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(ansa)

L’azzardo di Netanyahu e Trump

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I due soci ruzzolano lungo il sentiero della tracotanza propria e dell’indifferenza altrui: soltanto le democrazie, israeliana e americana, potrebbero riuscire a fermarli e riportarli sulla via della ragione
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Con la benedizione di un Trump ringalluzzito dall'apparente scampato pericolo del Russiagate e con la maledizione dei razzi di Hamas lanciati su Israele, il "socio" israeliano del presidente Usa scatena l'offensiva elettorale su Gaza e lascia Washington di corsa per curare i propri interessi politici.

Ora che Trump ha proclamato la sovranità di Israele sulle alture del Golan occupate dal 1967, in disprezzo di ogni risoluzione Onu, e Netanyahu è impigliato in inchieste e incriminazioni per corruzione e tangenti, i due signori del Risiko senza fine israelo palestinese si sentono liberi di buttare all'aria ogni residua speranza di negoziati e soluzione, incoraggiati dai razzi di Hamas e indifferenti alle condanne internazionali.

"Bibi" e il "Don" sono da sempre in perfetta sintonia nel loro giocare d'azzardo forzando, uno a cannonate, l'altro a bordate di tweet, i confini di quella sterile prudenza e di quella esitante str…
Con la benedizione di un Trump ringalluzzito dall'apparente scampato pericolo del Russiagate e con la maledizione dei razzi di Hamas lanciati su Israele, il "socio" israeliano del presidente Usa scatena l'offensiva elettorale su Gaza e lascia Washington di corsa per curare i propri interessi politici.

Ora che Trump ha proclamato la sovranità di Israele sulle alture del Golan occupate dal 1967, in disprezzo di ogni risoluzione Onu, e Netanyahu è impigliato in inchieste e incriminazioni per corruzione e tangenti, i due signori del Risiko senza fine israelo palestinese si sentono liberi di buttare all'aria ogni residua speranza di negoziati e soluzione, incoraggiati dai razzi di Hamas e indifferenti alle condanne internazionali.

"Bibi" e il "Don" sono da sempre in perfetta sintonia nel loro giocare d'azzardo forzando, uno a cannonate, l'altro a bordate di tweet, i confini di quella sterile prudenza e di quella esitante strategia che da anni non produce pace o soluzioni, ma ha almeno contenuto conflitti allargati. Per cinismo politico Netanyahu, deciso a tutto per proteggersi la poltrona dall'insidia di un avversario pericoloso alle elezioni di aprile, e per garrula incoscienza e felice ignoranza il socio americano che si muove nel mondo come il proverbiale elefante in cristalleria, i due leaders camminano di pari passo dal riconoscimento di Gerusalemme come capitale israeliana verso il vuoto.

La loro forza, per ora incontrollata, è la completa assenza di conseguenze, è la inesistenza di chi, come l'Europa vaporizzata, la Cina in altri affari indaffarata, l'Onu irrilevante dovrebbe rappresentare un contrappeso alla prepotenza dell'uno e alla spregiudicatezza dell'altro, come impotenti sono a portare Hamas alla rinuncia ad azioni provocatorie che non servono ad altro se non a dare apparente copertura alle pesantissime rappresaglie dell'Idf, la forza armata israeliana. Lamentare la insostenibile leggerezza di Trump nel demolire il ruolo internazionale degli Usa ormai schierati o condannare la rinuncia di Netanyahu a ogni finzione di negoziato è pura ipocrisia. La forza dei due soci del Risiko è la debolezza degli altri giocatori.

Debolezza alla quale va assommata l'indifferenza di opinioni pubbliche in tutto l'Occidente incapaci di mobilitarsi per altre cause che non siano la miopica difesa del proprio confine, magari da pattuglie di disperati naufraghi, sensibile soltanto alla sirena di un "sovranismo" che dovrebbe proteggerle da ogni ricaduta internazionale delle crisi croniche come quella medio orientale. Fra l'incantesimo del "terrorismo fondamentalista" che ha risucchiato ogni altra preoccupazione e l'illusione di potersi tirare le coperte dei propri sacri confini sugli occhi, la "gente" ha da tempo smesso di occuparsi d'altro che non siano malesseri e disagi immediati. Il fatto che l'occupazione dei territori attribuiti ai palestinesi rimanga la ferita iniziale e purulenta nel conflitto con il mondo arabo è ormai lontano e irrilevante, spesso anche per le stesse nazioni arabe, e in special modo l'Arabia Saudita fissata nell'incubo dell'Iran e incoraggiata da Trump ossessionato dal vecchio, nuovo Satana.

"Bibi" non ha più altri limiti internazionali, ora che gli Stati Uniti hanno rinunciato al ruolo classico dell'Honest Broker, del mediatore onesto e la sua preoccupazione può concentrarsi sulla rielezione a rischio, ora non più soltanto politico, ma giudiziario. Trump non ha limiti perché non ha limiti e ora si crede anche definitivamente riscattato da sospetti di azioni criminali. 

I due soci ruzzolano lungo il toboga della propria tracotanza e dell'indifferenza altrui. Soltanto la democrazia israeliana, ferita ancora da lui stesso se le inchieste sono fondate e dai razzi di Hamas, e la democrazia americana, paralizzata nella ricerca di soluzioni giudiziarie al problema politico Trump, come fu l'Italia con Berlusconi, potrebbero fermarli e riportarli sulla via della ragione.