Smaltita la sbronza securitaria sui porti chiusi ai reietti e le cittadinanze concesse agli eroi, la gioiosa macchina da guerra gialloverde viaggia a velocità sostenuta contro il muro della crisi. Lo sanno tutti, in Italia e nel mondo. Solo il governo fa finta di niente, perso tra i patetici scongiuri ornitologici di Salvini e i grotteschi spergiuri meteorologici di Conte. Di fronte alle prospettive nere dell'economia, il vicepremier leghista già evoca "i gufi", in preda a evidente "sindrome da complotto" tardo-renziana che in genere prelude alla caduta dei governi.
Il premier ottimista, che aveva già vaticinato un 2019 "bellissimo", supera invece sé stesso. Incurante dei tre drammatici allarmi lanciati in mattinata da Bce-Bankitalia-Confindustria, il Candide di Volturara Appula prosegue sereno il suo sogno pomeridiano: "Oggi è un bel giorno", sorride da Palazzo Chigi, ormai trasformato in un balcone virtu…
Il premier ottimista, che aveva già vaticinato un 2019 "bellissimo", supera invece sé stesso. Incurante dei tre drammatici allarmi lanciati in mattinata da Bce-Bankitalia-Confindustria, il Candide di Volturara Appula prosegue sereno il suo sogno pomeridiano: "Oggi è un bel giorno", sorride da Palazzo Chigi, ormai trasformato in un balcone virtu…
Smaltita la sbronza securitaria sui porti chiusi ai reietti e le cittadinanze concesse agli eroi, la gioiosa macchina da guerra gialloverde viaggia a velocità sostenuta contro il muro della crisi. Lo sanno tutti, in Italia e nel mondo. Solo il governo fa finta di niente, perso tra i patetici scongiuri ornitologici di Salvini e i grotteschi spergiuri meteorologici di Conte. Di fronte alle prospettive nere dell'economia, il vicepremier leghista già evoca "i gufi", in preda a evidente "sindrome da complotto" tardo-renziana che in genere prelude alla caduta dei governi.
Il premier ottimista, che aveva già vaticinato un 2019 "bellissimo", supera invece sé stesso. Incurante dei tre drammatici allarmi lanciati in mattinata da Bce-Bankitalia-Confindustria, il Candide di Volturara Appula prosegue sereno il suo sogno pomeridiano: "Oggi è un bel giorno", sorride da Palazzo Chigi, ormai trasformato in un balcone virtuale dal quale i lega-stellati si affacciano per celebrare ogni cosa, dalla "Giornata mondiale del teatro" al varo del "decretone" al Senato.
Non c'è niente da festeggiare, purtroppo. Mario Draghi avverte che la "domanda nella zona euro può peggiorare, anche a causa delle incertezze in Italia e in Francia". Ignazio Visco conferma "il forte rallentamento dell'economia nei primi mesi dell'anno" e ribadisce che per contrastarlo "servono misure urgenti". Vincenzo Boccia certifica la "stagnazione totale". Prodotto lordo fermo nel 2019, in ribasso di 0,9% rispetto alle stime iniziali. Consumi al palo, investimenti privati in caduta libera del 2,5% dopo quattro anni, occupazione bloccata già da maggio di un anno fa.
Poche altre volte il Centro Studi confindustriale aveva tracciato un quadro così devastante sul presente e sul futuro. E stavolta non ci sono colpe scaricabili su "quelli di prima", né ironie possibili sulle previsioni avventate del "partito dei produttori" (come quelle formulate alla vigilia del referendum costituzionale del 2016, ispirate a un'assurda Apocalisse che ovviamente non si verificò). Stavolta gli industriali non sono soli: la crescita zero, alla povera Italia, l'hanno già assegnata (oltre a Bce e Bankitalia) Ocse, Fmi, Commissione Ue, Fitch e Standard & Poor's. Mancano solo Onu e Oms, Wto e Wwf, poi l'elenco è completo.
È dall'autunno scorso che istituzioni italiane e istituti di ricerca internazionali segnalano i pericoli di recessione, innescata dalla guerra dei dazi Usa-Cina, dalle crisi geopolitiche in Medio Oriente e in America Latina, dalla cattiva congiuntura in Germania, dagli effetti di Brexit. Ma Cinque Stelle e Lega (pur di vincere le elezioni, complice la colpevole eclissi della sinistra) hanno scommesso su tutt'altro scenario.
I "gemelli del deficit" hanno colpito divisi in campagna elettorale, per poi marciare uniti dopo le urne del 4 marzo, con due programmi giustapposti in un "contratto-capestro" che non prefigura una politica economica coerente né un modello di sviluppo convincente, ma si regge su un unico comun denominatore: più spesa pubblica, e quasi tutta in disavanzo.
Per Di Maio e Salvini giocarsi tutte le carte sulle due misure-bandiera, reddito di cittadinanza e quota 100, poteva avere un senso in campagna elettorale, quando la posta in gioco era la vittoria alle urne. Ma insistere con quei due feticci ideologici anche dopo la nascita del "governo del cambiamento", di fronte a una congiuntura deteriorata, è stato un atto irresponsabile verso il Paese.
La "manovra del popolo" si è rivelata subito una gigantesca cambiale, che ora dovrà saldare lo stesso "popolo" al quale è stata venduta. Con una stagnazione/recessione in atto servivano certo provvedimenti di sostegno alla povertà e al reddito. Ma urgevano soprattutto interventi anti-ciclici, a partire da un grande piano di investimenti pubblici (infrastrutture, scuola ricerca) e di rafforzamento degli investimenti privati (nel solco di Industria 4.0).
Il governo ha scelto un'altra strada, quella della propaganda a oltranza e del "voto di scambio". E ora Confindustria rivela quello che già sapevamo: nei prossimi tre anni reddito di cittadinanza e quota 100 avranno un impatto negativo sulla crescita dei consumi e del Pil, perché il più 0,8 del primo e il più 0,6 della seconda saranno totalmente azzerati dal rialzo dei tassi sovrani e dal calo di fiducia che hanno generato nel frattempo.
Adesso l'Italia si trova a combattere la crisi a mani nude. Con un buco già accumulato per il 2020 di quasi 40 miliardi (tra extra-deficit dovuto alla bassa crescita e clausole di salvaguardia dell'Iva). E con un sistema bancario fragile e ancora "ostaggio dei destini politici", come titolava il Financial Times dell'altroieri.
Di fronte a questo "nemico", l'allegra brigata penta-leghista spara a salve. Di Maio, in viaggio negli Stati Uniti, è giustamente "preoccupato" ma spaccia subito un "tesoretto da 2 miliardi", altra fosca parola-chiave di tutti i governi alla canna del gas. Salvini, in viaggio ovunque fuorché al Viminale, rilancia testardo la sua cara flat tax, che sarebbe la pietra tombale su un bilancio statale già zavorrato da un disavanzo al 2,4%. Tria, in viaggio a Singapore, resiste inseguendo i fantasmi di un "decreto shock" rinviato ormai da settimane. E Conte, in viaggio dentro sé stesso, tesse le sue ormai proverbiali "interlocuzioni" a Roma, presiedendo un misterioso "vertice sulla crescita" non si sa bene con chi, visto che i colleghi sono tutti in un magnifico "altrove". Una truppa allo sbando, che il 10 aprile (e sarà la prima volta nella storia) presenterà un Def in cui ci sarà la fotografia del disastro, ma non la strategia per scongiurarlo.
Cosa possa succedere dopo le elezioni europee, e chi avrà il coraggio di mettere la firma sulla sicura stangata del prossimo autunno, nessuno sa dirlo. Salvini e Di Maio possono anche durare, perché per ragioni diverse il patto scellerato che hanno sottoscritto conviene ancora a entrambi. Il problema è che non conviene più agli italiani. Prima o poi se ne renderanno conto: speriamo solo che non sia troppo tardi.
Il premier ottimista, che aveva già vaticinato un 2019 "bellissimo", supera invece sé stesso. Incurante dei tre drammatici allarmi lanciati in mattinata da Bce-Bankitalia-Confindustria, il Candide di Volturara Appula prosegue sereno il suo sogno pomeridiano: "Oggi è un bel giorno", sorride da Palazzo Chigi, ormai trasformato in un balcone virtuale dal quale i lega-stellati si affacciano per celebrare ogni cosa, dalla "Giornata mondiale del teatro" al varo del "decretone" al Senato.
Non c'è niente da festeggiare, purtroppo. Mario Draghi avverte che la "domanda nella zona euro può peggiorare, anche a causa delle incertezze in Italia e in Francia". Ignazio Visco conferma "il forte rallentamento dell'economia nei primi mesi dell'anno" e ribadisce che per contrastarlo "servono misure urgenti". Vincenzo Boccia certifica la "stagnazione totale". Prodotto lordo fermo nel 2019, in ribasso di 0,9% rispetto alle stime iniziali. Consumi al palo, investimenti privati in caduta libera del 2,5% dopo quattro anni, occupazione bloccata già da maggio di un anno fa.
Poche altre volte il Centro Studi confindustriale aveva tracciato un quadro così devastante sul presente e sul futuro. E stavolta non ci sono colpe scaricabili su "quelli di prima", né ironie possibili sulle previsioni avventate del "partito dei produttori" (come quelle formulate alla vigilia del referendum costituzionale del 2016, ispirate a un'assurda Apocalisse che ovviamente non si verificò). Stavolta gli industriali non sono soli: la crescita zero, alla povera Italia, l'hanno già assegnata (oltre a Bce e Bankitalia) Ocse, Fmi, Commissione Ue, Fitch e Standard & Poor's. Mancano solo Onu e Oms, Wto e Wwf, poi l'elenco è completo.
È dall'autunno scorso che istituzioni italiane e istituti di ricerca internazionali segnalano i pericoli di recessione, innescata dalla guerra dei dazi Usa-Cina, dalle crisi geopolitiche in Medio Oriente e in America Latina, dalla cattiva congiuntura in Germania, dagli effetti di Brexit. Ma Cinque Stelle e Lega (pur di vincere le elezioni, complice la colpevole eclissi della sinistra) hanno scommesso su tutt'altro scenario.
I "gemelli del deficit" hanno colpito divisi in campagna elettorale, per poi marciare uniti dopo le urne del 4 marzo, con due programmi giustapposti in un "contratto-capestro" che non prefigura una politica economica coerente né un modello di sviluppo convincente, ma si regge su un unico comun denominatore: più spesa pubblica, e quasi tutta in disavanzo.
Per Di Maio e Salvini giocarsi tutte le carte sulle due misure-bandiera, reddito di cittadinanza e quota 100, poteva avere un senso in campagna elettorale, quando la posta in gioco era la vittoria alle urne. Ma insistere con quei due feticci ideologici anche dopo la nascita del "governo del cambiamento", di fronte a una congiuntura deteriorata, è stato un atto irresponsabile verso il Paese.
La "manovra del popolo" si è rivelata subito una gigantesca cambiale, che ora dovrà saldare lo stesso "popolo" al quale è stata venduta. Con una stagnazione/recessione in atto servivano certo provvedimenti di sostegno alla povertà e al reddito. Ma urgevano soprattutto interventi anti-ciclici, a partire da un grande piano di investimenti pubblici (infrastrutture, scuola ricerca) e di rafforzamento degli investimenti privati (nel solco di Industria 4.0).
Il governo ha scelto un'altra strada, quella della propaganda a oltranza e del "voto di scambio". E ora Confindustria rivela quello che già sapevamo: nei prossimi tre anni reddito di cittadinanza e quota 100 avranno un impatto negativo sulla crescita dei consumi e del Pil, perché il più 0,8 del primo e il più 0,6 della seconda saranno totalmente azzerati dal rialzo dei tassi sovrani e dal calo di fiducia che hanno generato nel frattempo.
Adesso l'Italia si trova a combattere la crisi a mani nude. Con un buco già accumulato per il 2020 di quasi 40 miliardi (tra extra-deficit dovuto alla bassa crescita e clausole di salvaguardia dell'Iva). E con un sistema bancario fragile e ancora "ostaggio dei destini politici", come titolava il Financial Times dell'altroieri.
Di fronte a questo "nemico", l'allegra brigata penta-leghista spara a salve. Di Maio, in viaggio negli Stati Uniti, è giustamente "preoccupato" ma spaccia subito un "tesoretto da 2 miliardi", altra fosca parola-chiave di tutti i governi alla canna del gas. Salvini, in viaggio ovunque fuorché al Viminale, rilancia testardo la sua cara flat tax, che sarebbe la pietra tombale su un bilancio statale già zavorrato da un disavanzo al 2,4%. Tria, in viaggio a Singapore, resiste inseguendo i fantasmi di un "decreto shock" rinviato ormai da settimane. E Conte, in viaggio dentro sé stesso, tesse le sue ormai proverbiali "interlocuzioni" a Roma, presiedendo un misterioso "vertice sulla crescita" non si sa bene con chi, visto che i colleghi sono tutti in un magnifico "altrove". Una truppa allo sbando, che il 10 aprile (e sarà la prima volta nella storia) presenterà un Def in cui ci sarà la fotografia del disastro, ma non la strategia per scongiurarlo.
Cosa possa succedere dopo le elezioni europee, e chi avrà il coraggio di mettere la firma sulla sicura stangata del prossimo autunno, nessuno sa dirlo. Salvini e Di Maio possono anche durare, perché per ragioni diverse il patto scellerato che hanno sottoscritto conviene ancora a entrambi. Il problema è che non conviene più agli italiani. Prima o poi se ne renderanno conto: speriamo solo che non sia troppo tardi.