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(ansa)

I due Matteo o sono uno?

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Uniti dai gufi e da altro. Per Salvini e Renzi l'inseguimento del senso comune ha segnato la scalata al successo  
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Narra la leggenda che, al di là delle legnate pubbliche, i rapporti siano rimasti cordiali sin dai tempi in cui flirtarono via sms per un Governo delle Riforme. Era il 2018, poco prima che il Capitone decidesse di fagocitare Di Maio, ché sarebbe stato molto più semplice.
Hanno età compatibili.
Vivono da sempre grazie alla politica.

Esprimono la cultura Mediaset che nei ruggenti Ottanta significava, incredibile a dirsi, essere contro l’establishment. A favore di camera. In attesa di essere a favore anche di Senato.
Hanno lavorato, riuscendoci in tempi diversi, per scalzare la leadership di Silvio Berlusconi dal cuore dei cosiddetti moderati. Sono più abili a compattare le truppe contro i nemici che a costruire consenso su di sé.
Sfruttano i social con determinazione ma soprattutto ne adorano il riscontro immediato. Compulsivo.
Quando Salvini, l’altro giorno, ha additato come «gufi» chi constatava lo sprofondo economico …
Narra la leggenda che, al di là delle legnate pubbliche, i rapporti siano rimasti cordiali sin dai tempi in cui flirtarono via sms per un Governo delle Riforme. Era il 2018, poco prima che il Capitone decidesse di fagocitare Di Maio, ché sarebbe stato molto più semplice.
Hanno età compatibili.
Vivono da sempre grazie alla politica.

Esprimono la cultura Mediaset che nei ruggenti Ottanta significava, incredibile a dirsi, essere contro l’establishment. A favore di camera. In attesa di essere a favore anche di Senato.
Hanno lavorato, riuscendoci in tempi diversi, per scalzare la leadership di Silvio Berlusconi dal cuore dei cosiddetti moderati. Sono più abili a compattare le truppe contro i nemici che a costruire consenso su di sé.
Sfruttano i social con determinazione ma soprattutto ne adorano il riscontro immediato. Compulsivo.
Quando Salvini, l’altro giorno, ha additato come «gufi» chi constatava lo sprofondo economico del Paese, avrebbe dovuto versare il 50 per cento di Siae all’altro Matteo.

A un primo e sommario esame, dunque, la principale differenza tra i due parrebbe che uno è stato comunista e l’altro invece ha guidato il Pd.
In realtà, come si usa dire, Renzi ha fatto molte cose buone. E il suo contraltare ne ha fatte molte di pessime. Ma per entrambi l’inseguimento del senso comune ha rappresentato il segreto del successo e quello della possibile perdizione.
L’euforia del 40 per cento convinse il leader democratico che la maggioranza fosse il primo passo verso l’unanimità, portandolo a rincorrere le famose praterie del centro che nel frattempo si spostavano sempre più a destra, un po’ come nel paradosso di Achille e la tartaruga.

Il doping emotivo attuale potrebbe avvelenare er divisa, che sul caso Rami ha dato un primo importante segno di cortocircuito: prima ha detto no alla cittadinanza, poi ha conteggiato i like e ha detto sì, replicando nella realtà il meccanismo virtuale della Bestia, col quale lo spin doctor Luca Morisi gli fa percepire minuto per minuto i gorgoglii nella pancia del Paese. Per imitarli e amplificarli.
Chi avesse visto la puntata del Costanzo Show, durante la quale il ministro dell’Interno è stato accolto con un entusiasmo pari solo all’apparizione della Madonna di Medjugorie, o di Barbara D’Urso, che tra l’altro emana più o meno la stessa luce, difficilmente potrebbe cogliere i segni di una parabola discendente. Eppure, come ricordano sempre i suoi fan, convinti che i problemi fossero solo di ordine caratteriale, Renzi cominciò a scivolare nei consensi proprio quando la sua “vincenza” gli fece perdere il contatto col pianeta Terra. E cominciò a renderlo antipatico.

La speranza è che Salvini non se ne accorga. E che l’altro Matteo cominci ad accorgersene.