Elezioni europee, la conversione di Weber
Massimo Riva , di MASSIMO RIVAIl candidato Ppe chiude a Salvini, forse per convenienza. E il voto diventa uno scontro europeisti-eurofobi
A meno di due mesi dal voto del 26 maggio la campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo registra una torsione politica per molti versi sorprendente. In particolare, perché a imprimere la svolta è stato il candidato di punta del Partito popolare europeo, il bavarese Manfred Weber. Il quale, più e meglio di altri, si era destreggiato in esercizi di consumata ambiguità tattica sul nodo cruciale dei rapporti con le forze dello schieramento sovranista. Tanto da aver reso solido il sospetto che la strategia del Ppe fosse quella di perseguire una tipica politica dei due forni. Nel senso di attendere la conta dei voti per poter poi decidere se proseguire nell'alleanza con i partiti europeisti ovvero fare maggioranza con l'infido mondo delle destre eurofobe. Ancora il 20 marzo l'assemblea del Ppe aveva avvalorato questa impressione di doppiezza con un pasticciato compromesso per non espellere dalle sue fila il partito dell'autocr…
A meno di due mesi dal voto del 26 maggio la campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo registra una torsione politica per molti versi sorprendente. In particolare, perché a imprimere la svolta è stato il candidato di punta del Partito popolare europeo, il bavarese Manfred Weber. Il quale, più e meglio di altri, si era destreggiato in esercizi di consumata ambiguità tattica sul nodo cruciale dei rapporti con le forze dello schieramento sovranista. Tanto da aver reso solido il sospetto che la strategia del Ppe fosse quella di perseguire una tipica politica dei due forni. Nel senso di attendere la conta dei voti per poter poi decidere se proseguire nell'alleanza con i partiti europeisti ovvero fare maggioranza con l'infido mondo delle destre eurofobe. Ancora il 20 marzo l'assemblea del Ppe aveva avvalorato questa impressione di doppiezza con un pasticciato compromesso per non espellere dalle sue fila il partito dell'autocrate ungherese Viktor Orbán, leader dei populisti e alfiere di una impresentabile "democrazia illiberale".
Poi, sabato 23 marzo, pressato dalle domande di Andrea Bonanni e Alberto D'Argenio in un'intervista a Repubblica, Weber sceglie di spazzare via ogni ambiguità sui suoi obiettivi politici. In modi e termini - va riconosciuto - molto netti. Intanto, dichiarando che dopo il voto intende sedersi al tavolo con i partiti europeisti - e specifica: socialisti, liberali e verdi - per discutere e cercare un'intesa. Poi, alla domanda se esclude accordi con i sovranisti di Matteo Salvini offre una risposta a tutto campo: non solo no ai leghisti nostrani ma anche a Le Pen, no ai polacchi di Kaczynski e figuriamoci, in casa propria, ai neo nazisti dell'Afd. Per concludere lapidario: "Tutti gli estremisti e nazionalisti sono miei nemici".
C'è infine un altro passaggio delle dichiarazioni di Weber che merita attenzione. Ed è laddove egli propone di istituire un organismo che vigili sul rispetto delle regole dello Stato di diritto, in particolare su autonomia del potere giudiziario e libertà dei mass media. Non solo un duro altolà ad alcuni governi dell'Est sulle deviazioni dai principi della democrazia liberale ma anche un'esplicita apertura alla consimile proposta del presidente francese Macron nel suo recente manifesto per l'Europa. Così esponendosi su un terreno dal quale si era tenuta alla larga perfino la nuova presidente della Cdu, Kramp-Karrenbauer, nella sua risposta all'iniziativa dell'Eliseo. Altra mossa sorprendente, stavolta per il campo politico interno della Germania, dove mai si era visto un esponente della cattolica Csu bavarese scavalcare in tema di diritti i luterani della Cdu.
Molte possono essere le ragioni di questo improvviso cambiamento di rotta da parte di Manfred Weber. Ma si prendano pure in considerazione le interpretazioni meno benevole. Per esempio, che sondaggi o aruspici vari gli abbiano segnalato la cospicua aleatorietà del progetto di poter guidare la Commissione di Bruxelles con l'appoggio numerico dei partiti sovranisti. Insomma, che dietro la conversione di Weber ci sia più convenienza che convinzione. In ogni caso la sua sortita ridisegna il campo di gioco del voto per Strasburgo profilandolo come uno scontro diretto fra europeisti ed eurofobi. A socialisti, liberali e verdi si offre l'eccellente opportunità di convergere su questa impostazione inchiodando la volpe bavarese alle sue impegnative parole.
Poi, sabato 23 marzo, pressato dalle domande di Andrea Bonanni e Alberto D'Argenio in un'intervista a Repubblica, Weber sceglie di spazzare via ogni ambiguità sui suoi obiettivi politici. In modi e termini - va riconosciuto - molto netti. Intanto, dichiarando che dopo il voto intende sedersi al tavolo con i partiti europeisti - e specifica: socialisti, liberali e verdi - per discutere e cercare un'intesa. Poi, alla domanda se esclude accordi con i sovranisti di Matteo Salvini offre una risposta a tutto campo: non solo no ai leghisti nostrani ma anche a Le Pen, no ai polacchi di Kaczynski e figuriamoci, in casa propria, ai neo nazisti dell'Afd. Per concludere lapidario: "Tutti gli estremisti e nazionalisti sono miei nemici".
C'è infine un altro passaggio delle dichiarazioni di Weber che merita attenzione. Ed è laddove egli propone di istituire un organismo che vigili sul rispetto delle regole dello Stato di diritto, in particolare su autonomia del potere giudiziario e libertà dei mass media. Non solo un duro altolà ad alcuni governi dell'Est sulle deviazioni dai principi della democrazia liberale ma anche un'esplicita apertura alla consimile proposta del presidente francese Macron nel suo recente manifesto per l'Europa. Così esponendosi su un terreno dal quale si era tenuta alla larga perfino la nuova presidente della Cdu, Kramp-Karrenbauer, nella sua risposta all'iniziativa dell'Eliseo. Altra mossa sorprendente, stavolta per il campo politico interno della Germania, dove mai si era visto un esponente della cattolica Csu bavarese scavalcare in tema di diritti i luterani della Cdu.
Molte possono essere le ragioni di questo improvviso cambiamento di rotta da parte di Manfred Weber. Ma si prendano pure in considerazione le interpretazioni meno benevole. Per esempio, che sondaggi o aruspici vari gli abbiano segnalato la cospicua aleatorietà del progetto di poter guidare la Commissione di Bruxelles con l'appoggio numerico dei partiti sovranisti. Insomma, che dietro la conversione di Weber ci sia più convenienza che convinzione. In ogni caso la sua sortita ridisegna il campo di gioco del voto per Strasburgo profilandolo come uno scontro diretto fra europeisti ed eurofobi. A socialisti, liberali e verdi si offre l'eccellente opportunità di convergere su questa impostazione inchiodando la volpe bavarese alle sue impegnative parole.