Jhumpa Lahiri: da noi in America anche Primo Levi rischia la censura
Raffaella De Santis , di RAFFAELLA DE SANTISIncontro con la scrittrice, docente a Princeton, che ha curato un'antologia di racconti italiani, da Calvino a Sciascia, per i lettori di lingua inglese. E che svela il clima pesante negli atenei Usa per l'eccesso di politically correct
La casa è inondata di luce. Pochi mobili, l'essenziale. All'ingresso un ritratto di Italo Calvino. "L'ho acquistato in una libreria di Campo de' Fiori". Jhumpa Lahiri sorride soddisfatta. Calvino è uno degli autori inseriti in un'eclettica antologia curata dalla scrittrice, docente di scrittura creativa a Princeton. Il libro, appena uscito per Penguin in Inghilterra, s'intitola Italian Short Stories: quaranta racconti di scrittori italiani perlopiù del secolo scorso, sedici mai usciti in inglese. "È la mia lista dei desideri", dice. Dentro ci sono numi tutelari come Pirandello, Moravia, Elsa Morante, Sciascia, Svevo e nomi meno frequentati dagli americani tra cui Alberto Savinio, Goffredo Parise, Giorgio Manganelli, Ennio Flaiano, Massimo Bontempelli. Dopo la versione inglese, a maggio, sarà la volta di quella italiana, pubblicata da Guanda col titolo secco di Racconti italiani.
Ma chiacchierando con Jhump…
Ma chiacchierando con Jhump…
La casa è inondata di luce. Pochi mobili, l'essenziale. All'ingresso un ritratto di Italo Calvino. "L'ho acquistato in una libreria di Campo de' Fiori". Jhumpa Lahiri sorride soddisfatta. Calvino è uno degli autori inseriti in un'eclettica antologia curata dalla scrittrice, docente di scrittura creativa a Princeton. Il libro, appena uscito per Penguin in Inghilterra, s'intitola Italian Short Stories: quaranta racconti di scrittori italiani perlopiù del secolo scorso, sedici mai usciti in inglese. "È la mia lista dei desideri", dice. Dentro ci sono numi tutelari come Pirandello, Moravia, Elsa Morante, Sciascia, Svevo e nomi meno frequentati dagli americani tra cui Alberto Savinio, Goffredo Parise, Giorgio Manganelli, Ennio Flaiano, Massimo Bontempelli. Dopo la versione inglese, a maggio, sarà la volta di quella italiana, pubblicata da Guanda col titolo secco di Racconti italiani.
Ma chiacchierando con Jhumpa, in questa casa con vista sui tetti di Roma in cui ha scritto i suoi ultimi libri (in lingua italiana), colpisce anche il suo racconto sulle università americane, su come lì la paura di offese di genere o contro le minoranze, in base a un'idea davvero estrema di politically correct, finisca per trasformarsi in una censura, o quasi, di tanti capolavori. Un mondo in cui perfino Primo Levi può essere giudicato troppo disturbante: "Mi chiedo dove arriveremo di questo passo. Finiremo per bandire Ovidio o Shakespeare?".
La sua antologia invece è piena di sorprese, storie fulminanti.
"È una costellazione molto personale. Ho cercato di restituire un ritratto articolato del vostro paese, più autentico possibile, disturbante. Non volevo la solita Italia dal cielo azzurro. I cieli romani possono essere limpidi come quello di oggi ma anche nuvolosi. L'idea comune degli americani è che in Italia sia tutto bello, che qui non possa accadere niente di brutto (ride)...".
In realtà il Belpaese ha spesso deluso i viaggiatori. Twain era infastidito dal fetore dei canali di Venezia.
"Anche Hawthorne ha sempre trovato qualcosa di inquietante in Italia. Uno scrittore non può arretrare al cospetto di aspetti sgradevoli".
Esiste ancora uno sguardo esotico sull'Italia?
"Continua a vincere l'idea di un paese seducente, che ti ammalia, ti strega. Se parlo a un americano del ritorno allarmante del razzismo, se provo a spiegare che cos'è Casa Pound, se racconto della spazzatura, s'infastidisce. Non vuole rinunciare alla cartolina italiana: cibo buono, palazzi bellissimi, cieli stupendi. Proprio come nel film di Luca Guadagnino, Call me by your name".
Non le è piaciuto?
"È emotivamente rovente ma l'ambientazione non mi sembra realistica. Piazze vuote, tutto pulito, niente che sia spiacevole".
In che modo questa antologia segna un altro passo?
"Ho selezionato storie spiazzanti. Il peripatetico di Luciano Bianciardi parla di prostituzione; La moglie di Gogol'di Landolfi racconta di un uomo, Nikolaj Vasil'evic, che ha scelto per compagna una bambola di gomma; Arpino addirittura fa accoppiare un tizio con una babbuina".
Come verrà accolta nell'America del #MeToo?
"Credo che la letteratura debba creare disagio. Nelle università degli Stati Uniti abbiamo smesso di leggere libri che ci mettono in discussione. Un romanzo come Lolita di Nabokov è stato accantonato. Mi chiedo dove arriveremo di questo passo. Finiremo per bandire Ovidio o Shakespeare? ".
Accade anche nel suo ateneo, a Princeton?
"Una volta, stavo tenendo un corso su Primo Levi, un mio studente di origine ebraica si è rifiutato di leggere Se questo è un uomo. Diceva di trovarlo troppo disturbante. Cosa fare?".
Spiegargli il valore di Levi?
"Rimane però il timore che lo studente possa lamentarsi, raccontare di essere stato costretto a leggerlo. Qualche tempo fa avrei voluto tenere un corso su Ágota Kristóf, un mio collega mi ha dissuasa. Pensaci bene - mi ha detto - è roba forte. È questo il clima nelle università americane. La scorsa primavera ho parlato in aula di Hemingway. Grande scrittore, ma con un atteggiamento controverso verso l'universo femminile. In clima post #MeToo la scelta era delicata, tanto più che le lezioni erano seguite da tutte donne".
Si applica all'arte uno schema morale troppo rigido?
"Come la vita, la letteratura è lì per ricordarci che non tutto è sotto controllo, che anche una bestia può essere guardata come un essere umano. Non deve rassicurarci, semmai avere un potere straniante".
E la passione americana per Elena Ferrante, la condivide?
"Più che L'Amica geniale ho amato i suoi libri precedenti, li trovo maggiormente inquietanti. Nella quadrilogia la problematica della maternità è addolcita dall'idea di amicizia, mentre la madre che abbandona i figli ne La figlia oscura è una figura difficile da accettare. Io stessa quando ho pubblicato La moglie, in cui narro una situazione simile, ho ricevuto molte critiche".
In questo si sente poco americana?
"Sono nata Londra e cresciuta negli Stati Uniti in una famiglia bengalese. A casa mia non ho mai mangiato americano, né i miei genitori avrebbero sopportato l'idea che io mi reputassi americana. Lo avrebbero vissuto come un tradimento. Quella dell'identità è stata per me una conquista sofferta".
Che facevano i suoi genitori?
"Erano colti, di sinistra. Mia madre artista e poetessa, figlia di un pittore. Mio padre partendo da origini modeste è diventato bibliotecario".
Dunque è cresciuta circondata dai libri?
"Nient'affatto. I miei erano comunisti e non compravano oggetti, neanche libri. La nostra era una casa spartana. Sognavo scaffali pieni, invece vivevamo come i beduini, senza radici, accontentandoci delle cose essenziali".
In questi racconti l'inanimato si anima, l'animale convive con l'umano, il bene con il male. Ci sono sirene, centauri, ermafroditi.
"Credo che aprirsi alle contaminazioni sia importante, soprattutto oggi, visto il periodo storico. In fondo l'antologia è un mio grande autoritratto. Mi ritrovo dietro ciascuno di questi scrittori dalle identità ibride. Anch'io sono un essere a metà, a cavallo tra mondi e culture diverse".
Ma chiacchierando con Jhumpa, in questa casa con vista sui tetti di Roma in cui ha scritto i suoi ultimi libri (in lingua italiana), colpisce anche il suo racconto sulle università americane, su come lì la paura di offese di genere o contro le minoranze, in base a un'idea davvero estrema di politically correct, finisca per trasformarsi in una censura, o quasi, di tanti capolavori. Un mondo in cui perfino Primo Levi può essere giudicato troppo disturbante: "Mi chiedo dove arriveremo di questo passo. Finiremo per bandire Ovidio o Shakespeare?".
La sua antologia invece è piena di sorprese, storie fulminanti.
"È una costellazione molto personale. Ho cercato di restituire un ritratto articolato del vostro paese, più autentico possibile, disturbante. Non volevo la solita Italia dal cielo azzurro. I cieli romani possono essere limpidi come quello di oggi ma anche nuvolosi. L'idea comune degli americani è che in Italia sia tutto bello, che qui non possa accadere niente di brutto (ride)...".
In realtà il Belpaese ha spesso deluso i viaggiatori. Twain era infastidito dal fetore dei canali di Venezia.
"Anche Hawthorne ha sempre trovato qualcosa di inquietante in Italia. Uno scrittore non può arretrare al cospetto di aspetti sgradevoli".
Esiste ancora uno sguardo esotico sull'Italia?
"Continua a vincere l'idea di un paese seducente, che ti ammalia, ti strega. Se parlo a un americano del ritorno allarmante del razzismo, se provo a spiegare che cos'è Casa Pound, se racconto della spazzatura, s'infastidisce. Non vuole rinunciare alla cartolina italiana: cibo buono, palazzi bellissimi, cieli stupendi. Proprio come nel film di Luca Guadagnino, Call me by your name".
Non le è piaciuto?
"È emotivamente rovente ma l'ambientazione non mi sembra realistica. Piazze vuote, tutto pulito, niente che sia spiacevole".
In che modo questa antologia segna un altro passo?
"Ho selezionato storie spiazzanti. Il peripatetico di Luciano Bianciardi parla di prostituzione; La moglie di Gogol'di Landolfi racconta di un uomo, Nikolaj Vasil'evic, che ha scelto per compagna una bambola di gomma; Arpino addirittura fa accoppiare un tizio con una babbuina".
Come verrà accolta nell'America del #MeToo?
"Credo che la letteratura debba creare disagio. Nelle università degli Stati Uniti abbiamo smesso di leggere libri che ci mettono in discussione. Un romanzo come Lolita di Nabokov è stato accantonato. Mi chiedo dove arriveremo di questo passo. Finiremo per bandire Ovidio o Shakespeare? ".
Accade anche nel suo ateneo, a Princeton?
"Una volta, stavo tenendo un corso su Primo Levi, un mio studente di origine ebraica si è rifiutato di leggere Se questo è un uomo. Diceva di trovarlo troppo disturbante. Cosa fare?".
Spiegargli il valore di Levi?
"Rimane però il timore che lo studente possa lamentarsi, raccontare di essere stato costretto a leggerlo. Qualche tempo fa avrei voluto tenere un corso su Ágota Kristóf, un mio collega mi ha dissuasa. Pensaci bene - mi ha detto - è roba forte. È questo il clima nelle università americane. La scorsa primavera ho parlato in aula di Hemingway. Grande scrittore, ma con un atteggiamento controverso verso l'universo femminile. In clima post #MeToo la scelta era delicata, tanto più che le lezioni erano seguite da tutte donne".
Si applica all'arte uno schema morale troppo rigido?
"Come la vita, la letteratura è lì per ricordarci che non tutto è sotto controllo, che anche una bestia può essere guardata come un essere umano. Non deve rassicurarci, semmai avere un potere straniante".
E la passione americana per Elena Ferrante, la condivide?
"Più che L'Amica geniale ho amato i suoi libri precedenti, li trovo maggiormente inquietanti. Nella quadrilogia la problematica della maternità è addolcita dall'idea di amicizia, mentre la madre che abbandona i figli ne La figlia oscura è una figura difficile da accettare. Io stessa quando ho pubblicato La moglie, in cui narro una situazione simile, ho ricevuto molte critiche".
In questo si sente poco americana?
"Sono nata Londra e cresciuta negli Stati Uniti in una famiglia bengalese. A casa mia non ho mai mangiato americano, né i miei genitori avrebbero sopportato l'idea che io mi reputassi americana. Lo avrebbero vissuto come un tradimento. Quella dell'identità è stata per me una conquista sofferta".
Che facevano i suoi genitori?
"Erano colti, di sinistra. Mia madre artista e poetessa, figlia di un pittore. Mio padre partendo da origini modeste è diventato bibliotecario".
Dunque è cresciuta circondata dai libri?
"Nient'affatto. I miei erano comunisti e non compravano oggetti, neanche libri. La nostra era una casa spartana. Sognavo scaffali pieni, invece vivevamo come i beduini, senza radici, accontentandoci delle cose essenziali".
In questi racconti l'inanimato si anima, l'animale convive con l'umano, il bene con il male. Ci sono sirene, centauri, ermafroditi.
"Credo che aprirsi alle contaminazioni sia importante, soprattutto oggi, visto il periodo storico. In fondo l'antologia è un mio grande autoritratto. Mi ritrovo dietro ciascuno di questi scrittori dalle identità ibride. Anch'io sono un essere a metà, a cavallo tra mondi e culture diverse".