Giustizia fiscale, patrimoniale d’America
Thomas Piketty , di THOMAS PIKETTYIl tema sarà al centro della campagna presidenziale del 2020. Sarebbe un'innovazione forte in termini di equità
E se a dare il colpo di grazia a Emmanuel Macron non fossero i gilet gialli, ma una senatrice del Massachussets? Elizabeth Warren, docente di diritto a Harvard, non è esattamente un'adepta del chavismo o della guerriglia urbana. Candidata alle primarie democratiche del 2020, ha reso recentemente di pubblico dominio quello che sicuramente sarà uno dei punti chiave della prossima campagna: l'istituzione - per la prima volta negli Stati Uniti - di una vera imposta patrimoniale. Il progetto Warren, elaborato con cura da Emmanuel Saez e Gabriel Zucman e sostenuto dai migliori costituzionalisti, prevede di tassare al 2% i patrimoni compresi tra 50 milioni e 1 miliardo di dollari, e al 3% quelli superiori a 1 miliardo.
La proposta comprende inoltre una exit tax del 40% del patrimonio per chi scelga di lasciare il Paese e rinunciare alla cittadinanza statunitense.
Il dibattito è appena all'inizio, e la tabella delle aliquote proposte potrebbe essere ul…
La proposta comprende inoltre una exit tax del 40% del patrimonio per chi scelga di lasciare il Paese e rinunciare alla cittadinanza statunitense.
Il dibattito è appena all'inizio, e la tabella delle aliquote proposte potrebbe essere ul…
E se a dare il colpo di grazia a Emmanuel Macron non fossero i gilet gialli, ma una senatrice del Massachussets? Elizabeth Warren, docente di diritto a Harvard, non è esattamente un'adepta del chavismo o della guerriglia urbana. Candidata alle primarie democratiche del 2020, ha reso recentemente di pubblico dominio quello che sicuramente sarà uno dei punti chiave della prossima campagna: l'istituzione - per la prima volta negli Stati Uniti - di una vera imposta patrimoniale. Il progetto Warren, elaborato con cura da Emmanuel Saez e Gabriel Zucman e sostenuto dai migliori costituzionalisti, prevede di tassare al 2% i patrimoni compresi tra 50 milioni e 1 miliardo di dollari, e al 3% quelli superiori a 1 miliardo.
La proposta comprende inoltre una exit tax del 40% del patrimonio per chi scelga di lasciare il Paese e rinunciare alla cittadinanza statunitense.
Il dibattito è appena all'inizio, e la tabella delle aliquote proposte potrebbe essere ulteriormente estesa o resa più progressiva, con tassi fino al 5-10% per i multimiliardari. Comunque sia, il tema della giustizia fiscale sarà certamente al centro della campagna presidenziale del 2020. La rappresentante di New York, Alexandria Ocasio-Cortez, ha proposto di tassare al 70% i redditi più elevati, mentre Bernie Sanders chiede un'imposta di successione del 77% sui maggiori patrimoni. Se la proposta Warren è la più innovativa, le altre due sono complementari ad essa, e i tre diversi approcci si integrano positivamente.
Per una miglior comprensione è il caso di fare un passo indietro. Tra il 1980 e il 1910, quando negli Usa si accelerava la concentrazione delle ricchezze finanziarie e industriali, il Paese rischiava di andare incontro a un livello di sperequazioni quasi pari a quello della vecchia Europa. Si sviluppò allora un forte movimento politico in favore di una maggiore equità, che nel 1913 portò all'introduzione di un'imposta federale sui redditi, e nel 1916 a una tassa sulle successioni.
Tra il 1930 e il 1980, negli Stati Uniti le aliquote applicate ai redditi più elevati erano in media dell'81%, e la tassa di successione poteva arrivare, per i grandi patrimoni, fino al 74 per cento. Com'è evidente questi prelievi, lungi dal soffocare il capitalismo statunitense, lo hanno reso più egualitario e produttivo. In seguito, sia Reagan sia Bush, e da ultimo Trump, hanno tentato di distruggere quest'eredità, voltando le spalle alle origini egualitarie del Paese. Hanno fatto assegnamento sull'amnesia storica e soffiato sul fuoco delle divisioni identitarie.
Oggi uno sguardo retrospettivo sul bilancio di questa politica mostra chiaramente i suoi catastrofici effetti. Tra il 1980 e il 2020 la crescita del reddito nazionale per abitante appare dimezzata a confronto col periodo 1930-1980, e per di più è interamente risucchiata dai ceti più abbienti, con la conseguente, totale stagnazione dei redditi del 50% più povero della popolazione. La novità è che ora, oltre alle imposte sui redditi e sulle successioni, si prospetta anche l'introduzione di un'imposta annuale progressiva sui patrimoni.
Si tratterebbe di un'innovazione cruciale, sia in termini di equità sia di efficacia. Nel caso di un'imposta annuale sul patrimonio, concepita per essere applicata su basi permanenti, le aliquote sarebbero abbastanza consistenti per consentire una vera mobilità dei patrimoni. Da questo punto di vista l'imposta sulle successioni comporta tempi troppo lunghi. Non si può aspettare che Bezos o Zuckerberg arrivino a novant'anni per cominciare a pagare le imposte. Col tasso del 3% proposto da Elizabeth Warren, un patrimonio statico di 100 miliardi impiegherebbe 30 anni per tornare alla comunità. Un buon inizio. Ma si dovrebbe puntare più in alto (al 5-10% o anche di più) tenuto conto della progressione media dei maggiori patrimoni finanziari.
È altresì cruciale che la totalità del gettito sia destinata a ridurre disuguaglianze. In particolare, sia la property tax statunitense sia l'imposta fondiaria francese gravano oggi pesantemente sui contribuenti più modesti. Il problema è che dal XVIII secolo a oggi, queste due venerabili imposte sui patrimoni non sono mai state veramente ripensate. Sarebbe ora di trasformarle in imposte progressive sul patrimonio netto, prevedendo al tempo stesso forti sconti a favore delle famiglie che si sono indebitate per poter accedere alla proprietà. C'è da sperare che la prossima campagna statunitense, come il dibattito francese intorno ai gilet gialli, consenta infine l'avvio di una discussione di fondo sui temi dell'imposizione patrimoniale e della giustizia fiscale.
Traduzione di Elisabetta Horvat
La proposta comprende inoltre una exit tax del 40% del patrimonio per chi scelga di lasciare il Paese e rinunciare alla cittadinanza statunitense.
Il dibattito è appena all'inizio, e la tabella delle aliquote proposte potrebbe essere ulteriormente estesa o resa più progressiva, con tassi fino al 5-10% per i multimiliardari. Comunque sia, il tema della giustizia fiscale sarà certamente al centro della campagna presidenziale del 2020. La rappresentante di New York, Alexandria Ocasio-Cortez, ha proposto di tassare al 70% i redditi più elevati, mentre Bernie Sanders chiede un'imposta di successione del 77% sui maggiori patrimoni. Se la proposta Warren è la più innovativa, le altre due sono complementari ad essa, e i tre diversi approcci si integrano positivamente.
Per una miglior comprensione è il caso di fare un passo indietro. Tra il 1980 e il 1910, quando negli Usa si accelerava la concentrazione delle ricchezze finanziarie e industriali, il Paese rischiava di andare incontro a un livello di sperequazioni quasi pari a quello della vecchia Europa. Si sviluppò allora un forte movimento politico in favore di una maggiore equità, che nel 1913 portò all'introduzione di un'imposta federale sui redditi, e nel 1916 a una tassa sulle successioni.
Tra il 1930 e il 1980, negli Stati Uniti le aliquote applicate ai redditi più elevati erano in media dell'81%, e la tassa di successione poteva arrivare, per i grandi patrimoni, fino al 74 per cento. Com'è evidente questi prelievi, lungi dal soffocare il capitalismo statunitense, lo hanno reso più egualitario e produttivo. In seguito, sia Reagan sia Bush, e da ultimo Trump, hanno tentato di distruggere quest'eredità, voltando le spalle alle origini egualitarie del Paese. Hanno fatto assegnamento sull'amnesia storica e soffiato sul fuoco delle divisioni identitarie.
Oggi uno sguardo retrospettivo sul bilancio di questa politica mostra chiaramente i suoi catastrofici effetti. Tra il 1980 e il 2020 la crescita del reddito nazionale per abitante appare dimezzata a confronto col periodo 1930-1980, e per di più è interamente risucchiata dai ceti più abbienti, con la conseguente, totale stagnazione dei redditi del 50% più povero della popolazione. La novità è che ora, oltre alle imposte sui redditi e sulle successioni, si prospetta anche l'introduzione di un'imposta annuale progressiva sui patrimoni.
Si tratterebbe di un'innovazione cruciale, sia in termini di equità sia di efficacia. Nel caso di un'imposta annuale sul patrimonio, concepita per essere applicata su basi permanenti, le aliquote sarebbero abbastanza consistenti per consentire una vera mobilità dei patrimoni. Da questo punto di vista l'imposta sulle successioni comporta tempi troppo lunghi. Non si può aspettare che Bezos o Zuckerberg arrivino a novant'anni per cominciare a pagare le imposte. Col tasso del 3% proposto da Elizabeth Warren, un patrimonio statico di 100 miliardi impiegherebbe 30 anni per tornare alla comunità. Un buon inizio. Ma si dovrebbe puntare più in alto (al 5-10% o anche di più) tenuto conto della progressione media dei maggiori patrimoni finanziari.
È altresì cruciale che la totalità del gettito sia destinata a ridurre disuguaglianze. In particolare, sia la property tax statunitense sia l'imposta fondiaria francese gravano oggi pesantemente sui contribuenti più modesti. Il problema è che dal XVIII secolo a oggi, queste due venerabili imposte sui patrimoni non sono mai state veramente ripensate. Sarebbe ora di trasformarle in imposte progressive sul patrimonio netto, prevedendo al tempo stesso forti sconti a favore delle famiglie che si sono indebitate per poter accedere alla proprietà. C'è da sperare che la prossima campagna statunitense, come il dibattito francese intorno ai gilet gialli, consenta infine l'avvio di una discussione di fondo sui temi dell'imposizione patrimoniale e della giustizia fiscale.
Traduzione di Elisabetta Horvat