Lo sciopero delle leggi
Michele Ainis , di MICHELE AINISLa media mensile delle norme approvate dal Parlamento durante il governo Conte è la più bassa della nostra storia
L’Autorità di garanzia sugli scioperi farebbe bene a occuparsi d’una nuova forma di protesta: lo sciopero delle leggi. Ma in questo caso lo scioperato, pardon lo scioperante, è il nostro Parlamento. Dopo anni di soprusi da parte dei governi, dopo una pioggia continua di decreti e voti di fiducia, ormai s’è arreso, ha smesso d’esercitare il suo antico mestiere. Ne è prova la media mensile delle leggi approvate durante il gabinetto Conte, la più bassa nella storia del Reame: 3,5. Fu di 6,6 leggi ai tempi dell’ultimo governo Berlusconi; 7,1 con Monti; 4,6 con Letta; 7,9 con Renzi; 5,6 con Gentiloni (dati Openpolis). E questa media rasenterebbe lo zero escludendo la conversione dei decreti e l’approvazione dei trattati (le 7 leggi battezzate a gennaio erano tutte leggi d’autorizzazione alla ratifica di trattati internazionali). O aggiungendovi le cifre dell’impegno parlamentare, giacché nei primi 100…
L’Autorità di garanzia sugli scioperi farebbe bene a occuparsi d’una nuova forma di protesta: lo sciopero delle leggi. Ma in questo caso lo scioperato, pardon lo scioperante, è il nostro Parlamento. Dopo anni di soprusi da parte dei governi, dopo una pioggia continua di decreti e voti di fiducia, ormai s’è arreso, ha smesso d’esercitare il suo antico mestiere. Ne è prova la media mensile delle leggi approvate durante il gabinetto Conte, la più bassa nella storia del Reame: 3,5. Fu di 6,6 leggi ai tempi dell’ultimo governo Berlusconi; 7,1 con Monti; 4,6 con Letta; 7,9 con Renzi; 5,6 con Gentiloni (dati Openpolis). E questa media rasenterebbe lo zero escludendo la conversione dei decreti e l’approvazione dei trattati (le 7 leggi battezzate a gennaio erano tutte leggi d’autorizzazione alla ratifica di trattati internazionali). O aggiungendovi le cifre dell’impegno parlamentare, giacché nei primi 100 giorni della legislatura le Camere hanno lavorato per 52 ore appena, un record.
Però non è vero, non è del tutto vero, che il Parlamento italiano sia una creatura esangue, senza più le forze né la voglia. Talvolta si ravviva, brucia energie come un atleta. Succede quando la cronaca determina un’urgenza, anche se per lo più quest’ultima dura lo spazio d’un mattino. Ultimo episodio: i video hard della deputata Giulia Sarti, diffusi in rete suo malgrado. Da qui la legge sul revenge porn, chiesta a gran voce da tutti i partiti, e subito messa in pista dalla commissione Giustizia del Senato. Taglierà il traguardo? I precedenti non sono incoraggianti. Stiamo ancora aspettando le leggi sull’omofobia, sulla legalizzazione della cannabis, sul suicidio assistito (che la Consulta pretende entro settembre, dopo il caso del dj Fabo). Leggi annunciate sull’onda emotiva di questo o quell’altro fatto di cronaca, e poi cadute nell’oblio. Per ricordarsene, d’altronde, servirebbe uno sforzo di concentrazione, di cui nessuno è più capace in questo tempo instabile e nevrotico.
Ci vorrebbero degli dei per dare leggi agli uomini, diceva il buon Rousseau. Se qualche dio scendesse sulla terra, se traslocasse dal Monte Olimpo a Montecitorio, provvederebbe innanzitutto a turare le falle del sistema, i buchi neri delle nostre istituzioni. La legge elettorale: non se ne parla più nemmeno al bar, eppure le liste bloccate sono venute in odio agli italiani, eppure il proporzionale con cui è stato cucito il Rosatellum non s’adatta ai tre poli della politica italiana, eppure il voto anticipato è sempre dietro l’angolo. La legge sui partiti: evocata dalla Costituzione, auspicata fin dalla I legislatura (il primo progetto di legge venne depositato da don Sturzo), oggi è più urgente di ieri, mentre perfino i 5 Stelle s’attrezzano come un partito vero e proprio, con gerarchie, ruoli, strutture. O ancora la legge sul conflitto d’interessi, dato che quella in vigore è una burletta, e infatti il contratto di governo promette d’elevarne al cubo l’estensione.
Ecco, il contratto. Scartabellando fra i suoi 30 capitoli, le leggi promesse diventano 300. Sono le riforme su cui giurò il governo, su cui le Camere giurarono sostegno. Per esempio la riforma del finanziamento alla cultura; quella del Csm; la riforma della riforma Orlando sui magistrati onorari (una riforma al quadrato); l’inasprimento delle pene per la violenza sessuale; la semplificazione dei riti civili; l’applicazione del referendum sull’acqua pubblica, celebrato nel lontano 2011; l’istituzione d’una banca per gli investimenti; la riforma delle adozioni; quella del processo tributario; nuove leggi per la famiglia, per le donne, per gli anziani, per la maternità; e naturalmente la flat tax, con due sole aliquote (15 e 20%) fin qui rimaste senza ali per volare. Ma voleranno, certo, appena il Parlamento si risveglia. Però non subito, non ora: siamo già quasi ad aprile, mese del dolce dormire.
Però non è vero, non è del tutto vero, che il Parlamento italiano sia una creatura esangue, senza più le forze né la voglia. Talvolta si ravviva, brucia energie come un atleta. Succede quando la cronaca determina un’urgenza, anche se per lo più quest’ultima dura lo spazio d’un mattino. Ultimo episodio: i video hard della deputata Giulia Sarti, diffusi in rete suo malgrado. Da qui la legge sul revenge porn, chiesta a gran voce da tutti i partiti, e subito messa in pista dalla commissione Giustizia del Senato. Taglierà il traguardo? I precedenti non sono incoraggianti. Stiamo ancora aspettando le leggi sull’omofobia, sulla legalizzazione della cannabis, sul suicidio assistito (che la Consulta pretende entro settembre, dopo il caso del dj Fabo). Leggi annunciate sull’onda emotiva di questo o quell’altro fatto di cronaca, e poi cadute nell’oblio. Per ricordarsene, d’altronde, servirebbe uno sforzo di concentrazione, di cui nessuno è più capace in questo tempo instabile e nevrotico.
Ci vorrebbero degli dei per dare leggi agli uomini, diceva il buon Rousseau. Se qualche dio scendesse sulla terra, se traslocasse dal Monte Olimpo a Montecitorio, provvederebbe innanzitutto a turare le falle del sistema, i buchi neri delle nostre istituzioni. La legge elettorale: non se ne parla più nemmeno al bar, eppure le liste bloccate sono venute in odio agli italiani, eppure il proporzionale con cui è stato cucito il Rosatellum non s’adatta ai tre poli della politica italiana, eppure il voto anticipato è sempre dietro l’angolo. La legge sui partiti: evocata dalla Costituzione, auspicata fin dalla I legislatura (il primo progetto di legge venne depositato da don Sturzo), oggi è più urgente di ieri, mentre perfino i 5 Stelle s’attrezzano come un partito vero e proprio, con gerarchie, ruoli, strutture. O ancora la legge sul conflitto d’interessi, dato che quella in vigore è una burletta, e infatti il contratto di governo promette d’elevarne al cubo l’estensione.
Ecco, il contratto. Scartabellando fra i suoi 30 capitoli, le leggi promesse diventano 300. Sono le riforme su cui giurò il governo, su cui le Camere giurarono sostegno. Per esempio la riforma del finanziamento alla cultura; quella del Csm; la riforma della riforma Orlando sui magistrati onorari (una riforma al quadrato); l’inasprimento delle pene per la violenza sessuale; la semplificazione dei riti civili; l’applicazione del referendum sull’acqua pubblica, celebrato nel lontano 2011; l’istituzione d’una banca per gli investimenti; la riforma delle adozioni; quella del processo tributario; nuove leggi per la famiglia, per le donne, per gli anziani, per la maternità; e naturalmente la flat tax, con due sole aliquote (15 e 20%) fin qui rimaste senza ali per volare. Ma voleranno, certo, appena il Parlamento si risveglia. Però non subito, non ora: siamo già quasi ad aprile, mese del dolce dormire.