Brexit, a occhi aperti sul baratro
Ian Buruma , di IAN BURUMALa Gran Bretagna vedrà la propria influenza ridursi, la sua economia si contrarrà e le condizioni di vita dei suoi cittadini peggioreranno. Chi non sta facendo nulla per evitare questo disastro dovrà vergognarsi
Quella di osservare una società democratica e sofisticata dirigersi consapevolmente verso un disastro nazionale prevedibile ed evitabile è un’esperienza rara e allarmante. La maggioranza dei politici è perfettamente cosciente del fatto che la Brexit provocherà al loro Paese un danno enorme. Non stanno dormendo; hanno gli occhi ben aperti.
Una minoranza di ideologi illusi non si preoccupa della possibilità che la Gran Bretagna possa schiantarsi contro un muro. I pochi sognatori sciovinisti della destra, pungolati da parte della stampa, credono che lo “spirito del bulldog” che prevalse a Dunkirk farà superare i primi contrattempi e che la Gran Bretagna tornerà presto a imporsi come grande potenza quasi imperiale — pur non avendo più un impero. I neo-trotzkisti della sinistra, compreso il leader dell’opposizione Jeremy Corbyn, sembrano credere che la catastrofe obbligherà finalmente il popolo br…
Una minoranza di ideologi illusi non si preoccupa della possibilità che la Gran Bretagna possa schiantarsi contro un muro. I pochi sognatori sciovinisti della destra, pungolati da parte della stampa, credono che lo “spirito del bulldog” che prevalse a Dunkirk farà superare i primi contrattempi e che la Gran Bretagna tornerà presto a imporsi come grande potenza quasi imperiale — pur non avendo più un impero. I neo-trotzkisti della sinistra, compreso il leader dell’opposizione Jeremy Corbyn, sembrano credere che la catastrofe obbligherà finalmente il popolo br…
Quella di osservare una società democratica e sofisticata dirigersi consapevolmente verso un disastro nazionale prevedibile ed evitabile è un’esperienza rara e allarmante. La maggioranza dei politici è perfettamente cosciente del fatto che la Brexit provocherà al loro Paese un danno enorme. Non stanno dormendo; hanno gli occhi ben aperti.
Una minoranza di ideologi illusi non si preoccupa della possibilità che la Gran Bretagna possa schiantarsi contro un muro. I pochi sognatori sciovinisti della destra, pungolati da parte della stampa, credono che lo “spirito del bulldog” che prevalse a Dunkirk farà superare i primi contrattempi e che la Gran Bretagna tornerà presto a imporsi come grande potenza quasi imperiale — pur non avendo più un impero. I neo-trotzkisti della sinistra, compreso il leader dell’opposizione Jeremy Corbyn, sembrano credere che la catastrofe obbligherà finalmente il popolo britannico a reclamare il vero socialismo.
La maggior parte delle persone, sia a destra che a sinistra, sanno come stanno realmente le cose. Come indubbiamente lo sa Theresa May, che ha votato a favore della permanenza della Gran Bretagna in seno all’Unione Europea. Eppure quasi tutti si rifiutano di fare qualcosa per arrestare il processo che porta verso una catastrofica “no-deal Brexit”. Il Parlamento ha bocciato le proposte mirate a rinviare la decisione o a soppesare delle soluzioni alternative all’impopolare exit strategy del primo ministro. A quanto pare gli interessi di partito, lo sciovinismo dei media e una singolare indifferenza nei confronti di qualsiasi cosa accade al di là dei confini nazionali hanno paralizzato la volontà collettiva dei politici britannici. I quali, anziché darsi da fare per scongiurare il peggio, continuano a illudersi che ulteriori dibattiti e maggiori concessioni da parte di Bruxelles possano in qualche modo salvare in extremis la Gran Bretagna.
Questo singolare processo di suicidio nazionale ha tuttavia dei precedenti. La prima analogia che mi viene in mente è quella con il Giappone, che imboccò una deriva che nel 1941 lo portò a una catastrofica guerra con gli Stati Uniti. Le differenze tra le due situazioni sono evidenti: a dispetto di tutte le nostalgiche scempiaggini in circolazione, che evocano gli Spitfire e Dunkirk, la Gran Bretagna non sta minacciando di scatenare alcuna guerra. Mentre nel Giappone di quegli anni la democrazia era stata praticamente soffocata dalle fazioni militari e dal controllo esercitato dallo Stato autoritario. I paralleli, tuttavia, rimangono notevoli.
Un numero relativamente contenuto di militaristi invasati, incitati da ideologi fascistoidi e da ufficiali per lo più di medio rango auspicavano una guerra con l’Occidente. E la maggioranza dei politici (compresi i generali e gli ammiragli), pur sapendo bene che provocare uno scontro con una potenza immensamente superiore da un punto di vista militare e industriale sarebbe stato folle, non seppero o non vollero scongiurarlo. Alcuni di loro fecero addirittura propria la retorica estremista degli invasati, ma senza convinzione. Un po’ come Theresa May che asseconda gli irriducibili della Brexit.
Il principale stratega dell’attacco di Pearl Harbor, l’ammiraglio Yamamoto Isoroku — un uomo di grande intelligenza che aveva studiato ad Harvard e conosceva molto bene gli Stati Uniti — era stato uno strenuo oppositore della guerra. Pur nutrendo la vana speranza che attraverso i negoziati si potesse scongiurare una guerra vera e propria, compì il proprio dovere sino in fondo, escogitando l’attacco. Il principe Konoe, all’epoca primo ministro (il cui figlio aveva studiato a Princeton) desiderava evitare la guerra con gli Stati Uniti e chiedeva con insistenza nuovi incontri con gli americani, mantenendo al tempo stesso una posizione confusa e sperando di ottenere le assurde concessioni pretese dagli estremisti giapponesi — ai quali, per debolezza o indecisione, non sapeva opporsi.
Si faceva un gran parlare di scadenze da imporre o da rinviare. Così come accade oggi con la Brexit e l’Europa, gli americani non riuscirono mai a capire cosa volessero esattamente i giapponesi. In realtà nemmeno i giapponesi lo sapevano con chiarezza. Coloro che vedevano la catastrofe avvicinarsi ma si rifiutavano di agire speravano di salvarsi mantenendo aperti i negoziati con gli americani. Alla fine però gli americani si stancarono di trattare. E un simile atteggiamento finì per causare la morte di milioni di persone e la distruzione quasi totale del Giappone.
A tutta prima l’attacco di Pearl Harbor fu accolto dai giapponesi con una sorta di sollievo. Finalmente era stata fatta chiarezza. Qualsiasi cosa era preferibile a quella situazione di indecisione senza fine. Adesso che il Giappone era davvero solo, la versione nipponica dello “spirito del bulldog” avrebbe in qualche modo ricomposto la situazione. Anche i giapponesi, così come i britannici, subiscono il fascino perverso dello “splendido isolamento“. In ogni caso, combattere gli imperialisti occidentali era più dignitoso che tentare di sconfiggere i cinesi a furia di massacri, sino a sottometterli.
Una Brexit no-deal potrebbe produrre un effetto analogo sui britannici. Non si può biasimare chi non ne può più dei battibecchi in Parlamento e dell’infinito protrarsi dei negoziati con Bruxelles, che non sembrano portare da nessuna parte. Con l’incertezza si può convivere solo sino a un certo punto, oltrepassato il quale è preferibile avere certezza del peggio.
La maggioranza della stampa britannica (che pure non è condizionata dalla censura che negli anni Trenta e Quaranta soffocava invece quella giapponese) ha adottato un atteggiamento sciovinista paragonabile a quello mantenuto dai media nipponici in tempo di guerra. Decenni di propaganda antieuropea hanno forse convinto molti britannici ad accettare le privazioni che deriverebbero da una hard Brexit. Molti di loro sono sicuramente pronti ad attribuire la colpa della scarsità di merci, dell’incremento dei prezzi, delle lunghe file alle frontiere e della perdita dei posti di lavoro ai dannati stranieri. (Ancora oggi i nazionalisti giapponesi ritengono che l’attacco di Pearl Harbor sia stato causato dall’intransigenza degli Usa).
Ma anche nel caso in cui le cose andassero in quel modo, nel Paese si diffonderebbe presto un atteggiamento di disincanto — come accadde in Giappone una volta che l’euforia per Pearl Harbor iniziò a scemare. Le città britanniche non saranno bombardate, la Gran Bretagna non verrà invasa né occupata, e c’è da augurarsi che nessuno perderà la vita. Ma la Gran Bretagna vedrà la propria influenza ridursi drasticamente. La sua economia si contrarrà, e le condizioni di vita della maggior parte dei suoi cittadini peggioreranno. Per i principali sostenitori della hard Brexit tutto questo forse non sarà un problema. Al quel punto, però, non si potranno incolpare solo personaggi come Boris Johnson, Nigel Farage o Jacob Rees-Mogg. A vergognarsi dovranno essere soprattutto coloro che, pur sapendo come stavano realmente le cose, non hanno fatto nulla per cambiarne il corso.
Traduzione di Marzia Porta
Una minoranza di ideologi illusi non si preoccupa della possibilità che la Gran Bretagna possa schiantarsi contro un muro. I pochi sognatori sciovinisti della destra, pungolati da parte della stampa, credono che lo “spirito del bulldog” che prevalse a Dunkirk farà superare i primi contrattempi e che la Gran Bretagna tornerà presto a imporsi come grande potenza quasi imperiale — pur non avendo più un impero. I neo-trotzkisti della sinistra, compreso il leader dell’opposizione Jeremy Corbyn, sembrano credere che la catastrofe obbligherà finalmente il popolo britannico a reclamare il vero socialismo.
La maggior parte delle persone, sia a destra che a sinistra, sanno come stanno realmente le cose. Come indubbiamente lo sa Theresa May, che ha votato a favore della permanenza della Gran Bretagna in seno all’Unione Europea. Eppure quasi tutti si rifiutano di fare qualcosa per arrestare il processo che porta verso una catastrofica “no-deal Brexit”. Il Parlamento ha bocciato le proposte mirate a rinviare la decisione o a soppesare delle soluzioni alternative all’impopolare exit strategy del primo ministro. A quanto pare gli interessi di partito, lo sciovinismo dei media e una singolare indifferenza nei confronti di qualsiasi cosa accade al di là dei confini nazionali hanno paralizzato la volontà collettiva dei politici britannici. I quali, anziché darsi da fare per scongiurare il peggio, continuano a illudersi che ulteriori dibattiti e maggiori concessioni da parte di Bruxelles possano in qualche modo salvare in extremis la Gran Bretagna.
Questo singolare processo di suicidio nazionale ha tuttavia dei precedenti. La prima analogia che mi viene in mente è quella con il Giappone, che imboccò una deriva che nel 1941 lo portò a una catastrofica guerra con gli Stati Uniti. Le differenze tra le due situazioni sono evidenti: a dispetto di tutte le nostalgiche scempiaggini in circolazione, che evocano gli Spitfire e Dunkirk, la Gran Bretagna non sta minacciando di scatenare alcuna guerra. Mentre nel Giappone di quegli anni la democrazia era stata praticamente soffocata dalle fazioni militari e dal controllo esercitato dallo Stato autoritario. I paralleli, tuttavia, rimangono notevoli.
Un numero relativamente contenuto di militaristi invasati, incitati da ideologi fascistoidi e da ufficiali per lo più di medio rango auspicavano una guerra con l’Occidente. E la maggioranza dei politici (compresi i generali e gli ammiragli), pur sapendo bene che provocare uno scontro con una potenza immensamente superiore da un punto di vista militare e industriale sarebbe stato folle, non seppero o non vollero scongiurarlo. Alcuni di loro fecero addirittura propria la retorica estremista degli invasati, ma senza convinzione. Un po’ come Theresa May che asseconda gli irriducibili della Brexit.
Il principale stratega dell’attacco di Pearl Harbor, l’ammiraglio Yamamoto Isoroku — un uomo di grande intelligenza che aveva studiato ad Harvard e conosceva molto bene gli Stati Uniti — era stato uno strenuo oppositore della guerra. Pur nutrendo la vana speranza che attraverso i negoziati si potesse scongiurare una guerra vera e propria, compì il proprio dovere sino in fondo, escogitando l’attacco. Il principe Konoe, all’epoca primo ministro (il cui figlio aveva studiato a Princeton) desiderava evitare la guerra con gli Stati Uniti e chiedeva con insistenza nuovi incontri con gli americani, mantenendo al tempo stesso una posizione confusa e sperando di ottenere le assurde concessioni pretese dagli estremisti giapponesi — ai quali, per debolezza o indecisione, non sapeva opporsi.
Si faceva un gran parlare di scadenze da imporre o da rinviare. Così come accade oggi con la Brexit e l’Europa, gli americani non riuscirono mai a capire cosa volessero esattamente i giapponesi. In realtà nemmeno i giapponesi lo sapevano con chiarezza. Coloro che vedevano la catastrofe avvicinarsi ma si rifiutavano di agire speravano di salvarsi mantenendo aperti i negoziati con gli americani. Alla fine però gli americani si stancarono di trattare. E un simile atteggiamento finì per causare la morte di milioni di persone e la distruzione quasi totale del Giappone.
A tutta prima l’attacco di Pearl Harbor fu accolto dai giapponesi con una sorta di sollievo. Finalmente era stata fatta chiarezza. Qualsiasi cosa era preferibile a quella situazione di indecisione senza fine. Adesso che il Giappone era davvero solo, la versione nipponica dello “spirito del bulldog” avrebbe in qualche modo ricomposto la situazione. Anche i giapponesi, così come i britannici, subiscono il fascino perverso dello “splendido isolamento“. In ogni caso, combattere gli imperialisti occidentali era più dignitoso che tentare di sconfiggere i cinesi a furia di massacri, sino a sottometterli.
Una Brexit no-deal potrebbe produrre un effetto analogo sui britannici. Non si può biasimare chi non ne può più dei battibecchi in Parlamento e dell’infinito protrarsi dei negoziati con Bruxelles, che non sembrano portare da nessuna parte. Con l’incertezza si può convivere solo sino a un certo punto, oltrepassato il quale è preferibile avere certezza del peggio.
La maggioranza della stampa britannica (che pure non è condizionata dalla censura che negli anni Trenta e Quaranta soffocava invece quella giapponese) ha adottato un atteggiamento sciovinista paragonabile a quello mantenuto dai media nipponici in tempo di guerra. Decenni di propaganda antieuropea hanno forse convinto molti britannici ad accettare le privazioni che deriverebbero da una hard Brexit. Molti di loro sono sicuramente pronti ad attribuire la colpa della scarsità di merci, dell’incremento dei prezzi, delle lunghe file alle frontiere e della perdita dei posti di lavoro ai dannati stranieri. (Ancora oggi i nazionalisti giapponesi ritengono che l’attacco di Pearl Harbor sia stato causato dall’intransigenza degli Usa).
Ma anche nel caso in cui le cose andassero in quel modo, nel Paese si diffonderebbe presto un atteggiamento di disincanto — come accadde in Giappone una volta che l’euforia per Pearl Harbor iniziò a scemare. Le città britanniche non saranno bombardate, la Gran Bretagna non verrà invasa né occupata, e c’è da augurarsi che nessuno perderà la vita. Ma la Gran Bretagna vedrà la propria influenza ridursi drasticamente. La sua economia si contrarrà, e le condizioni di vita della maggior parte dei suoi cittadini peggioreranno. Per i principali sostenitori della hard Brexit tutto questo forse non sarà un problema. Al quel punto, però, non si potranno incolpare solo personaggi come Boris Johnson, Nigel Farage o Jacob Rees-Mogg. A vergognarsi dovranno essere soprattutto coloro che, pur sapendo come stavano realmente le cose, non hanno fatto nulla per cambiarne il corso.
Traduzione di Marzia Porta