✕
(lapresse)

La via della seta e dell’inferno

Ascolta l'audio

Tanto di cappello a Mattarella che da Jinping pretende reciprocità nelle relazioni finanziarie e rispetto dei diritti umani
3 minuti di lettura
La Via della Seta è come la via per l'inferno: lastricata di buoni propositi. Dunque, giù il cappello di fronte a Sergio Mattarella, che nella storica visita di Jinping al Quirinale non arretra di un millimetro di fronte all'avanzata impetuosa del Dragone. Non si presenta sull'attenti e col cappelluccio in mano al cospetto del "Signor Xi". E pretende che quella Via sia davvero "a doppio senso".

Il capo dello Stato fissa così due paletti nei rapporti tra Italia e Cina. Il primo è la fedeltà ai valori dell'Occidente: vuol dire rispetto dei diritti umani (tabù nella Repubblica Popolare, come ha testimoniato la "mente prigioniera" di Liu Xiaobo) e riconoscimento dei diritti sociali (interdetti dal capital-comunismo, come dimostrano il dumping salariale, il lavoro minorile, la condizione femminile). Il secondo è la reciprocità nelle relazioni finanziarie e commerciali: vuol dire mutua lib…
La Via della Seta è come la via per l'inferno: lastricata di buoni propositi. Dunque, giù il cappello di fronte a Sergio Mattarella, che nella storica visita di Jinping al Quirinale non arretra di un millimetro di fronte all'avanzata impetuosa del Dragone. Non si presenta sull'attenti e col cappelluccio in mano al cospetto del "Signor Xi". E pretende che quella Via sia davvero "a doppio senso".

Il capo dello Stato fissa così due paletti nei rapporti tra Italia e Cina. Il primo è la fedeltà ai valori dell'Occidente: vuol dire rispetto dei diritti umani (tabù nella Repubblica Popolare, come ha testimoniato la "mente prigioniera" di Liu Xiaobo) e riconoscimento dei diritti sociali (interdetti dal capital-comunismo, come dimostrano il dumping salariale, il lavoro minorile, la condizione femminile). Il secondo è la reciprocità nelle relazioni finanziarie e commerciali: vuol dire mutua libertà di accesso ai mercati, ma anche mutua osservanza dei limiti nei settori strategici che garantiscono la sicurezza nazionale.

Ma qui finiscono le buone intenzioni, e cominciano i problemi. Il Protocollo d'intesa che il governo firmerà oggi col presidente cinese è un coacervo di piccoli benefici attuali e grandi malefici potenziali. I 29 accordi previsti dal Memorandum, per ora, sono stati parzialmente depotenziati, per attutirne l'impatto economico sulle aziende italiane e l'urto diplomatico sulle cancellerie euro-americane. L'Italia arriva a questo traguardo nelle condizioni peggiori. Dovrebbe affrontarlo con un chiaro disegno geo-politico: ritagliarsi un ruolo tra le due sponde del Mediterraneo, ampliando la collaborazione con la Cina ma rispettando i legami strategici con l'Europa e l'America. Operazione complessa, ma non impossibile. A condizione che a gestirla sia un governo solido e coeso in politica estera, consapevole della sua missione nello scacchiere atlantico e convinto del suo posto nel mondo. 

Tutto quello che la coalizione gialloverde non è. Di Maio e l'allegra banda degli onesti grillini si sono lanciati sulla Belt and Road Initiative con ingenuità disarmante, convinti che l'abbraccio con il generoso "presidente Ping" avrebbe soffocato in una pioggia di yuan le polemiche tricolori sulla campagna no Tav e sulla subcultura anti-industriale del modello di sviluppo bucolico e pauperista pentastellato. Non li ha sfiorati il dubbio che una mossa del genere, unilaterale e non negoziata con Washington e Bruxelles, avrebbe isolato ancora di più un Belpaese già triste e solitario di suo.

Salvini e la truce brigata dei leghisti quel sospetto l'hanno invece nutrito, tanto da sperticarsi in un elogio solenne e irrituale alla saggia mediazione del presidente della Repubblica. Ma ci sono arrivati tardi e male, dopo aver dissipato i primi mesi di legislatura nell'imbarazzante ubriacatura putinista, orbanista, eurofobica. Con questi trascorsi, è impossibile considerare credibile il Capitano in divisa da pompiere, che adesso prova a indossare quella da "garante unico" della lealtà occidentale. Anche stavolta tocca a Mattarella il compito di rimettere insieme i cocci di una politica estera dissennata e sospesa tra autarchia sovranista e velleitarismo alter-mondista.

È Mattarella l'unico vero interlocutore di Xi Jinping, che allo sbarco a Fiumicino (in spregio a qualunque minimo galateo istituzionale) viene accolto dal solo ministro dell'Agricoltura, mentre l'avvocato del popolo Conte è occupato a prendere schiaffi da Juncker e Macron e i due vicepremier Luigi&Matteo sono impegnati a spazzolare gli ultimi voti in Basilicata. È Mattarella che a luglio ospiterà Putin per restituire la visita di Stato a uno zar ormai a sua volta interdetto, persino lui, di fronte alle innumerevoli e incomprensibili giravolte dell'Armata Brancaleone lega-stellata.

L'adesione italiana alla Via della Seta è una fuga in avanti: siamo il primo Paese del G7 a compiere un passo del genere, sul quale ci hanno preceduto solo una dozzina di Stati europei di "seconda fascia". Ma è vero che la Cina è già qui da tempo: almeno dal 2001, quando gli si aprirono senza troppi patemi d'animo le porte del Wto. I fondi sovrani del Dragone hanno già in portafoglio 1.200 miliardi di debito pubblico americano. La Germania è già il principale partner della Repubblica Popolare, Duisburg è già il più importante punto di approdo per le sue merci.

L'export cinese in Gran Bretagna sfiora gli 80 miliardi. Se ben gestiti e negoziati, insomma, ci sarebbero spazi per un ruolo più attivo dell'Italia, che finora ha attirato investimenti per soli 22 miliardi. I capitali cinesi sono già entrati nel porto di Vado Ligure. Hauwei è già presente a Pula, a Cagliari, a Catania, a Segrate. Zte opera sul 5G a Prato e L'Aquila. State Grid Corp ha il 35% di Cdp Reti, Shanghai Electric il 40% di Ansaldo Energia. Lo scambio è già in atto. Ma per intensificarlo bisogna innanzitutto sapere chi si ha di fronte: la Cina punta a diventare la prima potenza planetaria entro il 2030, investe fondi illimitati su infrastrutture digitali, intelligenza artificiale, telecomunicazioni, e con il Belt and Road mette in campo 1.000 miliardi di dollari, più della metà del Pil italiano. E poi bisogna sapere cosa si rischia: finora i 168 gruppi cinesi sbarcati da noi, quando hanno acquisito quote minoritarie in aziende, nel 90% dei casi ne hanno poi rilevato il 100 per cento. Tu gli offri un dito, loro si prendono il braccio, poi si mangiano il resto. Possiamo rinforzare la golden power, possiamo escludere le tlc e vietare il trasferimento di know how e brevetti. Ma dove crediamo di andare, se il Dragone lo affrontiamo da soli e a mani nude, senza la forza negoziale e le spalle protette dagli alleati storici? Bisognerebbe chiederlo a una classe dirigente seria, competente, responsabile. Noi non ce l'abbiamo. Dunque, aspettiamo le elezioni europee. Poi tutti all'inferno, e così sia.