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M5S, il partito bi-personale

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Il Movimento cambia e si fa organizzazione. Resta l'ambiguità di un leader che risponde al capo-ombra
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Quelli che volevano dare tutto il potere alla Rete, capovolgere la piramide della politica e renderla trasparente con lo streaming hanno deciso ieri di cambiare tutto con un vertice a tre coperto dal più rigoroso segreto, un summit a tavola in un grande albergo romano nel quale l'ultima parola spettava all'unico dei tre - Davide Casaleggio - che non è neanche iscritto al Movimento 5 Stelle eppure conta più di tutti gli altri messi insieme perché come ha scritto il New York Times è "l'uomo misterioso che guida il Movimento dall'ombra".

Dunque Beppe Grillo, un comico che per far ridere qualcuno ormai deve sfottere il referendum da barzelletta su un blog che non è più suo ("Se voti Sì vuol dire No, se voti No vuol dire Sì"), Luigi Di Maio che ha preso il suo posto come "capo politico", e in quanto tale s'è assegnato anche due ministeri e la poltrona di vicepremier, e a…
Quelli che volevano dare tutto il potere alla Rete, capovolgere la piramide della politica e renderla trasparente con lo streaming hanno deciso ieri di cambiare tutto con un vertice a tre coperto dal più rigoroso segreto, un summit a tavola in un grande albergo romano nel quale l'ultima parola spettava all'unico dei tre - Davide Casaleggio - che non è neanche iscritto al Movimento 5 Stelle eppure conta più di tutti gli altri messi insieme perché come ha scritto il New York Times è "l'uomo misterioso che guida il Movimento dall'ombra".

Dunque Beppe Grillo, un comico che per far ridere qualcuno ormai deve sfottere il referendum da barzelletta su un blog che non è più suo ("Se voti Sì vuol dire No, se voti No vuol dire Sì"), Luigi Di Maio che ha preso il suo posto come "capo politico", e in quanto tale s'è assegnato anche due ministeri e la poltrona di vicepremier, e appunto Casaleggio jr che insieme a 73 mila euro ha ricevuto in eredità dal geniale padre anche la stanza dei bottoni del primo partito d'Italia si sono dati appuntamento a pranzo a un tavolo dell'Hotel Forum e tra l'antipasto e il dessert hanno deciso di cambiare pelle al Movimento.

"Conveniamo tutti che ci sia bisogno di un'organizzazione", ha annunciato Di Maio, provando ad alleggerire col suo eterno sorriso da bravo ragazzo il peso formidabile di una parola che sancisce definitivamente la fine del movimento e la nascita del partito. Non c'è nulla di scandaloso né di riprovevole, sia chiaro, nel prendere atto che non si può governare un Paese affidando ogni decisione ai meetup di quartiere o alle consultazioni online, e che una classe politica non dura a lungo se assegna le poltrone di potere con una rotazione tra inesperti, raccontando la favoletta romantica del disoccupato che diventa deputato e magari sottosegretario o ministro e poi dopo due mandati se ne torna serenamente a fare il disoccupato.

Una forza politica che - legittimamente - coltiva il sogno di restare a lungo nel Palazzo deve darsi un'organizzazione, deve far crescere le nuove leve in ogni regione, e soprattutto non può affidarsi all'improvvisazione e al dilettantismo. Non è dunque sbagliata, se la prospettiva è quella di consolidare le radici del Movimento nel territorio, l'idea di superare il limite dei due mandati per i consiglieri comunali, permettendo ai cinquestelle di non perdere per strada quel capitale faticosamente accumulato che si chiama esperienza. Purché sia evidente che con questo passo cade, nel regno pentastellato della purezza, il tabù della carriera politica: chi è in gamba potrà restare anche più di due mandati, e magari salire i gradini del Palazzo.

Ma è quella parola, "organizzazione", il nodo che arriva finalmente al pettine. E pone subito una domanda-chiave. Come vuole organizzarlo, Di Maio, questo partito che accusava Matteo Renzi di voler diventare "un uomo solo al comando" e oggi è sempre più chiaramente nelle mani di una sola persona - il suo capo politico - che non risponde a nessuno se non all'"uomo misterioso"? Vuol farne un moderno partito di massa, dove abbia cittadinanza anche il dissenso e gli iscritti possano incontrarsi, discutere e votare guardandosi in faccia, oppure vuole rafforzare il potere del capo e del suo clan di fedelissimi, chiamando di tanto in tanto qualche migliaio di iscritti a dire sì a qualche plebiscito-bonsai, su un sito colabrodo, che risparmi al vertice la fatica e il rischio di prendere decisioni imbarazzanti? 

È un bivio quello davanti al quale è arrivato Di Maio. Deve decidere se far vivere di vita propria il Movimento, tagliando l'inconfessabile cordone ombelicale che lo tiene legato ai server della Casaleggio Associati, o se continuare a essere il sempre allegro frontman di una politica governata dal marketing e manovrata dall'ombra.