Dacci oggi la commissione quotidiana
Michele Ainis , di MICHELE AINISOgni inchiesta parlamentare suona come sfiducia verso la magistratura. In questa legislatura siamo a 34 progetti di legge: un record
Il Parlamento indaga, investiga, inquisisce: il nostro legislatore parrebbe Sherlock Holmes. L’ultimo episodio è la commissione d’inchiesta sul femminicidio, che ha appena presentato il suo programma di lavoro. Il penultimo coincide con la legge n. 28 del 26 marzo, promulgata a denti stretti dal presidente Mattarella. Più che una commissione, infatti, quella legge istituisce un tribunale sul settore creditizio, sulle 505 banche italiane, sui 280mila lavoratori che vi prestano servizio. Ma in entrambi i casi la pensata non è affatto originale: due commissioni con lo stesso cognome vennero battezzate durante la legislatura scorsa, nel 2017. È invece nuova di zecca l’idea uscita dalla zucca della Lega: una commissione d’inchiesta sulle case famiglia. Dal 2 aprile le Camere ne sono state investite in via ufficiale, e certamente non faranno mancare il loro plauso.
Applaudiamo anche noi, però trattenendo il fiato. È una susp…
Applaudiamo anche noi, però trattenendo il fiato. È una susp…
Il Parlamento indaga, investiga, inquisisce: il nostro legislatore parrebbe Sherlock Holmes. L’ultimo episodio è la commissione d’inchiesta sul femminicidio, che ha appena presentato il suo programma di lavoro. Il penultimo coincide con la legge n. 28 del 26 marzo, promulgata a denti stretti dal presidente Mattarella. Più che una commissione, infatti, quella legge istituisce un tribunale sul settore creditizio, sulle 505 banche italiane, sui 280mila lavoratori che vi prestano servizio. Ma in entrambi i casi la pensata non è affatto originale: due commissioni con lo stesso cognome vennero battezzate durante la legislatura scorsa, nel 2017. È invece nuova di zecca l’idea uscita dalla zucca della Lega: una commissione d’inchiesta sulle case famiglia. Dal 2 aprile le Camere ne sono state investite in via ufficiale, e certamente non faranno mancare il loro plauso.
Applaudiamo anche noi, però trattenendo il fiato. È una suspense continua, difatti, quella che ci dispensano le assemblee legislative. E non solo per i tempi biblici delle loro indagini (la commissione d’inchiesta sulla mafia si trascina dal 1962; quella sul delitto Moro ha generato la sua terza relazione conclusiva nel 2018, ad appena quarant’anni dai fatti). Ma da quando il procedimento parlamentare si è trasformato in un processo giudiziario, da quando su quegli alti scranni la sentenza fa le veci della legge, ci sentiamo un po’ tutti sotto torchio. Non c’è categoria economica o sociale che sfugga all’ispezione occhiuta degli eletti, non c’è processo che non venga a sua volta processato in Parlamento. Sicché quest’ultimo, per un verso, emula il Senato regio, che era al contempo Alta corte di giustizia; per altro verso si candida a succursale del ministero dell’Istruzione, dato che a conti fatti pretende di riscrivere la storia.
D’altronde sono tante, le storie che hanno stuzzicato il virus investigativo delle Camere. A spulciare fra gli annali, s’incontra il caso Sindona (1980) come il dossier Mitrokhin (2002); l’inchiesta sui ladri (ossia i banditi sardi, 1969) e per par condicio quella sulle guardie (ossia le forze armate, 1977); infine si va a sbattere il muso contro una fungaia di sigle che ai nostri figli, ormai, suonano arcane. Inchieste sul Sifar (1969); sull’Iri (1987); sull’Aima (1995); sulla P2 (1981); sull’Icmesa (1977); sull’Acna (1995); e via elencando e sproloquiando. Con quali risultati? Verbali, documenti, chiacchiere su carta intestata. Quando va bene, giacché talvolta questi organismi rimangono inoperosi per tutta la legislatura. Accadde alla commissione d’inchiesta sui rifiuti, istituita nel 1995: in quel caso l’unico rifiuto preso in esame dai suoi commissari fu il rifiuto di riunirsi.
Dice: ma le commissioni parlamentari d’inchiesta sono previste, nero su bianco, dalla Costituzione (art. 82). Ed è sempre la Costituzione a dotarle dei medesimi poteri dell’autorità giudiziaria. Vero, ma si tratta pur sempre d’un istituto eccezionale. Perché la regola consiste nella separazione dei poteri, non in un concentrato né un frullato. E infatti durante le prime due legislature (1948-1958) ne furono varate appena 3. Dopo di che, siccome l’appetito vien mangiando, il Parlamento ne ha fatto indigestione. Fin quando, nella legislatura conclusa l’anno scorso, le inchieste via via deliberate sono diventate 16: record. Ma il record rischia d’essere stracciato nella legislatura che stiamo attraversando, se il buongiorno si vede dal mattino. Solo a contare i progetti di legge depositati a Montecitorio, il pallottoliere ne segna 34. Fra questi, l’istituzione di una commissione d’inchiesta sulle sette (Aiello, M5S). Su Tangentopoli (Battilocchio, FI). Sulla violenza politica degli anni Settanta (Rampelli, FdI). Su Brexit (Ungaro, Pd). Sulla Fiat (Cominardi, M5S). Sui due marò arrestati in India (Cirielli, FdI). Sugli errori sanitari (Colletti, M5S).
Da qui una prece, un appello alla clemenza della corte. Dateci un taglio, trovate altri balocchi coi quali trastullarvi. Perché ogni inchiesta parlamentare suona come un atto di sfiducia verso la magistratura, dunque semina tossine fra i poteri dello Stato. E perché i parlamentari stanno lì per esercitare la funzione legislativa, non quella giudiziaria. Ma dopotutto sarebbe, questa sì, una rivoluzione: che in Italia ciascuno faccia il suo mestiere.
Applaudiamo anche noi, però trattenendo il fiato. È una suspense continua, difatti, quella che ci dispensano le assemblee legislative. E non solo per i tempi biblici delle loro indagini (la commissione d’inchiesta sulla mafia si trascina dal 1962; quella sul delitto Moro ha generato la sua terza relazione conclusiva nel 2018, ad appena quarant’anni dai fatti). Ma da quando il procedimento parlamentare si è trasformato in un processo giudiziario, da quando su quegli alti scranni la sentenza fa le veci della legge, ci sentiamo un po’ tutti sotto torchio. Non c’è categoria economica o sociale che sfugga all’ispezione occhiuta degli eletti, non c’è processo che non venga a sua volta processato in Parlamento. Sicché quest’ultimo, per un verso, emula il Senato regio, che era al contempo Alta corte di giustizia; per altro verso si candida a succursale del ministero dell’Istruzione, dato che a conti fatti pretende di riscrivere la storia.
D’altronde sono tante, le storie che hanno stuzzicato il virus investigativo delle Camere. A spulciare fra gli annali, s’incontra il caso Sindona (1980) come il dossier Mitrokhin (2002); l’inchiesta sui ladri (ossia i banditi sardi, 1969) e per par condicio quella sulle guardie (ossia le forze armate, 1977); infine si va a sbattere il muso contro una fungaia di sigle che ai nostri figli, ormai, suonano arcane. Inchieste sul Sifar (1969); sull’Iri (1987); sull’Aima (1995); sulla P2 (1981); sull’Icmesa (1977); sull’Acna (1995); e via elencando e sproloquiando. Con quali risultati? Verbali, documenti, chiacchiere su carta intestata. Quando va bene, giacché talvolta questi organismi rimangono inoperosi per tutta la legislatura. Accadde alla commissione d’inchiesta sui rifiuti, istituita nel 1995: in quel caso l’unico rifiuto preso in esame dai suoi commissari fu il rifiuto di riunirsi.
Dice: ma le commissioni parlamentari d’inchiesta sono previste, nero su bianco, dalla Costituzione (art. 82). Ed è sempre la Costituzione a dotarle dei medesimi poteri dell’autorità giudiziaria. Vero, ma si tratta pur sempre d’un istituto eccezionale. Perché la regola consiste nella separazione dei poteri, non in un concentrato né un frullato. E infatti durante le prime due legislature (1948-1958) ne furono varate appena 3. Dopo di che, siccome l’appetito vien mangiando, il Parlamento ne ha fatto indigestione. Fin quando, nella legislatura conclusa l’anno scorso, le inchieste via via deliberate sono diventate 16: record. Ma il record rischia d’essere stracciato nella legislatura che stiamo attraversando, se il buongiorno si vede dal mattino. Solo a contare i progetti di legge depositati a Montecitorio, il pallottoliere ne segna 34. Fra questi, l’istituzione di una commissione d’inchiesta sulle sette (Aiello, M5S). Su Tangentopoli (Battilocchio, FI). Sulla violenza politica degli anni Settanta (Rampelli, FdI). Su Brexit (Ungaro, Pd). Sulla Fiat (Cominardi, M5S). Sui due marò arrestati in India (Cirielli, FdI). Sugli errori sanitari (Colletti, M5S).
Da qui una prece, un appello alla clemenza della corte. Dateci un taglio, trovate altri balocchi coi quali trastullarvi. Perché ogni inchiesta parlamentare suona come un atto di sfiducia verso la magistratura, dunque semina tossine fra i poteri dello Stato. E perché i parlamentari stanno lì per esercitare la funzione legislativa, non quella giudiziaria. Ma dopotutto sarebbe, questa sì, una rivoluzione: che in Italia ciascuno faccia il suo mestiere.