancora qui, a strillare "vomitevoli" ai francesi, a urlare "mangia-crauti" ai tedeschi, a gridare "ubriacone" a Juncker. C'è solo da sperare che, in politica estera come in politica interna, possa reggere ancora a lungo questa ennesima anomalia tricolore: la "coabitazione all'italiana" tra un capo di governo che sparisce e un capo dello Stato che supplisce.
L'ambasciatore Christian Masset che torna a Roma dopo quasi due settimane di assenza, e prima ancora di rioccupare la sede vacante di Palazzo Farnese va al Quirinale per consegnare al presidente della Repubblica un invito personale di Emmanuel Macron, compie un gesto politico e simbolico che parla da solo. Piaccia o no all'avvocato del Popolo Conte e ai due vicepremier dell'allegra brigata gialloverde, per la comunità internazionale il Capo dello Stato, suo malgrado, è ormai anche il Capo del governo. È Mattarella il "facente funzioni", il supplente, il garante. È a lui che le cancellerie si rivolgono, per capire se con l'Italia valga ancora la pena di parlare.
È lui l'unico presidio affidabile, in un Paese che sta perdendo tutti i suoi consolidati e collaudati riferimenti atlantici, sostituendo la Russia all'Occidente e la fratellanza fascistoide con il cartello di Visegrád all'amicizia con i Paesi fondatori dell'Unione. Che questa sia la percezione che all'estero si ha di noi lo si è intuito sul caso Venezuela: dopo settimane di paurosi sbandamenti della coalizione penta-leghista, divisa tra la fascinazione per l'incubo maduregno dei gialli e la foga guaidista e anti-comunista dei verdi, è toccato proprio a Mattarella richiamare il governo alla fedeltà ai valori di democrazia e libertà già rivendicati dalla Ue.
Ora, con l'invito ufficiale all'Eliseo, preceduto dalla telefonata di quattro giorni fa, tutto è ancora più chiaro. L'ha spiegato il ministro degli Esteri francese Le Drian: "Il presidente Macron e il presidente Mattarella sono i custodi delle relazioni tra i nostri due Paesi, condividono la stessa visione di questo rapporto che ci rafforza a vicenda e ci impegna fortemente". Dunque, e dispiace dirlo perché questo è un problema per il Paese, Conte si rassegni. Servono a poco i suoi sforzi, e i suoi tentativi di dimostrare che il vero leader è lui, e non li maggior suoi, Salvini e Di Maio.
Con Conte si può bere un drink al bar nelle pause di un vertice europeo, come è capitato alla cancelliera Angela Merkel in un ormai leggendario fuorionda "rubato" da Piazza Pulita. Ma non più di questo. Se c'è da parlare di politica estera e di crisi internazionali, di Trump e di Xi Jinping, di Europa e di migranti, l'interlocutore è il presidente e non il premier.
Non c'è bisogno di rievocare l'odiosa sortita di Guy Verhofstadt, che senza averne alcun titolo ma solo per esigenze di campagna elettorale gli ha dato del burattino in una sede istituzionale europea. Basta rileggere le dichiarazioni di Dominique Moïsi, uno studioso dell'Istituto di Relazioni Internazionali che non deve estorcere il voto a nessuno: "Macron aveva puntato su Conte, ma poi ha capito che lui era una marionetta nelle mani degli altri due, e ha individuato in Mattarella l'unica personalità ragionevole oggi ai vertici dell'Italia con cui poter dialogare".
Certo, come il supponente leaderino dei liberaldemocratici belgi, anche i politici francesi hanno commesso i loro errori, peccando di spocchia transalpina e sbeffeggiando una nazione vicina. Ma è difficile pretendere rispetto quando non lo si è dato. Solo un mese fa Di Maio e Di Battista stazionavano tronfi davanti al Parlamento di Strasburgo, e dicevano "quel palazzo va chiuso, è una marchetta dell'Europa a Parigi". E solo dieci giorni fa Di Maio rincorreva per i Campi Elisi Christophe Chalençon, forse scambiandolo per Salvador Allende, e dicendogli "siamo con voi". È lì, come ha ribadito l'ambasciatore Masset, che "il limite è stato oltrepassato". Ed è lì che è diventato indispensabile l'intervento riparatore di Mattarella.
Ieri si è capito chi è, quello spiantato casseur in gilet giallo. Un tizio che dice "qui serve un colpo di Stato", aggiunge un "gruppo di paramilitari è pronto a far cadere il governo", minaccia "se mi toccano Macron finisce sulla ghigliottina". Insomma, non il tribuno di una plebe che chiede riscatto, ma un mezzo squilibrato cui serve un ricovero coatto. Lo ha capito anche Di Maio, che finalmente ha preso le distanze da questo poveretto, riservandogli idealmente, anche se tardivamente, l'unico "Vaffa" che per i grillini in crisi di identità vale ancora la pena di pronunciare.
Ma anche quel "Vaffa", da solo, non sarebbe bastato a siglare la pace con Parigi. Senza la mediazione del Colle, saremmo ancora qui, a strillare "vomitevoli" ai francesi, a urlare "mangia-crauti" ai tedeschi, a gridare "ubriacone" a Juncker. C'è solo da sperare che, in politica estera come in politica interna, possa reggere ancora a lungo questa ennesima anomalia tricolore: la "coabitazione all'italiana" tra un capo di governo che sparisce e un capo dello Stato che supplisce.