Tanti auguri Direttore
Francesco Merlo , Ezio Mauro , Antonio Gnoli , Massimo Recalcati , Simonetta Fiori , Massimo Giannini , Carlo Verdelli , Corrado Augias , Bernardo Valli , Natalia Aspesi , di CARLO VERDELLIOggi Eugenio Scalfari compie 95 anni. Lo festeggiamo raccontandolo attraverso le parole chiave che lo definiscono
L'unico quadro che ho nella stanza è la prima pagina della sua creatura, la Repubblica. Atto di nascita: mercoledì 14 gennaio 1976. Il formato, molto più grande dell'originale, ne esalta l'impatto. Nove titoli in tutto: chiari, scanditi, decisi senza essere urlati. Quello più importante, "L'incarico a Moro", si impone per la forza del carattere. L'editoriale evoca un clima che ricorda quello che stiamo vivendo: "È vuoto il palazzo del potere". Giorgio Bocca firma l'inchiesta portante: "Innocenti, come si uccide una fabbrica". Sotto la testata, il suo nome: direttore Eugenio Scalfari. È l'inizio di una storia che modificherà, svecchiandolo, il modo di fare giornalismo e che contribuirà a cambiare la consapevolezza e la coscienza civile di generazioni di Italiani. Il fondatore ha allora 52 anni e 9 mesi. È nato nel 1924, mentre muore Lenin, San Pietroburgo diventa Len…
L'unico quadro che ho nella stanza è la prima pagina della sua creatura, la Repubblica. Atto di nascita: mercoledì 14 gennaio 1976. Il formato, molto più grande dell'originale, ne esalta l'impatto. Nove titoli in tutto: chiari, scanditi, decisi senza essere urlati. Quello più importante, "L'incarico a Moro", si impone per la forza del carattere. L'editoriale evoca un clima che ricorda quello che stiamo vivendo: "È vuoto il palazzo del potere". Giorgio Bocca firma l'inchiesta portante: "Innocenti, come si uccide una fabbrica". Sotto la testata, il suo nome: direttore Eugenio Scalfari. È l'inizio di una storia che modificherà, svecchiandolo, il modo di fare giornalismo e che contribuirà a cambiare la consapevolezza e la coscienza civile di generazioni di Italiani. Il fondatore ha allora 52 anni e 9 mesi. È nato nel 1924, mentre muore Lenin, San Pietroburgo diventa Leningrado, il Partito Fascista stravince elezioni col trucco e uccide il socialista Giacomo Matteotti, che quel trucco aveva osato denunciarlo. E anche l'anno, coincidenze del destino, in cui George Gershwin debutta con Rapsodia in blu. L'ultimo libro di Scalfari, una raccolta di poesie in uscita in questi giorni, ha nel titolo lo stesso colore: L'ora del blu. Tra i versi si legge: "In un'isola perduta/ con un mare burrascoso/ giace il filo rosso/d'un'Arianna scomparsa./ Se presto non l'avremo ritrovato/tutto il mondo sarà per noi finito".
Non so quante volte ha perso il suo filo d'Arianna, Eugenio. Immagino tante, come tutti. Quello che mi sembra di capire di lui, per quel poco che ho avuto l'onore di conoscerlo e privatamente frequentarlo, è che quel filo l'ha poi sempre ritrovato. E ancora oggi, che si prepara ad accogliere il bene che in tanti gli portano e spontaneamente gli devono, oggi che gli festeggiamo intorno il traguardo raggiunto dei 95 anni, il filo rosso che lega quella famosa prima pagina del 1976 a quella che uscirà domani, lui lo tiene ancora saldo nella mano libera dal bastone. E lo allunga a tutti noi, giornalisti e lettori, la sua grande e infrangibile famiglia, perché possiamo afferrarne un capo, impedendo che cada per terra e si sgualcisca o, peggio, che vada disperso. Tenere alto il filo, il senso. In un momento storico come questo, nel labirinto che stiamo faticosamente attraversando, è il meno che possiamo fare per lui, che ci sta padre.
Cercava giornalisti per un nuovo azzardo necessario, un quotidiano vivo e libero; ci disse, abbiamo la possibilità di durare tre anni, se avremo successo continueremo, se no no. Alcuni colleghi con famiglia rinunciarono temendo per il futuro. La Repubblica raddoppiò la nostra passione afferrando la passione dei lettori e quindi altro che tre anni. Il giornale e il Direttore a Roma, noi in una tumultuosa Milano, collegati rusticamente da telefono, fax e viaggi. Gentiluomo seduttivo,
il Direttore inviava rose rosse se apprezzava un articolo, e noi femministe non eravamo contente dell'omaggio.
Anche a Roma l'accesso al Direttore era molto ambito e davanti alla sua porta si attendeva una parola e da parte femminile, anche una sguardo: erano tempi di "YouToo" e le molestatrici non mancavano. La nostra devozione rende facile chiamarlo per sempre Direttore.
Questo fanno i padri: tengono insieme. E non importa se fuori infuria la tempesta, anzi è anche meglio, perché senza il diluvio non c'è vita. Così ci ha fatto salire tutti sulla sua arca, inermi e agguerriti, senza distinzione. E da patriarca ha indicato la rotta di un viaggio che non è finito.
Ai lettori Scalfari ha regalato un'idea di mondo. A noi suoi redattori ha regalato anche una vita, dove la felicità professionale è solo parte di una storia più grande. E se ancora ci riconosciamo a distanza è grazie a un lessico famigliare fatto di "coni d'ombra" e "giri di chiglia". E dell'imperituro timore di finire i nostri giorni nell'immaginaria Eco di Peretola. Come i padri veri, ha saputo lasciare il timone a chi fosse capace di trovare la bussola. Ma dalla sua arca non è mai sceso. E ogni volta che le vele cedono, è in prima fila a tesare la randa. Il binocolo sempre orientato in avanti, mai indietro. Ultimo padre, in un mondo senza padri.
Ferito da un eterno tramonto si racconta senza grandi certezze. E con qualche malinconia. La conclusione che si impone è che non c'è una conclusione. Perché i pensieri viaggiano, più o meno leggeri, senza approdare a una meta. Itaca è solo un'illusione. In una vita che si definisce sotto il segno del molteplice pare difficile trovare un fulcro che non sia quello del mettersi alla prova. Ogni volta come fosse la prima o come fosse l'ultima.
"Alcuni ci rimproverano di avere un atteggiamento politico troppo definito... La Repubblica ha una sua chiave di lettura dei fatti, ma è una chiave che non coincide necessariamente con quella di questo o di quel partito...". Era il 3 febbraio 1976, e il già leggendario Direttore-Fondatore spiegava così ai suoi lettori quello che i chierici del terzismo, sbagliando, avrebbero poi chiamato "il giornale-partito". Senza Scalfari la politica degli ultimi 40 anni non sarebbe stata quella che è. Senza le sue interviste a Berlinguer sul compromesso storico e la questione morale la sinistra non sarebbe quella che è. Ogni tanto ci ha spiazzato, per qualche "abbraccio" di troppo, da Spadolini a De Mita, da Renzi a Monti. Ma in un Paese vecchio, Barbapapà si è sempre schierato contro i Meckie Messer della conservazione (dal "Caf" di Craxi-Andreotti-Forlani al Cavaliere di Arcore) ed è sempre andato a cercare il cambiamento, ovunque si sia manifestato. Ha sempre combattuto una sola, "buona battaglia": far entrare un'Italia refrattaria dentro gli schemi politici e istituzionali di una normale democrazia europea. E come San Paolo, al traguardo dei 95 anni, non ha perso la fede. Questo è davvero il suo "miracolo".
Non so quante volte ha perso il suo filo d'Arianna, Eugenio. Immagino tante, come tutti. Quello che mi sembra di capire di lui, per quel poco che ho avuto l'onore di conoscerlo e privatamente frequentarlo, è che quel filo l'ha poi sempre ritrovato. E ancora oggi, che si prepara ad accogliere il bene che in tanti gli portano e spontaneamente gli devono, oggi che gli festeggiamo intorno il traguardo raggiunto dei 95 anni, il filo rosso che lega quella famosa prima pagina del 1976 a quella che uscirà domani, lui lo tiene ancora saldo nella mano libera dal bastone. E lo allunga a tutti noi, giornalisti e lettori, la sua grande e infrangibile famiglia, perché possiamo afferrarne un capo, impedendo che cada per terra e si sgualcisca o, peggio, che vada disperso. Tenere alto il filo, il senso. In un momento storico come questo, nel labirinto che stiamo faticosamente attraversando, è il meno che possiamo fare per lui, che ci sta padre.
Amicizia
di Bernardo Valli
Eugenio è uno scettico. Lo è nel senso più esteso e a mio avviso più nobile. Uno scettico appassionato. Non è un ossimoro. Vorrei esserlo anch'io. Essere scettico significa disporre della libertà nell'affrontare tanti problemi, a cominciare da quello della conoscenza. Essere scettico consente di sfuggire all'intolleranza e al fanatismo. E ai luoghi comuni, espressione della nostra pigrizia mentale oltre che, spesso, della nostra ignoranza. Si dice che lo scetticismo sia un antidoto dell'avarizia: spalanca le menti e le porte di casa. I sostenitori della certezza, della fede, non sempre amano gli scettici perché sono dei laici. L'amicizia di uno scettico è il contratto, tacito, tra persone sensibili. È un risvolto virtuoso dell'esistenza. E questa è l'amicizia praticata da Eugenio. Un solitario, un monaco, ha scritto un filosofo, è un uomo dabbene che può vivere senza conoscere l'amicizia. Un malandrino ha dei complici. Un affarista, dei soci. Un politico, dei fan. Un uomo di mondo, delle relazioni. I potenti, dei cortigiani. Ma solo un virtuoso, dice sempre il filosofo, ha amici veri. Eugenio è un fedele di Montaigne. Per il quale il rimpianto La Boétie aveva incarnato l'amicizia. E La Boétie ha scritto che l'amicizia è una cosa "santa". Una parola "sacra". Dunque anche il laico Scalfari ha, a suo modo, una fede. Gli si può perdonare questo peccato.Barba
di Francesco Merlo
Alla satira basta disegnare una barba senza volto, ed ecco... Scalfari. Da anni gli avversari ci provano: "la barba sapiente", "il barbablu", "petto e barba in fuori". Al giornale divenne invece Barbapapà, "né insulto né mancanza di riguardo", ma il riassunto di un legame, non solo affettuoso. La barba era già il suo morbido carisma (radical chic?): folta e dunque accademica; imponente, nel senso di risorgimentale, perciò laica e autorevole; spirituale come la barba di Babbo Natale, del direttore buono "di un giornale-famiglia dove nessuno doveva mai sentirsi solo". L'aveva fatta crescere nel 1968, in vacanza sul mare, "compagna leggera in un mondo di acqua e di aria", come quella (verde) del pescatore di Pinocchio. Il padre gli ricordò che il nonno la portava divisa in due come Mosè, Serena gli disse di tagliarla. Tempo dopo, Italo Calvino: "Ti sta bene. Finalmente sembri una persona seria". A poco a poco, la parte diventava il tutto: il vello del Quarto Potere, il simbolo di una società ideale, il fitto filamento che trattiene un pensiero fluviale e danzante, il manto di una poderosa cosmogonia. "Diradata, anche la mia barba ora ha preso un'aria fragile". Sarà per sempre un'icona italiana, come la gobba di Andreotti, la Lettera 22 di Montanelli, gli occhialetti di Gramsci, il naso aquilino di Dante.Dio
di Corrado Augias
Credo di sapere quale sia il rapporto di Eugenio Scalfari con la divinità e credo anche di sapere che nel corso degli anni non si è modificato granché - è solo diventato più evidente. È necessaria grande maturità per esternare le proprie convinzioni su un tema di tale intima delicatezza. Lo immagino come un rapporto di rispetto reciproco che si accorda bene con la visione globalmente laica che Scalfari ha della società. C'è un posto per Dio, c'è un posto per le leggi umane, guai a mescolare le due cose, ne possono derivare le mostruosità che nei secoli passati hanno colpito anche il nostro Occidente e che oggi caratterizzano il fanatismo islamista. Una terza cosa credo di sapere - forse dovrei dire "presumo", nel pieno significato del verbo. Penso sia stato l'attuale papa Francesco che lo ha aiutato a conciliare il suo dichiarato e più volte ribadito ateismo con l'affettuosa amicizia con il capo della cattolicità. È come se Scalfari lo avesse aspettato un Papa come Bergoglio pronto a chinarsi sulle sventure e sulle ingiustizie, disposto a parlarne come essere umano più che come pastore di anime e sovrano pontefice. Francesco indica il sentiero tracciato da Gesù, un percorso al quale anche Scalfari guarda volentieri. Non è necessaria la fede per provare a seguirlo.Direttore
di Natalia Aspesi
Dal Giorno volevamo scappare tutti, dopo il precipizio col nuovo direttore. E finalmente nell'autunno 1975 cominciammo ad essere chiamati uno per uno da Eugenio Scalfari, non mi ricordo se la sua barba fosse grigia o bianca, che ci offriva un salto luminoso nel buio.Cercava giornalisti per un nuovo azzardo necessario, un quotidiano vivo e libero; ci disse, abbiamo la possibilità di durare tre anni, se avremo successo continueremo, se no no. Alcuni colleghi con famiglia rinunciarono temendo per il futuro. La Repubblica raddoppiò la nostra passione afferrando la passione dei lettori e quindi altro che tre anni. Il giornale e il Direttore a Roma, noi in una tumultuosa Milano, collegati rusticamente da telefono, fax e viaggi. Gentiluomo seduttivo,
il Direttore inviava rose rosse se apprezzava un articolo, e noi femministe non eravamo contente dell'omaggio.
Anche a Roma l'accesso al Direttore era molto ambito e davanti alla sua porta si attendeva una parola e da parte femminile, anche una sguardo: erano tempi di "YouToo" e le molestatrici non mancavano. La nostra devozione rende facile chiamarlo per sempre Direttore.
Eros
di Massimo Recalcati
La figura di Eros è una presenza costante nelle sue parole. È forse un talismano? L'ateismo di Scalfari non dà luogo ad una filosofia della disperazione, ma ad una erotica dell'esistenza. Il suo Eros è innanzitutto il nome di un esorcismo fondamentale nei confronti della morte. È un tema che ha affrontato più volte: se non c'è un senso ultimo della vita, non ci resta che vivere, non ci resta che affidarci al potere generativo di Eros. Di qui il carisma particolare che circonda la sua persona. Esistono, infatti, due forme diverse del carisma: una sorge dal carattere idealmente esemplare di una vita, da quella che Weber definiva come una sorta di vera e propria "santità". L'altra forma, invece, viene dalla forza propulsiva di Eros. È questa seconda forma a definire il carisma di Scalfari. Un carisma che non sorge dalla compiutezza ideale di una vita, ma da una sovrabbondanza di energia e di forza; dalla passione di Eros. E da dove verrebbe questa passione? Dal suo inguaribile narcisismo, come direbbero alcuni? O da quella angoscia abbandonica che ha segnato la sua vita di bambino tremante di fronte alla possibilità di perdere uno dei genitori? Anche Platone ci ricorda che Eros è figlio di Penia (povertà) e Poros (ricchezza), di una mancanza e di una sovrabbondanza. La sua spinta ad allargare l'orizzonte del mondo viene dalla mancanza di cui si nutre.Giornale
di Ezio Mauro
C'è sempre un momento, al mattino, in cui Eugenio prende in mano il giornale nella mia stanza, mentre chiacchieriamo. Lo osservo: non lo legge perché l'ha già letto, ma lo guarda, lo misura, lo ripercorre, mentre in realtà sta cercando quel Dna di Repubblica di cui parla spesso, cioè l'anima, il carattere, il suo modo d'essere: che è poi quel che i lettori cercano ogni mattina in edicola. È quella l'impronta vera del fondatore, qualcosa che resta, perché è qualcosa che vale. In quarant'anni, Scalfari ha visto il giornale cambiare tante volte, perché fa parte della realtà del Paese, non della sua rappresentazione, e dunque deve seguire le metamorfosi del sociale e del politico. Ma lo ha visto ogni volta restare se stesso, perché quel marchio è diventato uno stile, una forma di espressione, che lui riassume in una formula di Gobetti, "una certa idea dell'Italia". Ma per Eugenio il giornale è qualcosa di più: un gruppo che si è scelto e continua a scegliersi per il piacere di lavorare insieme sapendo di svolgere una funzione civile, tre generazioni che si sono succedute nelle redazioni passandosi lo stesso testimone. E, attorno, una comunità di lettori con cui dialoga ogni domenica, e che fa parte del corpo vivo di Repubblica. Questo è il vero fondatore, chi sa creare qualcosa che va oltre di lui. Sono già cambiati tre direttori, dopo Scalfari, ma quel Dna continua a fare il suo lavoro.Patriarca
di Simonetta Fiori
Quanti siamo? Una famiglia numerosa, tra chi è passato per le stanze dell'Espresso e di piazza Indipendenza. E una comunità ancora più estesa, se includiamo i lettori cresciuti "a pane e Repubblica". Tutti figli di Eugenio Scalfari: chi altri nella storia del giornalismo può vantare una discendenza così affollata?Questo fanno i padri: tengono insieme. E non importa se fuori infuria la tempesta, anzi è anche meglio, perché senza il diluvio non c'è vita. Così ci ha fatto salire tutti sulla sua arca, inermi e agguerriti, senza distinzione. E da patriarca ha indicato la rotta di un viaggio che non è finito.
Ai lettori Scalfari ha regalato un'idea di mondo. A noi suoi redattori ha regalato anche una vita, dove la felicità professionale è solo parte di una storia più grande. E se ancora ci riconosciamo a distanza è grazie a un lessico famigliare fatto di "coni d'ombra" e "giri di chiglia". E dell'imperituro timore di finire i nostri giorni nell'immaginaria Eco di Peretola. Come i padri veri, ha saputo lasciare il timone a chi fosse capace di trovare la bussola. Ma dalla sua arca non è mai sceso. E ogni volta che le vele cedono, è in prima fila a tesare la randa. Il binocolo sempre orientato in avanti, mai indietro. Ultimo padre, in un mondo senza padri.
Pensieri
di Antonio Gnoli
I pensieri sono le mie puttane, dichiara Diderot. Scalfari fa propria questa ammissione, con la tentazione a volte di volerle redimere. Ma anche per sottolineare il tratto volage e libertino delle sue idee. Forgiate al fuoco della ragione illuminista. Temperate dai dubbi di Montaigne e messe in crisi da Nietzsche e Leopardi. I quali non hanno mai creduto che il mondo volgesse necessariamente verso il meglio. I pensieri di Scalfari, insomma, attraversano la grande modernità, dove tutto è possibile ma niente è definitivo. Nell'epoca delle tremende questioni irrisolte, l'Io incerto e multiplo prende in lui la forma di un Ulisse dei nostri giorni.Ferito da un eterno tramonto si racconta senza grandi certezze. E con qualche malinconia. La conclusione che si impone è che non c'è una conclusione. Perché i pensieri viaggiano, più o meno leggeri, senza approdare a una meta. Itaca è solo un'illusione. In una vita che si definisce sotto il segno del molteplice pare difficile trovare un fulcro che non sia quello del mettersi alla prova. Ogni volta come fosse la prima o come fosse l'ultima.
Politica
di Massimo Giannini"Alcuni ci rimproverano di avere un atteggiamento politico troppo definito... La Repubblica ha una sua chiave di lettura dei fatti, ma è una chiave che non coincide necessariamente con quella di questo o di quel partito...". Era il 3 febbraio 1976, e il già leggendario Direttore-Fondatore spiegava così ai suoi lettori quello che i chierici del terzismo, sbagliando, avrebbero poi chiamato "il giornale-partito". Senza Scalfari la politica degli ultimi 40 anni non sarebbe stata quella che è. Senza le sue interviste a Berlinguer sul compromesso storico e la questione morale la sinistra non sarebbe quella che è. Ogni tanto ci ha spiazzato, per qualche "abbraccio" di troppo, da Spadolini a De Mita, da Renzi a Monti. Ma in un Paese vecchio, Barbapapà si è sempre schierato contro i Meckie Messer della conservazione (dal "Caf" di Craxi-Andreotti-Forlani al Cavaliere di Arcore) ed è sempre andato a cercare il cambiamento, ovunque si sia manifestato. Ha sempre combattuto una sola, "buona battaglia": far entrare un'Italia refrattaria dentro gli schemi politici e istituzionali di una normale democrazia europea. E come San Paolo, al traguardo dei 95 anni, non ha perso la fede. Questo è davvero il suo "miracolo".