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Milano, una manifestazione a favore dello ius soli (agf)

L’uguaglianza dello ius soli

La Costituzione parla di cittadinanza in modo chiaro. E il diritto è anche questione di numeri
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C'è una questione giuridica, non solo politica, attorno alla legge sulla cittadinanza. C'è un problema di legittimità costituzionale, benché nessuno se ne curi. Quanto ai politici, va in scena un valzer a tre tempi: qualcuno si pente (il Pd), qualcuno si risente (la Lega), qualcun altro è silente (i 5 Stelle). E la Costituzione? Assente, per lo più ignorata nel dibattito in corso dopo l'incendio di quello scuolabus a Milano.

Eppure la vecchia legge del 1912 sulla cittadinanza fu smantellata da varie sentenze della Consulta (nel 1975, nel 1982, nel 1983), prima che nel 1992 ne sopraggiungesse la riforma. Succederà lo stesso anche alla legge (si fa per dire) nuova, se cominceremo a misurarne la coerenza con i principi della nostra civiltà giuridica. Il principio d'eguaglianza. Di proporzionalità. Di tutela dei minori. O più semplicemente il principio di legalità, che vieta ogni delega in bianco…
C'è una questione giuridica, non solo politica, attorno alla legge sulla cittadinanza. C'è un problema di legittimità costituzionale, benché nessuno se ne curi. Quanto ai politici, va in scena un valzer a tre tempi: qualcuno si pente (il Pd), qualcuno si risente (la Lega), qualcun altro è silente (i 5 Stelle). E la Costituzione? Assente, per lo più ignorata nel dibattito in corso dopo l'incendio di quello scuolabus a Milano.

Eppure la vecchia legge del 1912 sulla cittadinanza fu smantellata da varie sentenze della Consulta (nel 1975, nel 1982, nel 1983), prima che nel 1992 ne sopraggiungesse la riforma. Succederà lo stesso anche alla legge (si fa per dire) nuova, se cominceremo a misurarne la coerenza con i principi della nostra civiltà giuridica. Il principio d'eguaglianza. Di proporzionalità. Di tutela dei minori. O più semplicemente il principio di legalità, che vieta ogni delega in bianco alle autorità amministrative, che s'oppone alla trasformazione dei diritti in graziose concessioni del sovrano.

D'altronde questi giochini normativi stanno diventando un'abitudine per il governo gialloverde. È il caso, innanzitutto, del decreto sicurezza, che prevede la revoca della cittadinanza in seguito a reati di matrice terroristica. Ma solo per chi l'abbia acquisita dopo la sua nascita, non per i figli di genitori italiani. Stabilendo così una diversità di trattamento per il medesimo reato, contro l'eguaglianza formale. E introducendo una distinzione fra cittadini e cittadini, contro il carattere unitario della cittadinanza, scolpito fin dalla Rivoluzione francese. Ma anche contro l'articolo 22 della Costituzione, secondo cui non si può perdere la qualità di cittadino per motivi politici. Tuttavia il vizio è già all'origine, già nel contratto di governo: poiché quest'ultimo (punto 23) promette la perdita della patria potestà ai genitori Rom che non mandino a scuola i propri figli. Soltanto a loro, per gli altri vige il diritto alle vacanze.

E c'è poi il reddito di cittadinanza, elargito pure agli stranieri. Quali? Chi abbia un permesso di lungo periodo e risieda in Italia da 10 anni. Il primo requisito apre una contraddizione interna in questa misura normativa, giacché per ottenerlo serve un reddito minimo, dunque il sostegno ai poveri finisce per escludere i più poveri. Il secondo requisito contrasta con la giurisprudenza costituzionale, che in una decina d'occasioni ha già bocciato clausole analoghe per l'erogazione di prestazioni sociali agli stranieri. Un caso su tutti: la sentenza n. 166 del 2018, dove 5 anni di residenza sono stati giudicati troppi. Forse al governo, più che un avvocato, occorre un ragioniere.

Giacché il diritto è anche questione di numeri, di cifre. E i numeri adesso sono ostili alla stessa legge sulla cittadinanza. Nel 1992, quando fu approvata, gli stranieri residenti erano 600 mila; oggi superano i 5 milioni. Sono perciò cresciuti di 8 volte, e questo dato cambia in profondità il paesaggio normativo. Diceva Jemolo, fra i massimi giuristi del secolo XX: il bimbo che si porti a casa un sassolino raccolto nel giardino pubblico non commette reati; ma altro sarebbe andarci con un escavatore. Da qui la sopravvenuta incostituzionalità di quella legge, e prima o poi dovremo farci i conti. Perché le leggi sono figlie dei tempi, della storia; nessuna legge è un abito buono per tutte le stagioni. Nel Novecento lo ius sanguinis, la trasmissione della cittadinanza alla prole, mirava a favorire il rientro dei nostri emigrati, che assai spesso avevano dovuto rinunziare alla cittadinanza italiana per acquisire quella altrui. Oggi è un ostacolo all'integrazione, un pericolo per la stessa sicurezza nazionale.

Di più: è un attentato ai diritti del fanciullo, che la Costituzione protegge espressamente (articolo 31), al pari della Convenzione sui diritti dell'infanzia. Sta di fatto che nelle scuole italiane studiano 800 mila ragazzi figli d'immigrati, ma nati sul nostro stesso suolo. Costoro potranno diventare cittadini, però dopo i 18 anni, dopo uno slalom burocratico d'altri anni, e sempre che non sbattano contro il niet di qualche funzionario. Nel frattempo crescono come esiliati in patria, come scomunicati. Non è soltanto ingiusto: è incostituzionale.