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Web, privacy vittima della superficialità digitale

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Se la vicenda delle centinaia di cittadini italiani spiati per errore che da ieri impazza sui media e sul web fosse vera – e il condizionale è d’obbligo e tale resterà sino alla conclusione delle indagini in corso – saremmo davanti a una storia di inaudita gravità, rivelatrice di quanto poco, purtroppo, ancora oggi, lo Stato tiene alla privacy dei suoi cittadini.

Gli errori, intendiamoci, sono sempre in agguato in qualsiasi attività svolta dal pubblico e dal privato ma un errore di Stato che frantuma e travolge un diritto fondamentale come quello alla privacy non può essere archiviato come un semplice effetto collaterale o un rischio da correre in vista del perseguimento di diritti e interessi pari-ordinati come quelli alla giustizia o alla sicurezza interna o internazionale. La vicenda, se i contorni sin qui noti fossero confermati, racconterebbe di un’inaudita leggerezza nel maneggiare strumenti – ma forse dovremmo im…
Se la vicenda delle centinaia di cittadini italiani spiati per errore che da ieri impazza sui media e sul web fosse vera – e il condizionale è d’obbligo e tale resterà sino alla conclusione delle indagini in corso – saremmo davanti a una storia di inaudita gravità, rivelatrice di quanto poco, purtroppo, ancora oggi, lo Stato tiene alla privacy dei suoi cittadini.

Gli errori, intendiamoci, sono sempre in agguato in qualsiasi attività svolta dal pubblico e dal privato ma un errore di Stato che frantuma e travolge un diritto fondamentale come quello alla privacy non può essere archiviato come un semplice effetto collaterale o un rischio da correre in vista del perseguimento di diritti e interessi pari-ordinati come quelli alla giustizia o alla sicurezza interna o internazionale. La vicenda, se i contorni sin qui noti fossero confermati, racconterebbe di un’inaudita leggerezza nel maneggiare strumenti – ma forse dovremmo imparare a chiamarle armi perché idonei a offendere quanto e, anzi, più di una pistola – che andrebbero utilizzati con cautele tecniche e regolamentari ben maggiori rispetto a quelle con le quali, allo stato, vengono utilizzati.

Nel 2019, dopo oltre un decennio di scandali globali e nazionali – dalle intercettazioni di massa delle agenzie di intelligence americane alla italianissima tragedia democratica della Hacking Team – è semplicemente assurdo, incredibile, inverosimile continuare a constatare che la privacy dei cittadini vale così poco da poter essere sacrificata non solo (il che è già di per sé un fatto grave) in maniera consapevole, in vista del potenziale conseguimento di un obiettivo giusto ma, addirittura, per errore, per qualche linea di codice sbagliata o per qualche click fuori posto.
E’ un fatto sintomatico di un equivoco di fondo, grave e antidemocratico, che va trattato come la prima delle emergenze nazionali e risolto senza remore, ambiguità e titubanze: non c’è futuro per una democrazia se lo Stato non riesce a garantire, innanzitutto, a ciascuno dei suoi cittadini, il confine tra il pubblico e il privato, il loro sacrosanto diritto alla privacy.

Nel 1776, Lord Chatam, davanti al Parlamento inglese, in un dibattito sulle garanzie da riconoscere ai cittadini del Regno diceva: “Il più povero degli uomini può, nella sua casetta lanciare una sfida alla… corona. La casetta può essere fragile,… ma il re d’Inghilterra non può entrare...”. E noi, oltre due secoli più tardi ci ritroviamo a discutere di una vicenda nella quale, lo Stato – o qualcuno per conto di quello Stato – in quella casetta, nelle nostre casette (fisiche e digitali) è entrato addirittura per errore, senza volerlo, senza alcuna giustificazione, forse, senza rendersene conto il che, tuttavia, è circostanza aggravante e non attenuante.

Il problema va affrontato oggi e, anzi, andava affrontato ieri e non basta – ancorché necessaria - un impegno a scrivere una qualche leggina che scongiuri, per l’avvenire, incidenti di questo genere, che limiti in maniera incisiva l’utilizzo di certi strumenti da parte dello Stato o che, almeno imponga di utilizzarli in ipotesi del tutto eccezionali e previa adozione di cautele che oggi, evidentemente, non sono adottate.

E’ urgente riprendere il lavoro, democraticamente prezioso, iniziato da Stefano Rodotà con la carta dei diritti e doveri di Internet, scrivere un’autentica carta di cittadinanza digitale, riconoscere, per sempre, a ogni cittadino, garanzie insuperabili dinanzi a ogni lesione della propria privacy perché, solo così, ci daremo una speranza di futuro democratico. Ed è, egualmente urgente, investire nell’educazione digitale di sessanta milioni di italiani, nelle scuole, nelle famiglie, attraverso i media e la televisione perché è evidente che gli effetti di vicende come queste sarebbero più contenuti se il digitale fosse vissuto da ciascuno di noi con maggiore consapevolezza, se lo smartphone fosse considerato uno strumento prezioso ma, al tempo stesso, pericoloso per noi stessi e per gli altri più di una macchina o di un motorino.

Eppure mentre non ci si può mettere alla guida di una macchina senza avere diciotto anni, aver studiato, fatto pratica e preso una patente, ciascuno di noi e, soprattutto, i più giovani – che con espressione drammaticamente fuorviante abbiamo battezzato “nativi digitali” – usiamo smartphone e centinaia di altri dispositivi connessi con straordinaria leggerezza e inconsapevolezza. Stiamo immolando il futuro sull’altare della superficialità digitale, su quello di un principio medievale secondo il quale il fine giustifica i mezzi, stiamo perdendo il diritto di rimproverare ai giganti del web di far carne da macello della privacy degli utenti in nome dei loro interessi economici.