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(ansa)

Il centrosinistra e la virtù nella sconfitta

In Sardegna e in Abruzzo il Pd ha abbandonato il leaderismo e si è fatto magnete d'attrazione di associazioni e liste civiche
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Non tutte le sconfitte sono uguali e non sempre sono solo sconfitte. Saper leggere la specificità delle sconfitte elettorali è una scienza e un'arte. La scienza ce la possono offrire gli istituti di ricerca, l'arte spetta agli attori politici praticarla - e se ne sono digiuni, una sconfitta è solo una sconfitta. Ecco perché ha senso dire che la virtù politica si mostra soprattutto nella sconfitta. Consideriamo per esempio le due recenti sconfitte del centrosinistra nelle elezioni regionali della Sardegna e dell'Abruzzo. Alla cui base vi sono certamente fattori nazionali: il declino dell'appealing del centrosinistra e il plebiscito dell'audience di destra, ma in realtà di Salvini e del modulo retorico che ripete a Nord come a Sud: paura dell'invasione, muscoli flessi contro l'immigrazione. Le vittorie regionali della destra riflettono un trend nazionale. Diverso è il caso delle sconfitte.

L'ottima prestaz…
Non tutte le sconfitte sono uguali e non sempre sono solo sconfitte. Saper leggere la specificità delle sconfitte elettorali è una scienza e un'arte. La scienza ce la possono offrire gli istituti di ricerca, l'arte spetta agli attori politici praticarla - e se ne sono digiuni, una sconfitta è solo una sconfitta. Ecco perché ha senso dire che la virtù politica si mostra soprattutto nella sconfitta. Consideriamo per esempio le due recenti sconfitte del centrosinistra nelle elezioni regionali della Sardegna e dell'Abruzzo. Alla cui base vi sono certamente fattori nazionali: il declino dell'appealing del centrosinistra e il plebiscito dell'audience di destra, ma in realtà di Salvini e del modulo retorico che ripete a Nord come a Sud: paura dell'invasione, muscoli flessi contro l'immigrazione. Le vittorie regionali della destra riflettono un trend nazionale. Diverso è il caso delle sconfitte.

L'ottima prestazione di Massimo Zedda emerge se la si situa all'interno della mediocre gestione del governo regionale sardo di centrosinistra. La figura di questo giovane sindaco è interessante, lontana dallo stile della politica personalistico e plebiscitario. La storia politica di Zedda è un microcosmo della storia della sinistra dopo lo sfarinamento del Pci e le varie metamorfosi dal Pds a Sinistra Democratica fino a Sinistra Ecologia e Libertà fondata da Nichi Vendola. Nel 2011, quando era consigliere regionale, vinse le primarie del centrosinistra battendo per la candidatura a sindaco di Cagliari un nome dell'establishment, Antonello Cabras. E divenne sindaco.

Storia simile in Abruzzo, dove la lista guidata da Giovanni Legnini ha perso ma ha interrotto la frana del Pd. Le liste a sostegno della candidatura Legnini sono state inclusive (parità di donne e uomini) e attente alle esigenze delle comunità "periferiche", che vivono lontano dalle aree urbane e sono spesso penalizzate in termine di accesso a servizi come sanità, trasporti e scuola.

In Sardegna come in Abruzzo, il Pd non è rimasto nel solco tracciato dalle pratiche regionali e nazionali - ha abbandonato il leaderismo e praticato l'arte della discontinuità. Per esempio facendosi magnete d'attrazione di associazioni e liste civiche. In Sardegna, Zedda ha trainato una miriade di liste, senza i "big" nazionali in visita. Semmai è stato il candidato di destra ad aver ampiamente usato Salvini, gettando il partito autonomista dell'antifascista e liberal-socialista Emilio Lussu nelle braccia della Lega xenofoba e continentalissima.

Il buon risultato della lista Zedda è venuto dall'abbandono della vocazione maggioritaria, del voler far tutto da soli, senza mediare e allearsi, senza negoziare programmi e poltrone. La strada da percorrere, ci dicono le recenti sconfitte, non è quella del monopartito con la faccia del leader, ma l'essere polo d'attrazione per quelle associazioni e forze locali che si sono in questi anni difficili moltiplicate. Del partito democratico americano si è pensato di importare il maggioritarismo. Meglio sarebbe ispirarsi a un'altra sua caratteristica, oggi vincente anche oltreoceano: farsi traino di un arcipelago di idee e forze vive e attive nella società. Queste recenti sconfitte regionali ci dicono che l'uscita dalla democrazia dei partiti di massa non è solo leadership plebiscitaria e populista; può anche essere la cooperazione tra cento e mille fiori di vita associata, politica e civile.