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(ansa)

L’autarchia e la musica dei sovranisti

La lunghissima scia sanremese sta creando un effetto sorprendente: mai la canzone è stata così popolare, così discussa, così "importante". I promotori della legge dicono di voler sostenere la discografia. Parole sante. Ma siamo sicuri che la prima cosa da fare sia quella di imporre una quota autarchica alle libere scelte della radiofonia?

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Mai scia di Sanremo fu così lunga, a memoria d'uomo. Se ne occupano tutti, ma proprio tutti, dai perdigiorno da bar fino ai piani alti della politica. Tanto da pensare addirittura di mettere mano alla legislazione. Dell'idea, partita da alcuni parlamentari della Lega, di imporre una quota obbligatoria di almeno uno su tre pezzi italiani all'intera radiofonia, se ne parla almeno dal 1994, da quando in Francia partì la legge Toubon che si rivolgeva a una più ampia visione della valorizzazione della lingua francese e che in quell'ambito imponeva alle radio di garantire una quota del 40 per cento di prodotto nazionale. Insomma l'idea è nell'aria da molti anni, ma si è sempre rinunciato, considerando che le imposizioni, in questo settore fondato per definizione su scelte creative, soggettive, libere, sono sempre discutibili, dubbie, e in fin dei conti antipatiche. E soprattutto potrebbe risultare una decisione anti-storica, poco rispondente alla realtà di questo periodo. Andiamo a guardare numeri e classifiche, anche per renderci conto del punto di partenza da cui tutto dovrebbe discendere.

Basta dare un'occhiata al sito EarOne che mostra le classifiche dell'airplay radiofonico, ovvero della frequenza con cui i pezzi vengono mandati in onda, e si scopre che nella ultima classifica settimanale, ben dieci su venti sono italiani. Si potrebbe giustamente pensare che in questa settimana c'è stata la spinta dell'effetto Sanremo, ma se si va alla settimana precedente la quota scende di appena un punto: nove su venti sono italiani. Per maggiore sicurezza andiamo a guardare la media annuale. Nella top 100 dell'intero 2018 ci sono ben 49 pezzi italiani, quasi il 50%. Anche le classifiche discografiche e di streaming parlano di una netta supremazia della musica italiana su quella straniera, segno di un momento felice che avrebbe bisogno di politiche accorte, più che di scelte forzatamente autarchiche. Sulle quali, come è noto, è bene non esagerare. La storia francese ci racconta di un orgoglio nazionale fondato su solide radici storiche.

Da noi, anche in musica, si sono autarchicamente compiute ridicole nefandezze, come quando per far passare le ebbrezze jazzistiche, americane e "negroidi", ovviamente malviste dal regime, bisognava truccarle opportunamante. Finì che Saint Louis Blues diventò Le malinconie di San Luigi, e Louis Armstrong e Benny Goodman furono chiamati Fortebraccio e Buonomo. Lo stesso slancio che vuole riportare la volontà popolare al festival contro le lobby (quali?) che avrebbero imposto Mahmood (che se si facesse chiamare Mamudelli staremmo tutti più tranquilli) dovrebbe tener conto che il televoto non è esattamente l'espressione della maggioranza, visto che nell'unico anno in cui la finale è stata votata unicamente dal televoto ha vinto Marco Carta sulla scia del parziale e settoriale successo del talent Amici.

Di buono c'è che la lunghissima scia sanremese sta creando un effetto sorprendente: mai la canzone è stata così popolare, così discussa, così "importante". I promotori della legge dicono di voler sostenere la produzione musicale, di incentivare la nuova produzione. Parole sante, anche perché è assolutamente vero che stiamo parlando di un segmento fondamentale della nostra produzione, per non dire dell'importanza formativa, culturale, identitaria. È un settore che non è mai stato degno di attenzione da parte delle istituzioni. C'è tanto da fare. Ma siamo sicuri che la prima cosa sia quella di imporre una quota autarchica alle libere scelte della radiofonia?
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