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(agf)

Le cinque stelle che ormai non luccicano più

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Il flop più evidente del Movimento è sull'ambiente dopo i dietro-front sul gasdotto Tap e sulla chiusura dell'Ilva
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Se uscissero davvero "a riveder le stelle", dopo dieci mesi vissuti sotto i lampadari di Palazzo Chigi, i grillini si accorgerebbero che non luccicano più. Quelle cinque stelle che oltre a essere il loro simbolo sono anche i punti fondamentali del loro programma sono ancora - certo - nel planetario virtuale del Movimento, ma ogni giorno che passa si allarga sempre di più il solco tra le promesse e i fatti.

E LA POLITICA CHE FA?

Ve le ricordate, quelle cinque stelle? La prima era l'acqua pubblica. Sembrava una strada in discesa, ma quando i pentastellati hanno messo nero su bianco la proposta di far decadere tutte le concessioni per affidare il servizio idrico ad aziende pubbliche speciali si sono sentiti rispondere dagli alleati leghisti che "così com'è è invotabile" perché lo Stato dovrebbe sborsare, e subito, una cifra stimata intorno ai 22-23 miliardi. Che naturalmente non c'è, nelle sue casse.


La …
Se uscissero davvero "a riveder le stelle", dopo dieci mesi vissuti sotto i lampadari di Palazzo Chigi, i grillini si accorgerebbero che non luccicano più. Quelle cinque stelle che oltre a essere il loro simbolo sono anche i punti fondamentali del loro programma sono ancora - certo - nel planetario virtuale del Movimento, ma ogni giorno che passa si allarga sempre di più il solco tra le promesse e i fatti.

E LA POLITICA CHE FA?

Ve le ricordate, quelle cinque stelle? La prima era l'acqua pubblica. Sembrava una strada in discesa, ma quando i pentastellati hanno messo nero su bianco la proposta di far decadere tutte le concessioni per affidare il servizio idrico ad aziende pubbliche speciali si sono sentiti rispondere dagli alleati leghisti che "così com'è è invotabile" perché lo Stato dovrebbe sborsare, e subito, una cifra stimata intorno ai 22-23 miliardi. Che naturalmente non c'è, nelle sue casse.


La seconda stella era quella dei trasporti. In attesa dei treni a levitazione magnetica, chi ha votato per il M5S sperava di vedere almeno quelle piste ciclabili o quei percorsi pedonali che avrebbero dovuto cambiare il volto delle grandi città. Invece, mentre il governo bloccava le nuove vie di comunicazione, dalla Torino-Lione alla Catania-Ragusa, i romani vedevano gli autobus che bruciavano nelle strade e la metropolitana allagata a ogni burrasca.


Sarebbe ingeneroso imputare solo a Di Maio l'offuscamento della terza stella - lo sviluppo - ma l'amara realtà è che da quando lui è arrivato a Palazzo Chigi il Paese è entrato in recessione, e sono davvero in pochi a credere che il reddito di cittadinanza o la minacciata chiusura domenicale dei negozi potranno invertire la tendenza.
Della quarta stella - la connettività - si fatica ormai a scorgere la luce, visto che il programma grillino di far passare in mani pubbliche il controllo della rete è rimasto sulla carta, e che l'idea del vicepremier di garantire "almeno 30 minuti di connessione a internet a chi non può permetterselo" è stata apprezzata soprattutto dagli autori di satira.


Ma è sull'ambiente - la quinta stella - che il flop dei grillini è risultato più evidente. Dopo i dietro-front sul gasdotto Tap e sulla chiusura dell'Ilva, Di Maio ha trasmesso a Bruxelles un "Piano nazionale integrato per l'energia e il clima" così deludente da spingere un gruppo di 22 scienziati italiani del clima, guidati dal professor Vincenzo Balzani, a definirlo "fuori dalla realtà, obsoleto e privo di azioni concrete per avviare i cambiamenti, dai combustibili fossili alle energie rinnovabili".


Agli scienziati non piace affatto che l'esecutivo giallo-verde abbia rinunciato alla "carbon tax" e preveda uno sviluppo dell'energia solare persino inferiore a quello indicato dal governo Gentiloni (50 GigaWatt contro 55). Quanto alle emissioni di gas serra, il leader dei Verdi italiani Angelo Bonelli non riesce a credere Di Maio indichi come obiettivo una riduzione del 37 per cento entro il lontanissimo 2030 che è inferiore persino al 40 per cento fissato dall'Unione Europea. Doveva essere la stella più luminosa, e invece è quella che rischia di spegnersi per prima.