✕

Copyright, perché la creatività va tutelata

La rivoluzione telematica rischia di creare un mondo in cui vince chi veicola i contenuti a danno di chi quei contenuti li pensa o li produce
2 minuti di lettura
Nei discorsi dei Padri Fondatori la Rete sarebbe dovuta essere, oltre all’incubatrice della futura democrazia, un grande luogo di sperimentazione, libera espressione, espansione della coscienza, progresso umano. Alla fine del secondo decennio del XXI secolo rischia di diventare un simbolo della democrazia tradita (vedi lo scandalo di Cambridge Analytica), della sperequazione economica (vedi il modo in cui le grandi piattaforme sfuggono a una giusta tassazione), dell’agorà trasformata in arena (vedi il livello del dibattito sui social), e adesso anche della creatività vampirizzata. Prendiamo la direttiva sul copyright, che troverà il suo esito martedì con la votazione all’Europarlamento. La domanda è: perché chi crea o produce contenuti (artisti, giornalisti, scrittori, musicisti, editori) dovrebbe metterli gratuitamente a disposizione di colossi che pagano in proporzione meno tasse di un piccolo esercizio commerciale, creano …
Nei discorsi dei Padri Fondatori la Rete sarebbe dovuta essere, oltre all’incubatrice della futura democrazia, un grande luogo di sperimentazione, libera espressione, espansione della coscienza, progresso umano. Alla fine del secondo decennio del XXI secolo rischia di diventare un simbolo della democrazia tradita (vedi lo scandalo di Cambridge Analytica), della sperequazione economica (vedi il modo in cui le grandi piattaforme sfuggono a una giusta tassazione), dell’agorà trasformata in arena (vedi il livello del dibattito sui social), e adesso anche della creatività vampirizzata. Prendiamo la direttiva sul copyright, che troverà il suo esito martedì con la votazione all’Europarlamento. La domanda è: perché chi crea o produce contenuti (artisti, giornalisti, scrittori, musicisti, editori) dovrebbe metterli gratuitamente a disposizione di colossi che pagano in proporzione meno tasse di un piccolo esercizio commerciale, creano pochi posti di lavoro a condizioni discutibili, e i cui azionisti di maggioranza detengono patrimoni privati incalcolabili grazie anche al fatto di poter mettere a profitto il frutto dell’ingegno e della creatività altrui?

La Rete crea moltissimo denaro, ma è discutibile il ciclo economico che genera, e cioè il modo in cui il denaro viene ripartito. Quando accediamo a Facebook, a Google, a Youtube stiamo facendo uno scambio: cediamo i nostri dati personali o informazioni sulle nostre abitudini (che nel mondo 2.0 sono convertibili in denaro) in cambio di servizi e contenuti. Il problema è che questi contenuti non vengono pagati o vengono pagati pochissimo. Eppure di quei contenuti la Rete ha bisogno. Il problema è che sembra averne bisogno come un vampiro del sangue.

La rivoluzione telematica rischia di creare un mondo in cui vince chi veicola i contenuti a danno di chi quei contenuti li crea o li produce. La situazione è complessa e non è la stessa per ogni campo del sapere e delle arti. La Rete ha ad esempio distrutto l’industria discografica, ma non il bisogno di ascoltare musica, creando per i musicisti una situazione paradossale: gli autori di un pezzo ascoltato cinquecentomila volte su Spotify e due milioni su Youtube guadagnano infinitamente meno che se avessero venduto diecimila copie di quello stesso brano quando il supporto di riferimento era il 45 giri. Eppure dietro quel brano c’è lavoro, dedizione, tenacia (così come ascoltarlo produce piacere in chi decide di metterselo in cuffia), ed è assurdo che da questo scambio ci guadagni non chi quella emozione l’ha creata (il musicista), non chi l’ha prodotta (con tutte le pecche dello show biz, i discografici avevano il merito di investire su artisti spesso non facili) ma chi — ignaro di ciò che veicola — la mette a disposizione di tutti. La situazione è un po’ diversa per ciò che riguarda il cinema (piattaforme come Netflix e Amazon sono anche produttori, dunque pagano registi, sceneggiatori, attori, montatori ecc.; oppure acquistano da altri produttori, e quindi parte della filiera creativa riceve il suo compenso), il giornalismo (che sia danneggiato dalla rete è indubbio, che abbia un ruolo nel XXI secolo pure, altrimenti Jeff Bezos non avrebbe comprato il Washington Post), il mondo dell’editoria libraria (per ora regge, ma teme di fare prima o poi la fine dell’industria discografica).

Tutto cambia, e io non credo in un eterno Novecento. Credo anzi che la rivoluzione telematica sia un’occasione perché la filiera del cinema, del giornalismo, della musica, del libro si rinnovi (non sempre in questi anni abbiamo brillato per inventiva, e vedere nel futuro più un pericolo che un’opportunità di cambiamento non aiuta). Non potrà farlo senza dialogare con la Rete. Ma farlo sarà impossibile se il legislatore consentirà ai giganti del Web di trasformarsi in altrettanti Nosferatu.