Il miglior film dell'anno forse non è Green book, che però rappresenta la buona volontà degli Oscar, sia pure con furba cautela, di schierarsi ancora una volta contro il razzismo negli Stati Uniti e nel mondo. Neppure Moonlight, storia di omosessualità nera diretta dal nero Barry Jenkins, era il miglior film del 2017, però vinse l'Oscar, come l'attrice nera non protagonista e lo sceneggiatore nero autore del testo teatrale da cui era tratto.
E questa volta è stato un nero, Spike Lee, a interrompere la cerimonia impolverata dagli anni, saltando sul palco in festa, tutto uno scambio di baci anche velenosi ma sempre baci, una specie di folletto tutto vestito di viola, viola anche la montatura degli occhiali, d'oro sulle due mani una specie di pugno di ferro con la scritta love; premiato per la miglior sceneggiatura non originale assieme a tre colleghi, per BlacKkKlansman, storia sorridente e quasi vera del primo nero accolto…
E questa volta è stato un nero, Spike Lee, a interrompere la cerimonia impolverata dagli anni, saltando sul palco in festa, tutto uno scambio di baci anche velenosi ma sempre baci, una specie di folletto tutto vestito di viola, viola anche la montatura degli occhiali, d'oro sulle due mani una specie di pugno di ferro con la scritta love; premiato per la miglior sceneggiatura non originale assieme a tre colleghi, per BlacKkKlansman, storia sorridente e quasi vera del primo nero accolto…
Il miglior film dell'anno forse non è Green book, che però rappresenta la buona volontà degli Oscar, sia pure con furba cautela, di schierarsi ancora una volta contro il razzismo negli Stati Uniti e nel mondo. Neppure Moonlight, storia di omosessualità nera diretta dal nero Barry Jenkins, era il miglior film del 2017, però vinse l'Oscar, come l'attrice nera non protagonista e lo sceneggiatore nero autore del testo teatrale da cui era tratto.
E questa volta è stato un nero, Spike Lee, a interrompere la cerimonia impolverata dagli anni, saltando sul palco in festa, tutto uno scambio di baci anche velenosi ma sempre baci, una specie di folletto tutto vestito di viola, viola anche la montatura degli occhiali, d'oro sulle due mani una specie di pugno di ferro con la scritta love; premiato per la miglior sceneggiatura non originale assieme a tre colleghi, per BlacKkKlansman, storia sorridente e quasi vera del primo nero accolto negli anni '60 nella polizia piuttosto razzista, che si infiltra nel Ku Klux Klan.
Il regista si è gettato sul microfono per richiamare la folla plaudente "a riappropriarsi della propria umanità. Questa volta davanti al mondo onoro i miei avi che hanno costruito il nostro Paese. Il 2020 è dietro l'angolo, facciamo la scelta morale di amore contro odio. Fai la cosa giusta!", titolo del suo primo successo. Subito Trump con la velocità di chi non sta facendo nulla, alla Salvini, ha accusato il regista "di razzismo contro il suo presidente che ha fatto per i neri più di qualunque altro". Non vero, ma al vanto dei bugiardi ci siamo abituati.
Gli Oscar stanno vivendo un periodo di impegno civile e politico, infatti si davano per vincitori o il messicano Roma (premiato come miglior film straniero, per regia e fotografia) o l'americano Vice che ha ottenuto l'Oscar solo per il trucco. Abbandonato ogni strascico di imperio femminile e di molestie maschili, Hollywood ha scelto in questo 2019 dall'incerto futuro di usare la propria libertà per dare più spazio a storie e personaggi afroamericani; oltre a Spike Lee, ai due attori non protagonisti, Regina King e Mahershala Ali, a colonna sonora, scenografia, costumi del grandioso Marvel di gran successo Black Panther.
Poi c'è il miglior film, certo, Green book: regista bianco, Peter Farrelly, protagonista bianco, Viggo Mortensen, sceneggiatore bianco, Tony Vallelonga, e il solo nero Mahershala Ali, alla sua seconda statuetta dopo Moonlight. Molti non sono d'accordo, non solo per il valore del film, quanto per essere la storia vera di un grande pianista di colore gay, Dan Shirley, negli anni della segregazione razziale, film riposante, sorridente, piacevole, scritto dal figlio di quello che gli fu autista, l'italoamericano Tony Lip. Senza però sentire i parenti di Shirley: col facile contrasto dall'iniziale reciproco razzismo alla happy end dell'amicizia. Che non ci fu, pare, nella realtà. Il merito anche per gli spettatori italiani, è di ricordare la stupidità del razzismo, la sua volgarità, quella che oggi, non cinquanta anni fa, ha fatto intervenire un nostro ministro sui risultati di un festival di canzoni.
Ma la democrazia ha molte risorse, e gli Stati Uniti, dove il razzismo non è affatto placato, dove esiste ancora la segregazione della povertà, hanno scelto di dare molto spazio alla sempre più vasta élite culturale degli afroamericani e dei neri del mondo: scrittori del Burkina Faso e nigeriani tradotti e premiati, grandi fotografi in giro per le guerre, romanzi eredi bestseller, scienziati, politici in corsa per le elezioni, artisti cui si dedicano grandi mostre, storici, accademici, stilisti di alta moda.
Del resto a questa notte degli Oscar, avvilita da una quantità mai vista di abiti bruttissimi, la toilette più stupefacente, più fotografata, più postata, è stata la "tuxedo gown", l'immensa crinolina nera col busto da smoking indossata da Billy Porter, un bel giovanotto nero coi baffi, star amatissima della serie Netflix Pose che racconta della famosa Ballroom di New York anni '80, frequentata da gay e trans della comunità nera, che ci andavano indossando toilette fastose copiate dagli abiti delle ricche dame bianche del tempo.
E questa volta è stato un nero, Spike Lee, a interrompere la cerimonia impolverata dagli anni, saltando sul palco in festa, tutto uno scambio di baci anche velenosi ma sempre baci, una specie di folletto tutto vestito di viola, viola anche la montatura degli occhiali, d'oro sulle due mani una specie di pugno di ferro con la scritta love; premiato per la miglior sceneggiatura non originale assieme a tre colleghi, per BlacKkKlansman, storia sorridente e quasi vera del primo nero accolto negli anni '60 nella polizia piuttosto razzista, che si infiltra nel Ku Klux Klan.
Il regista si è gettato sul microfono per richiamare la folla plaudente "a riappropriarsi della propria umanità. Questa volta davanti al mondo onoro i miei avi che hanno costruito il nostro Paese. Il 2020 è dietro l'angolo, facciamo la scelta morale di amore contro odio. Fai la cosa giusta!", titolo del suo primo successo. Subito Trump con la velocità di chi non sta facendo nulla, alla Salvini, ha accusato il regista "di razzismo contro il suo presidente che ha fatto per i neri più di qualunque altro". Non vero, ma al vanto dei bugiardi ci siamo abituati.
Gli Oscar stanno vivendo un periodo di impegno civile e politico, infatti si davano per vincitori o il messicano Roma (premiato come miglior film straniero, per regia e fotografia) o l'americano Vice che ha ottenuto l'Oscar solo per il trucco. Abbandonato ogni strascico di imperio femminile e di molestie maschili, Hollywood ha scelto in questo 2019 dall'incerto futuro di usare la propria libertà per dare più spazio a storie e personaggi afroamericani; oltre a Spike Lee, ai due attori non protagonisti, Regina King e Mahershala Ali, a colonna sonora, scenografia, costumi del grandioso Marvel di gran successo Black Panther.
Poi c'è il miglior film, certo, Green book: regista bianco, Peter Farrelly, protagonista bianco, Viggo Mortensen, sceneggiatore bianco, Tony Vallelonga, e il solo nero Mahershala Ali, alla sua seconda statuetta dopo Moonlight. Molti non sono d'accordo, non solo per il valore del film, quanto per essere la storia vera di un grande pianista di colore gay, Dan Shirley, negli anni della segregazione razziale, film riposante, sorridente, piacevole, scritto dal figlio di quello che gli fu autista, l'italoamericano Tony Lip. Senza però sentire i parenti di Shirley: col facile contrasto dall'iniziale reciproco razzismo alla happy end dell'amicizia. Che non ci fu, pare, nella realtà. Il merito anche per gli spettatori italiani, è di ricordare la stupidità del razzismo, la sua volgarità, quella che oggi, non cinquanta anni fa, ha fatto intervenire un nostro ministro sui risultati di un festival di canzoni.
Ma la democrazia ha molte risorse, e gli Stati Uniti, dove il razzismo non è affatto placato, dove esiste ancora la segregazione della povertà, hanno scelto di dare molto spazio alla sempre più vasta élite culturale degli afroamericani e dei neri del mondo: scrittori del Burkina Faso e nigeriani tradotti e premiati, grandi fotografi in giro per le guerre, romanzi eredi bestseller, scienziati, politici in corsa per le elezioni, artisti cui si dedicano grandi mostre, storici, accademici, stilisti di alta moda.
Del resto a questa notte degli Oscar, avvilita da una quantità mai vista di abiti bruttissimi, la toilette più stupefacente, più fotografata, più postata, è stata la "tuxedo gown", l'immensa crinolina nera col busto da smoking indossata da Billy Porter, un bel giovanotto nero coi baffi, star amatissima della serie Netflix Pose che racconta della famosa Ballroom di New York anni '80, frequentata da gay e trans della comunità nera, che ci andavano indossando toilette fastose copiate dagli abiti delle ricche dame bianche del tempo.