Una rondine non fa primavera. Ma il buongiorno comincia dal mattino. E il buongiorno è presto detto nel caso del nuovo segretario del Pd: lo stile del suo proporsi al pubblico, il suo linguaggio e la forma riflessiva e pacata del suo parlare.
A cominciare dalla dichiarazione appena dopo la sua elezione: con appunti scritti e la testa che si abbassava per leggerli. Un segno nemmeno troppo difficile da decifrare: forse un po' di timore, poiché nonostante le batoste elettorali che lo hanno ridotto ai minimi storici, si tratta pur sempre dell'essere stati eletti segretario di un partito che vuole uscire dall'angolo. Ma c'era qualcosa di più. C'era l'indicazione di un abito: a prendere appunti, a cercare le parole giuste per non concedere nulla alla demagogia. Questo stile ce lo eravamo dimenticati.
Ci eravamo dimenticati lo stile dei rappresentanti di partito in una democrazia parlamentare. Che non sono capi di eserciti da combattimento…
A cominciare dalla dichiarazione appena dopo la sua elezione: con appunti scritti e la testa che si abbassava per leggerli. Un segno nemmeno troppo difficile da decifrare: forse un po' di timore, poiché nonostante le batoste elettorali che lo hanno ridotto ai minimi storici, si tratta pur sempre dell'essere stati eletti segretario di un partito che vuole uscire dall'angolo. Ma c'era qualcosa di più. C'era l'indicazione di un abito: a prendere appunti, a cercare le parole giuste per non concedere nulla alla demagogia. Questo stile ce lo eravamo dimenticati.
Ci eravamo dimenticati lo stile dei rappresentanti di partito in una democrazia parlamentare. Che non sono capi di eserciti da combattimento…
Una rondine non fa primavera. Ma il buongiorno comincia dal mattino. E il buongiorno è presto detto nel caso del nuovo segretario del Pd: lo stile del suo proporsi al pubblico, il suo linguaggio e la forma riflessiva e pacata del suo parlare.
A cominciare dalla dichiarazione appena dopo la sua elezione: con appunti scritti e la testa che si abbassava per leggerli. Un segno nemmeno troppo difficile da decifrare: forse un po' di timore, poiché nonostante le batoste elettorali che lo hanno ridotto ai minimi storici, si tratta pur sempre dell'essere stati eletti segretario di un partito che vuole uscire dall'angolo. Ma c'era qualcosa di più. C'era l'indicazione di un abito: a prendere appunti, a cercare le parole giuste per non concedere nulla alla demagogia. Questo stile ce lo eravamo dimenticati.
Ci eravamo dimenticati lo stile dei rappresentanti di partito in una democrazia parlamentare. Che non sono capi di eserciti da combattimento; plenipotenziari che tutto possono dire e decidere; capi plebiscitari. E non vogliono sempre il tweet veloce e lapidario. È benvenuto questo cambio di passo. Perché una delle ragioni della condizione deprimente della nostra democrazia sta anche nell'eccessiva autostima dei suoi leader, in tutti i partiti (che in questo si assomigliano). L'audience televisiva e poi quella digitale hanno mesmerizzato politici grandi e piccoli, di destra e di sinistra; condizionato la forma stessa dell'azione politica. Hanno accorciato la dimensione temporale - tutto deve essere detto subito, di getto, come se parlare fosse solo asserire, dichiarare, pontificare.
Lasciando i cittadini con l'opzione o di essere reattivi o di ritirarsi, di non partecipare. Il risvolto più problematico di questo fare da dux cum multitudine lo verifichiamo quotidianamente. I social sono ring per chi ha muscoli flessi, per atterrare coloro con i quali si dissente, o per aizzare con "bacioni" la propria audience contro quel che non piace. E a farci le spese in questa arena di gladiatori ringhiosi è la politica: che è discorso pubblico tra estranei, parlare di questioni e dialogare intorno a problemi.
La nostra cittadinanza si è avvizzita anche a causa dell'imbarbarimento dello stile del discorso, dell'identificazione del senso del limite con il "buonismo". Essere sinceramente intolleranti è indice di schiettezza; l'opposto è bollato come politically correct. I cittadini si fanno seguaci che amano o odiano. E coloro che parlano in loro nome sono capi e capitani, non rappresentanti; sono anchormen di uno spettacolo che cerca applausi. Che vengono facilmente dall'offendere chi è messo nella categoria dei deboli.
La parola d'ordine "prima gli italiani" è machista. Non potendo ogni volta specificare che ci sono anche "le italiane", si sceglie di abbreviare usando il genere più riconosciuto. E che il linguaggio e lo stile non siano orpelli formali lo si vede dalle politiche regressive di questo governo. Politiche coerenti allo stile ringhioso. Del ddl Pillon sull'affido condiviso dei figli minori e il loro mantenimento, Linda Laura Sabbadini, statistica ed ex direttrice del dipartimento Politiche sociali e ambientali dell'Istat, ha dichiarato che propone una "reazione punitiva nei confronti delle donne, della loro libertà crescente, della loro volontà di autodeterminazione che calpesta i figli, piccoli e grandi, svantaggia anche i padri".
Lo stile intollerante, il dileggio spettacolare sono divenuti un modo quotidiano di interagire, non sono una questione formale. Per questo, l'interruzione di questo stile con Zingaretti è già una boccata d'aria. In attesa di contenuti coerenti.
A cominciare dalla dichiarazione appena dopo la sua elezione: con appunti scritti e la testa che si abbassava per leggerli. Un segno nemmeno troppo difficile da decifrare: forse un po' di timore, poiché nonostante le batoste elettorali che lo hanno ridotto ai minimi storici, si tratta pur sempre dell'essere stati eletti segretario di un partito che vuole uscire dall'angolo. Ma c'era qualcosa di più. C'era l'indicazione di un abito: a prendere appunti, a cercare le parole giuste per non concedere nulla alla demagogia. Questo stile ce lo eravamo dimenticati.
Ci eravamo dimenticati lo stile dei rappresentanti di partito in una democrazia parlamentare. Che non sono capi di eserciti da combattimento; plenipotenziari che tutto possono dire e decidere; capi plebiscitari. E non vogliono sempre il tweet veloce e lapidario. È benvenuto questo cambio di passo. Perché una delle ragioni della condizione deprimente della nostra democrazia sta anche nell'eccessiva autostima dei suoi leader, in tutti i partiti (che in questo si assomigliano). L'audience televisiva e poi quella digitale hanno mesmerizzato politici grandi e piccoli, di destra e di sinistra; condizionato la forma stessa dell'azione politica. Hanno accorciato la dimensione temporale - tutto deve essere detto subito, di getto, come se parlare fosse solo asserire, dichiarare, pontificare.
Lasciando i cittadini con l'opzione o di essere reattivi o di ritirarsi, di non partecipare. Il risvolto più problematico di questo fare da dux cum multitudine lo verifichiamo quotidianamente. I social sono ring per chi ha muscoli flessi, per atterrare coloro con i quali si dissente, o per aizzare con "bacioni" la propria audience contro quel che non piace. E a farci le spese in questa arena di gladiatori ringhiosi è la politica: che è discorso pubblico tra estranei, parlare di questioni e dialogare intorno a problemi.
La nostra cittadinanza si è avvizzita anche a causa dell'imbarbarimento dello stile del discorso, dell'identificazione del senso del limite con il "buonismo". Essere sinceramente intolleranti è indice di schiettezza; l'opposto è bollato come politically correct. I cittadini si fanno seguaci che amano o odiano. E coloro che parlano in loro nome sono capi e capitani, non rappresentanti; sono anchormen di uno spettacolo che cerca applausi. Che vengono facilmente dall'offendere chi è messo nella categoria dei deboli.
La parola d'ordine "prima gli italiani" è machista. Non potendo ogni volta specificare che ci sono anche "le italiane", si sceglie di abbreviare usando il genere più riconosciuto. E che il linguaggio e lo stile non siano orpelli formali lo si vede dalle politiche regressive di questo governo. Politiche coerenti allo stile ringhioso. Del ddl Pillon sull'affido condiviso dei figli minori e il loro mantenimento, Linda Laura Sabbadini, statistica ed ex direttrice del dipartimento Politiche sociali e ambientali dell'Istat, ha dichiarato che propone una "reazione punitiva nei confronti delle donne, della loro libertà crescente, della loro volontà di autodeterminazione che calpesta i figli, piccoli e grandi, svantaggia anche i padri".
Lo stile intollerante, il dileggio spettacolare sono divenuti un modo quotidiano di interagire, non sono una questione formale. Per questo, l'interruzione di questo stile con Zingaretti è già una boccata d'aria. In attesa di contenuti coerenti.