Rivolta di Torre Maura, la periferia degli umiliati
Benedetta Tobagi , di BENEDETTA TOBAGIIl problema esploso a Roma è tutt'altro che nuovo, si ripropone da anni con periodici rigurgiti acuti. Serve collaborazione, anziché istigazione alla rivalità e all'astio
Il pregiudizio è antico, e il raggio dell'ostilità si estende ben oltre le periferie povere. "I rom sono l'anello debole della catena migratoria, sono molto disprezzati. Del bambino nero dicono tutti "Com'è bellino!". Il bambino rom, no. Lo identificano con la sporcizia, il furto, la menzogna. I pregiudizi sono enormi", mi spiegava, tempo fa, una dirigente scolastica del quartiere Barra, a Napoli, area poverissima e ad alta densità camorrista, la cui scuola (inattesa oasi felice dentro un brutto parallelepipedo prefabbricato) aveva nel bacino d'utenza un grande insediamento nomadi; "lavoro con gli immigrati da vent'anni, le difficoltà che abbiamo nei confronti dei rom non le ho mai trovate verso altri".
Il problema esploso martedì 2 aprile nella periferia romana è tutt'altro che nuovo, si ripropone da anni, con periodici rigurgiti acuti. Nel dicembre 2011 a Torino, per esempio, quan…
Il problema esploso martedì 2 aprile nella periferia romana è tutt'altro che nuovo, si ripropone da anni, con periodici rigurgiti acuti. Nel dicembre 2011 a Torino, per esempio, quan…
Il pregiudizio è antico, e il raggio dell'ostilità si estende ben oltre le periferie povere. "I rom sono l'anello debole della catena migratoria, sono molto disprezzati. Del bambino nero dicono tutti "Com'è bellino!". Il bambino rom, no. Lo identificano con la sporcizia, il furto, la menzogna. I pregiudizi sono enormi", mi spiegava, tempo fa, una dirigente scolastica del quartiere Barra, a Napoli, area poverissima e ad alta densità camorrista, la cui scuola (inattesa oasi felice dentro un brutto parallelepipedo prefabbricato) aveva nel bacino d'utenza un grande insediamento nomadi; "lavoro con gli immigrati da vent'anni, le difficoltà che abbiamo nei confronti dei rom non le ho mai trovate verso altri".
Il problema esploso martedì 2 aprile nella periferia romana è tutt'altro che nuovo, si ripropone da anni, con periodici rigurgiti acuti. Nel dicembre 2011 a Torino, per esempio, quando un gruppo di cittadini inferociti per un presunto stupro (mai avvenuto) diede fuoco a un campo nomadi della periferia: praticamente un pogrom. E ancor prima a Napoli, nel 2008, quando si sparse la notizia che i rom avevano tentato di rapire una bambina e il campo di Ponticelli (un'altra periferia dura) fu bruciato. Molti sospettarono lo zampino della criminalità organizzata, che in quei territori costruisce il consenso anche sulla diffusa repulsione per "gli zingari". Me l'aveva confermato un giovane tassista in vena di chiacchiere a fine turno, all'alba, spiegandomi, con soddisfazione, che nella sua provincia campana d'origine "negri e zingari non sono un problema": in caso di "sgarri", ci pensano le "famiglie". Da qualche tempo viveva nell'hinterland milanese, ma ci sono "famiglie" anche lì, precisa, infatti è tutto bello, verde e sicuro. Una mentalità più diffusa di quanto si pensi, di fatto rafforzata da chi mette stranieri e campi rom da spazzar via in testa alle minacce alla sicurezza, lasciando scivolare le mafie alle ultime posizioni.
Tra gli "sgarri" associati ai rom, che esasperano la popolazione, ci sono innanzitutto i furti. Dal Nord al Sud, anche se i responsabili non vengono identificati, c'è una gamma di effrazioni attribuite a loro quasi in automatico. Nel bresciano, per esempio, in un paesino tranquillo e tutt'altro che degradato, a un tiro di schioppo da un grappolo di centri commerciali, ricordo il commento rassegnato del capofamiglia di una casa svaligiata: "Hanno messo tutto sottosopra, hanno preso solo l'oro giallo, non hanno riconosciuto il bracciale d'oro bianco che vale di più. E poi scarpe, vestiti firmati". Conclusione? "Dovevano essere zingari".
Vero o no, il pregiudizio si radica e prospera indisturbato, complice la non-conoscenza. Gli stessi termini che ho usato finora, "rom" e "nomadi", sebbene "politicamente corretti", sono inesatti. Si tratta infatti di popolazioni diverse, accomunate da tradizioni culturali simili e dalla lingua romanés, per l'85-90% sedentarie. A peggiorare le cose, gli insediamenti nomadi, da Napoli a Genova, si trovano quasi sempre vicino ai luoghi dove gli italiani stanno peggio. Alla paura dei furti, si aggiungono le preoccupazioni igieniche e ambientali, acuite in caso di misure drastiche come il taglio dei servizi. I roghi di spazzatura e copertoni, per esempio, che si levavano dal campo abusivo di Gianturco, avevano esasperato anche i cittadini più tolleranti. "Puzzano, non si lavano", era una lamentela ricorrente nelle scuole. Una maestra della periferia genovese di Cornigliano, orfana dei passati splendori occupazionali dell'Ilva, ricordava un bambino sparito di punto in bianco. Non poteva lavarsi, dopo che era stata tolta l'acqua al campo dove viveva. Puzzava. Il papà voleva risparmiargli l'umiliazione.
Nelle comunità problematiche non si tratta solo di "guerra tra poveri": a Napoli, nelle zone dove diverse famiglie avevano un parente in carcere o ai domiciliari, il pregiudizio contro i rom era accanito, e pareva una risposta al bisogno di sentirsi superiori almeno a qualcuno, in una società che ti tratta da scarto. Geniale, in quel contesto, la reazione della dirigente: tra tante famiglie disastrate che non si interessavano alla vita della scuola, aveva nominato rappresentante di classe una signora rom volenterosa (come dovunque, anche nei campi nomadi c'è di tutto, mi aveva spiegato, e bisogna far leva sulle persone di buona volontà che possono coinvolgere e influenzare positivamente la propria comunità, soprattutto donne e bambini), spiazzando tutti. In contesti simili, fa tutta la differenza del mondo se qualcuno sparge benzina sul fuoco o invece costruisce ponti. Il clima diffuso negli ultimi anni, però, gli episodi d'intolleranza in tranquilli paesini di provincia, impongono di essere prudenti nello stabilire facili associazioni tra odio e periferie degradate. Chiediamoci cosa sarebbe successo se i 70 rom fossero stati sistemati in un bel quartiere altoborghese del centro. E perché mai, conoscendo il malessere delle periferie, non si sia scelto di mandarli tra chi sta un po' meglio degli altri.
L'esperienza di chi lavora da decenni nel sociale, in quei quartieri che paiono sempre sul punto di scoppiare, ha distillato un capitale d'esperienze troppo spesso inascoltate. Per esempio, l'assistenzialismo puro e semplice si rivela fallimentare. Da una parte, spesso deresponsabilizza chi riceve gli aiuti, dall'altra, innesca immediatamente l'astio di chi se li vede negati. Altrettanto importante, la chiave dei progetti di sostegno e integrazione più efficaci, nei quartieri difficili e nelle scuole, sta nel disinnescare la conflittualità lavorando sui molti terreni in cui tutti - italiani e non - sono "diversamente fragili", a beneficio di tutti. Collaborazione, anziché istigazione alla rivalità e all'astio. Ma bisogna volerlo.
Il problema esploso martedì 2 aprile nella periferia romana è tutt'altro che nuovo, si ripropone da anni, con periodici rigurgiti acuti. Nel dicembre 2011 a Torino, per esempio, quando un gruppo di cittadini inferociti per un presunto stupro (mai avvenuto) diede fuoco a un campo nomadi della periferia: praticamente un pogrom. E ancor prima a Napoli, nel 2008, quando si sparse la notizia che i rom avevano tentato di rapire una bambina e il campo di Ponticelli (un'altra periferia dura) fu bruciato. Molti sospettarono lo zampino della criminalità organizzata, che in quei territori costruisce il consenso anche sulla diffusa repulsione per "gli zingari". Me l'aveva confermato un giovane tassista in vena di chiacchiere a fine turno, all'alba, spiegandomi, con soddisfazione, che nella sua provincia campana d'origine "negri e zingari non sono un problema": in caso di "sgarri", ci pensano le "famiglie". Da qualche tempo viveva nell'hinterland milanese, ma ci sono "famiglie" anche lì, precisa, infatti è tutto bello, verde e sicuro. Una mentalità più diffusa di quanto si pensi, di fatto rafforzata da chi mette stranieri e campi rom da spazzar via in testa alle minacce alla sicurezza, lasciando scivolare le mafie alle ultime posizioni.
Tra gli "sgarri" associati ai rom, che esasperano la popolazione, ci sono innanzitutto i furti. Dal Nord al Sud, anche se i responsabili non vengono identificati, c'è una gamma di effrazioni attribuite a loro quasi in automatico. Nel bresciano, per esempio, in un paesino tranquillo e tutt'altro che degradato, a un tiro di schioppo da un grappolo di centri commerciali, ricordo il commento rassegnato del capofamiglia di una casa svaligiata: "Hanno messo tutto sottosopra, hanno preso solo l'oro giallo, non hanno riconosciuto il bracciale d'oro bianco che vale di più. E poi scarpe, vestiti firmati". Conclusione? "Dovevano essere zingari".
Vero o no, il pregiudizio si radica e prospera indisturbato, complice la non-conoscenza. Gli stessi termini che ho usato finora, "rom" e "nomadi", sebbene "politicamente corretti", sono inesatti. Si tratta infatti di popolazioni diverse, accomunate da tradizioni culturali simili e dalla lingua romanés, per l'85-90% sedentarie. A peggiorare le cose, gli insediamenti nomadi, da Napoli a Genova, si trovano quasi sempre vicino ai luoghi dove gli italiani stanno peggio. Alla paura dei furti, si aggiungono le preoccupazioni igieniche e ambientali, acuite in caso di misure drastiche come il taglio dei servizi. I roghi di spazzatura e copertoni, per esempio, che si levavano dal campo abusivo di Gianturco, avevano esasperato anche i cittadini più tolleranti. "Puzzano, non si lavano", era una lamentela ricorrente nelle scuole. Una maestra della periferia genovese di Cornigliano, orfana dei passati splendori occupazionali dell'Ilva, ricordava un bambino sparito di punto in bianco. Non poteva lavarsi, dopo che era stata tolta l'acqua al campo dove viveva. Puzzava. Il papà voleva risparmiargli l'umiliazione.
Nelle comunità problematiche non si tratta solo di "guerra tra poveri": a Napoli, nelle zone dove diverse famiglie avevano un parente in carcere o ai domiciliari, il pregiudizio contro i rom era accanito, e pareva una risposta al bisogno di sentirsi superiori almeno a qualcuno, in una società che ti tratta da scarto. Geniale, in quel contesto, la reazione della dirigente: tra tante famiglie disastrate che non si interessavano alla vita della scuola, aveva nominato rappresentante di classe una signora rom volenterosa (come dovunque, anche nei campi nomadi c'è di tutto, mi aveva spiegato, e bisogna far leva sulle persone di buona volontà che possono coinvolgere e influenzare positivamente la propria comunità, soprattutto donne e bambini), spiazzando tutti. In contesti simili, fa tutta la differenza del mondo se qualcuno sparge benzina sul fuoco o invece costruisce ponti. Il clima diffuso negli ultimi anni, però, gli episodi d'intolleranza in tranquilli paesini di provincia, impongono di essere prudenti nello stabilire facili associazioni tra odio e periferie degradate. Chiediamoci cosa sarebbe successo se i 70 rom fossero stati sistemati in un bel quartiere altoborghese del centro. E perché mai, conoscendo il malessere delle periferie, non si sia scelto di mandarli tra chi sta un po' meglio degli altri.
L'esperienza di chi lavora da decenni nel sociale, in quei quartieri che paiono sempre sul punto di scoppiare, ha distillato un capitale d'esperienze troppo spesso inascoltate. Per esempio, l'assistenzialismo puro e semplice si rivela fallimentare. Da una parte, spesso deresponsabilizza chi riceve gli aiuti, dall'altra, innesca immediatamente l'astio di chi se li vede negati. Altrettanto importante, la chiave dei progetti di sostegno e integrazione più efficaci, nei quartieri difficili e nelle scuole, sta nel disinnescare la conflittualità lavorando sui molti terreni in cui tutti - italiani e non - sono "diversamente fragili", a beneficio di tutti. Collaborazione, anziché istigazione alla rivalità e all'astio. Ma bisogna volerlo.