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Pd, la vera posta in gioco delle primarie

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Quello che manca ai tre candidati in corsa per la segreteria dem è un progetto largo sull'economia, in particolare su fisco e lavoro
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Un milione. E poi? Come tre Signor Bonaventura, i candidati in corsa per la segreteria del Pd inseguono il numero magico che tutto spiega, invera, risolve. Se domani nell'urna delle primarie la fatidica soglia sarà raggiunta, e ai seggi riaffluiranno copiosi gli elettori dispersi della "sinistra nonostante" (come l'ha chiamata Ezio Mauro), allora vorrà dire che non tutto è perduto. E che forse c'è ancora una speranza, di fronte alla Resistibile Armata Gialloverde ormai stabilmente acquartierata nell'accampamento della destra dura e impura di Capitan Salvini. È così, e non si può negare: ove mai fosse, un milione di votanti in fila ai gazebo tornerebbe a somigliare vagamente a un popolo, soprattutto se confrontati allo sparuto drappello dei 53mila pentastellati che una settimana fa hanno celebrato il rito farlocco della "democrazia del clic" sul Sacro Blog della Casaleggio & Associati. Oggi la post…
Un milione. E poi? Come tre Signor Bonaventura, i candidati in corsa per la segreteria del Pd inseguono il numero magico che tutto spiega, invera, risolve. Se domani nell'urna delle primarie la fatidica soglia sarà raggiunta, e ai seggi riaffluiranno copiosi gli elettori dispersi della "sinistra nonostante" (come l'ha chiamata Ezio Mauro), allora vorrà dire che non tutto è perduto. E che forse c'è ancora una speranza, di fronte alla Resistibile Armata Gialloverde ormai stabilmente acquartierata nell'accampamento della destra dura e impura di Capitan Salvini. È così, e non si può negare: ove mai fosse, un milione di votanti in fila ai gazebo tornerebbe a somigliare vagamente a un popolo, soprattutto se confrontati allo sparuto drappello dei 53mila pentastellati che una settimana fa hanno celebrato il rito farlocco della "democrazia del clic" sul Sacro Blog della Casaleggio & Associati. Oggi la posta in palio è alta sul serio, e va oltre la scelta tra Zingaretti, Martina e Giachetti. L'appello dei Padri Nobili di ieri, Prodi e Veltroni, lo conferma. 

È in gioco un diritto di tanti italiani: quello di credere che sia ancora possibile un'alternativa a tutto quello che stiamo vedendo. L'esecutivo che ammassa il branco invece di governare, l'introduzione di un principio di "disuguaglianza naturale", il sequestro del linguaggio, la democrazia ridotta a parodia e a "chiacchiericcio del diavolo". E poi la recessione di questo pessimo inizio di 2019 spacciato per "un anno bellissimo". La mostruosa cambiale da 32 miliardi di extra-deficit e di aumento Iva da scontare nella manovra 2020. La pericolosa "secessione dei ricchi" travestita da Autonomia, che spacca in due il Paese e abbandona il Sud a se stesso. La grottesca pantomima sulla Tav, che prima forse si fa, dopo di sicuro non si fa più, adesso magari si fa a metà, tra smentite e contro-smentite di Conte, relazioni tecniche che sparano numeri a caso, come a un Grande Bingo officiato da Toninelli. 

Ma proprio per la portata enorme della sfida, a poche ore dall'apertura dei seggi c'è una domanda che non si può eludere. Questo Pd è all'altezza del compito? E soprattutto: qual è il progetto politico, la piattaforma programmatica, l'idea di società che la sinistra democratica, liberale e riformista offre alla sua gente disorientata ma forse non ancora rassegnata? E qui, duole dirlo, ma non ci siamo proprio. Purtroppo, e ancora una volta, la campagna elettorale per le primarie si è esaurita in una guerra a bassa intensità tra nomenklature, la cui scena madre è andata in onda all'ora dell'aperitivo ad uso e consumo di pochi "tele-morenti" nel mesto confronto su Sky. Il partito-non-più-di-massa, uscito a pezzi dalla disfatta storica del 4 marzo di un anno fa, non sembra ancora in grado di ricomporre la famosa e dolorosa "rottura sentimentale" con il suo elettorato. 
Zingaretti, Martina e Giachetti sono diversi. Ma al fondo incarnano più o meno le solite cinquanta sfumature di Pd che già conosciamo.

Quelle rimaste sul campo di battaglia dopo i quattro tumultuosi anni di "renzismo da combattimento", riflesso di un irriducibile "fattore R" che tutto condiziona e tutto paralizza. Zingaretti riconosce gli errori che hanno portato il partito a perdersi per strada 6 milioni di elettori tra il 2008 e il 2018. Giachetti li nega o addirittura li considera valori da cui ripartire, pena la sua fuoriuscita dalla "casa comune" prima ancora che sia ricostruita. Martina oscilla tra i due estremi del pendolo. Ma in tutti e tre quella che è mancata e ancora manca è la capacità di infiammare di nuovo l'anima di chi crede in "un'altra idea dell'Italia". Di parlare al cuore e alla testa di un Paese incattivito ma non ancora instupidito. Di "ripartire dalle periferie" (come ripetono sempre e inutilmente i capi scornati della sinistra sconfitta) ma con il linguaggio semplice e diretto delle periferie. Di "tornare a occuparsi dei più deboli" (perché questa, anche nella stagione fredda delle presunte post-ideologie, rimane la sola ragione per cui la sinistra sta al mondo) ma con toni e temi che incrociano la vita reale di tutti i giorni, quella delle persone in carne ed ossa. 

Studiando Benedetto Croce, Antonio Gramsci scriveva dal carcere sulla politica come "passione organizzata e permanente". È questo, prima di ogni altra cosa, l'afflato che manca al Pd per ricostruire un suo blocco sociale. Ma poi manca anche un programma. E qui il ritardo è persino maggiore. La critica feroce e l'opposizione senza se e senza ma a tutto ciò che Di Maio e Salvini fanno e dicono è doverosa, ma non basta. Perché anche qui bisogna partire da un'ammissione di colpa, per quanto sacrificio comporti. M5S e Lega hanno vinto le elezioni, e poi hanno costruito un contratto di governo posticcio quanto si vuole, su due bandiere identitarie, discutibili e divisive, ma comunque potenti e trainanti. Reddito di cittadinanza e Quota 100 sono misure parziali e imperfette, ma hanno intercettato bisogni reali di milioni di persone. Persino la flat tax per le partite Iva fino a 65 mila euro (sia pure iniqua e regressiva rispetto ai lavoratori dipendenti a parità di reddito) ha tracciato un nuovo perimetro di interessi finora mai rappresentati. 

Su questi temi il Pd non va oltre la stanca riedizione del Rei (un pannicello caldo di cui hanno beneficiato appena 350 mila persone) e l'ovvia attenzione agli equilibri contabili dell'Inps. Ma quali sono le due proposte forti e innovative sulle quali il centrosinistra richiama a raccolta e mobilita l'opinione pubblica per cambiare il paradigma del politicamente e dell'economicamente corretto conosciuto in questi anni? Nessuno lo sa, purtroppo. 
Eppure di spunti ce ne sarebbero. Un esempio: dopo l'approdo al Congresso di Alexandria Ocasio-Cortez, i democratici americani stanno ragionando su una grande riforma fiscale che parte da una tassazione al 70% sulle ricchezze oltre i 10 milioni di dollari. Quale grande riforma fiscale propongono i democratici italiani, se non il rifiuto a prescindere di ogni imposta patrimoniale? Un altro esempio: dopo l'avvento alla guida della Cdu di Annegret Kramp-Karrenbauer, i cristiano-democratici tedeschi stanno ripensando da cima a fondo il sistema delle tutele dei lavoratori in un mercato flagellato dai contratti precari. Quale nuovo sistema delle tutele propongono i democratici italiani, se non la difesa pregiudiziale del Jobs Act? L'elenco potrebbe continuare, ma fermiamoci qui. Fisco e lavoro: il nucleo duro, politico-economico e culturale-valoriale, di tutti i progressisti. Mancano meno di tre mesi alle elezioni europee. Chiunque vinca domani sera, forse c'è ancora tempo per dire qualcosa di sinistra.