Nuova Via della seta, l’Italia dice Xi causa debito
Andrea Bonanni , di ANDREA BONANNIPiù che agli investimenti cinesi in grandi opere, il governo Conte potrebbe essere interessato a vendere a Pechino i nostri titoli di Stato. Con effetti devastanti sulla nostra sovranità
In Europa ci si interroga. Come mai il governo giallo-verde, che sta bloccando quasi tutte le opere pubbliche già finanziate, che si oppone in particolare a quelle sostenute dai soldi europei, come la Tav o il gasdotto EastMed, è pronto "a mettere a rischio la reputazione internazionale dell'Italia", come dicono gli americani, pur di attirare investimenti cinesi che non potrà controllare, per opere che probabilmente non vorrà realizzare?
Dietro i richiami formali a "garantire l'unità e l'integrità delle politiche europee", sono in molti, a Bruxelles, a sospettare che l'Italia populista si stia offrendo alla Cina come quinta colonna della sfida economica con la Ue, dopo essersi, per la verità senza grande successo, offerta alla Russia come quinta colonna della sfida politica che il Cremlino ha lanciato all'Europa.
Naturalmente il governo italiano non è il solo nella Ue a guardare verso Pec…
Dietro i richiami formali a "garantire l'unità e l'integrità delle politiche europee", sono in molti, a Bruxelles, a sospettare che l'Italia populista si stia offrendo alla Cina come quinta colonna della sfida economica con la Ue, dopo essersi, per la verità senza grande successo, offerta alla Russia come quinta colonna della sfida politica che il Cremlino ha lanciato all'Europa.
Naturalmente il governo italiano non è il solo nella Ue a guardare verso Pec…
In Europa ci si interroga. Come mai il governo giallo-verde, che sta bloccando quasi tutte le opere pubbliche già finanziate, che si oppone in particolare a quelle sostenute dai soldi europei, come la Tav o il gasdotto EastMed, è pronto "a mettere a rischio la reputazione internazionale dell'Italia", come dicono gli americani, pur di attirare investimenti cinesi che non potrà controllare, per opere che probabilmente non vorrà realizzare?
Dietro i richiami formali a "garantire l'unità e l'integrità delle politiche europee", sono in molti, a Bruxelles, a sospettare che l'Italia populista si stia offrendo alla Cina come quinta colonna della sfida economica con la Ue, dopo essersi, per la verità senza grande successo, offerta alla Russia come quinta colonna della sfida politica che il Cremlino ha lanciato all'Europa.
Naturalmente il governo italiano non è il solo nella Ue a guardare verso Pechino e a voler fare affari con il colosso asiatico. Dalla Gran Bretagna alla Germania sono tutti alla rincorsa delle opportunità offerte sia dal mercato cinese, sia dalla disponibilità del governo comunista di investire per aprirsi nuove vie commerciali verso l'Europa. Ma finora nessuno tra i grandi Paesi europei ha mai accettato di sottoscrivere un'adesione formale alla Belt and Road Initiative lanciata dal presidente Xi Jinping. Anzi. Pur senza usare i metodi muscolari del presidente Trump e senza rifugiarsi nell'isolazionismo, anche l'Europa sta cercando di correggere le distorsioni di mercato che favoriscono smaccatamente Pechino rafforzando le regole sul controllo e sulla trasparenza degli investimenti esteri in settori strategici dell'economia.
In realtà la Cina ha lanciato da anni un programma che aveva come obiettivo quello di dividere la Ue. Il formato "16+1" ha visto la partecipazione di 16 Paesi dell'Est europeo, di cui 11 sono membri della Ue, a un piano di investimenti finanziato da Pechino. A esso aderiscono tutti i Paesi sovranisti del gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Cechia e Slovacchia), di cui l'Italia si dichiara simpatizzante.
Inoltre, in tempi più recenti, la Cina ha ottenuto l'adesione formale alla Belt and Road Initiative da parte di due Paesi Ue che stanno uscendo da un periodo di gravi difficoltà economiche, come la Grecia, a cui i cinesi hanno comprato il porto del Pireo, e il Portogallo, dove hanno finanziato progetti per miliardi. Non ci sarebbe molto da stupirsi se il prossimo a cadere nella rete fosse l'Italia, che in quelle stesse difficoltà economiche ci sta sprofondando, grazie alle cure del suo nuovo governo.
E qui potrebbe forse trovarsi un principio di spiegazione agli interrogativi che si pone l'Europa sulla decisione italiana di abbracciare l'iniziativa di Xi Jinping. Secondo gli americani, che guardano con ostilità all'espansionismo economico cinese, la Belt and Road Initiative è una debt trap: cioè una trappola del debito. In altre parole, molti dei 153 Paesi che hanno aderito al programma di investimenti cinese, in particolare i più poveri di Africa e Asia, hanno finito per trovarsi indebitati fino al collo con Pechino. Ed è chiaro che chi possiede il debito di un Paese ne controlla in larga misura anche la sovranità.
Nel caso dell'Italia, invece, la debt trap ce la siamo costruita da soli. E il ricorso alla Cina si spiegherebbe semmai come un disperato tentativo di uscirne. Con un debito pubblico stratosferico che non diminuisce e anzi rischia di aumentare, una economia in recessione e un differenziale sui tassi di interesse che penalizza il Paese rispetto al resto d'Europa, il governo Conte guarderebbe alla Cina come a un potenziale acquirente dei nostri titoli di Stato per allentare la pressione dei mercati. Più che agli investimenti cinesi in futuribili opere pubbliche questo governo, che già non porta a termine le opere pubbliche in cantiere e finanziate, potrebbe essere interessato a vendere alla Cina parte del nostro debito pubblico. Che questo possa avere a lungo termine effetti devastanti sulla nostra sovranità, al governo dei nostri sovranisti d'accatto non sembra interessare poi tanto.
Dietro i richiami formali a "garantire l'unità e l'integrità delle politiche europee", sono in molti, a Bruxelles, a sospettare che l'Italia populista si stia offrendo alla Cina come quinta colonna della sfida economica con la Ue, dopo essersi, per la verità senza grande successo, offerta alla Russia come quinta colonna della sfida politica che il Cremlino ha lanciato all'Europa.
Naturalmente il governo italiano non è il solo nella Ue a guardare verso Pechino e a voler fare affari con il colosso asiatico. Dalla Gran Bretagna alla Germania sono tutti alla rincorsa delle opportunità offerte sia dal mercato cinese, sia dalla disponibilità del governo comunista di investire per aprirsi nuove vie commerciali verso l'Europa. Ma finora nessuno tra i grandi Paesi europei ha mai accettato di sottoscrivere un'adesione formale alla Belt and Road Initiative lanciata dal presidente Xi Jinping. Anzi. Pur senza usare i metodi muscolari del presidente Trump e senza rifugiarsi nell'isolazionismo, anche l'Europa sta cercando di correggere le distorsioni di mercato che favoriscono smaccatamente Pechino rafforzando le regole sul controllo e sulla trasparenza degli investimenti esteri in settori strategici dell'economia.
In realtà la Cina ha lanciato da anni un programma che aveva come obiettivo quello di dividere la Ue. Il formato "16+1" ha visto la partecipazione di 16 Paesi dell'Est europeo, di cui 11 sono membri della Ue, a un piano di investimenti finanziato da Pechino. A esso aderiscono tutti i Paesi sovranisti del gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Cechia e Slovacchia), di cui l'Italia si dichiara simpatizzante.
Inoltre, in tempi più recenti, la Cina ha ottenuto l'adesione formale alla Belt and Road Initiative da parte di due Paesi Ue che stanno uscendo da un periodo di gravi difficoltà economiche, come la Grecia, a cui i cinesi hanno comprato il porto del Pireo, e il Portogallo, dove hanno finanziato progetti per miliardi. Non ci sarebbe molto da stupirsi se il prossimo a cadere nella rete fosse l'Italia, che in quelle stesse difficoltà economiche ci sta sprofondando, grazie alle cure del suo nuovo governo.
E qui potrebbe forse trovarsi un principio di spiegazione agli interrogativi che si pone l'Europa sulla decisione italiana di abbracciare l'iniziativa di Xi Jinping. Secondo gli americani, che guardano con ostilità all'espansionismo economico cinese, la Belt and Road Initiative è una debt trap: cioè una trappola del debito. In altre parole, molti dei 153 Paesi che hanno aderito al programma di investimenti cinese, in particolare i più poveri di Africa e Asia, hanno finito per trovarsi indebitati fino al collo con Pechino. Ed è chiaro che chi possiede il debito di un Paese ne controlla in larga misura anche la sovranità.
Nel caso dell'Italia, invece, la debt trap ce la siamo costruita da soli. E il ricorso alla Cina si spiegherebbe semmai come un disperato tentativo di uscirne. Con un debito pubblico stratosferico che non diminuisce e anzi rischia di aumentare, una economia in recessione e un differenziale sui tassi di interesse che penalizza il Paese rispetto al resto d'Europa, il governo Conte guarderebbe alla Cina come a un potenziale acquirente dei nostri titoli di Stato per allentare la pressione dei mercati. Più che agli investimenti cinesi in futuribili opere pubbliche questo governo, che già non porta a termine le opere pubbliche in cantiere e finanziate, potrebbe essere interessato a vendere alla Cina parte del nostro debito pubblico. Che questo possa avere a lungo termine effetti devastanti sulla nostra sovranità, al governo dei nostri sovranisti d'accatto non sembra interessare poi tanto.