Io sono un figlio della periferia. Ci sono nato, ci sono cresciuto, ci vivo tuttora. Quindi non mi limito a parlarne: ce l'ho in qualche modo nella carne. E averla nella carne significa innanzitutto sapere molto bene dove sta la differenza fra la periferia italiana e quella leggendaria periferia cinematografica e letteraria che tanto si è irradiata nel nostro immaginario. Nossignore: noi in Italia non abbiamo gli immensi formicai di Brooklyn dove Tony Manero sbarca il lunario in un negozio di vernici, riscattandosi sulla pista da ballo dalle risse coi portoricani.
Né abbiamo le periferie operaie di Ken Loach dove tutto si svolge all'ombra (e nel fumo, direbbe Dickens) della mostruosa metropoli londinese. In fondo non abbiamo neanche le banlieue di Parigi o di Bruxelles, dove decenni di ondate post-coloniali si sono strutturate in veri e propri fortini inespugnabili. Poi certo: ci piace dire subito "anche noi!", non appena si profila quel miscuglio di s…
Né abbiamo le periferie operaie di Ken Loach dove tutto si svolge all'ombra (e nel fumo, direbbe Dickens) della mostruosa metropoli londinese. In fondo non abbiamo neanche le banlieue di Parigi o di Bruxelles, dove decenni di ondate post-coloniali si sono strutturate in veri e propri fortini inespugnabili. Poi certo: ci piace dire subito "anche noi!", non appena si profila quel miscuglio di s…
Io sono un figlio della periferia. Ci sono nato, ci sono cresciuto, ci vivo tuttora. Quindi non mi limito a parlarne: ce l'ho in qualche modo nella carne. E averla nella carne significa innanzitutto sapere molto bene dove sta la differenza fra la periferia italiana e quella leggendaria periferia cinematografica e letteraria che tanto si è irradiata nel nostro immaginario. Nossignore: noi in Italia non abbiamo gli immensi formicai di Brooklyn dove Tony Manero sbarca il lunario in un negozio di vernici, riscattandosi sulla pista da ballo dalle risse coi portoricani.
Né abbiamo le periferie operaie di Ken Loach dove tutto si svolge all'ombra (e nel fumo, direbbe Dickens) della mostruosa metropoli londinese. In fondo non abbiamo neanche le banlieue di Parigi o di Bruxelles, dove decenni di ondate post-coloniali si sono strutturate in veri e propri fortini inespugnabili. Poi certo: ci piace dire subito "anche noi!", non appena si profila quel miscuglio di squallore e di fallito melting-pot che è un irresistibile humus narrativo, da Revolutionary Road a tutti i film americani sui suburbia.
No, da noi tutto questo non c'è. Innanzitutto per una questione di grandezza delle città: se si fa eccezione per Roma (che comunque è meno di un terzo di Londra, un quarto di Mosca o Città del Messico), l'Italia è una nazione di piccoli centri, dove semmai il contrasto è quello antichissimo fra la città e il contado, là dove inizia la famigerata provincia. Nel XVI Canto del Paradiso, ci pensa per primo Dante a far lamentare Cacciaguida dell'inquinamento morale portato a Firenze dalle genti del contado, ree di sporcare l'anima del fiorentino puro.
Poco è cambiato: le nostre periferie sono spesso i luoghi in cui la fiera identità urbana, cittadina, scolora lentamente nella grana grossa della campagna. Erano i primi anni '80 quando entrai in un'aula della scuola elementare Vamba, trovandomi senza saperlo dentro un laboratorio socio-culturale: fra i ventidue bambini che eravamo, la differenza più conclamata stava certo fra italiani e cinesi (eravamo nel pieno dell'emergenza immigratoria asiatica che riguardò la cosiddetta piana fra Firenze e Prato). Ma era solo, ripeto, lo spartiacque più evidente.
Poi c'era il resto: fra noi allievi al 100% italiani c'era a ben guardare un puzzle complesso, che metteva insieme toscani Doc e calabresi, figli di contadini e di impiegati nel terziario, senza considerare i rampolli griffati di una piccola borghesia locale arricchita con le aziende a conduzione familiare. Questa era la periferia più di trent'anni fa: un luogo ibrido in cui le provenienze si mescolavano, e residui di una società agricola si confrontavano con un artigianato rampante, spregiudicato, che non esitava a sfruttare la manodopera straniera per poi lamentarsi se questa - messe le radici - le insidiava il mercato.
Tutto questo avveniva in un alveare umano in cui file di massicci condomini insidiavano, ettaro dopo ettaro, i campi coltivati e le stalle col bestiame. Ricordo bene il contrasto che vivevo alle festicciole di compleanno dei miei compagni: un giorno eravamo al sesto piano di un casermone fitto di antenne e lavatrici in terrazza, il giorno dopo stavamo in un'aia fra polli e capre. Ma oggi? A distanza di tre decenni, la periferia in cui vivo è trasformata: ai dormitori che furono si è sostituita un'identità nuova, allora inimmaginabile, interamente costruita sugli outlet. Il centro commerciale costituisce la Mecca e l'agorà in cui tutto si livella e trae linfa, come dire che la cinta metropolitana si è evoluta da antico granaio a un colossale emporio in cui la borghesia urbana trova di tutto, dall'iPhone alla mountain bike, passando per le chincaglierie cinesi.
Noi siamo ancora, insomma, l'Italia dei Comuni, dove tutto ciò che sta oltre le mura esercita una funzione servile, di approvvigionamento, di stoccaggio. Temo sia questo il punto: è ancora una lotta fra signori e buzzurri alle loro dipendenze. Ed è una dialettica aspra, perché implica la percezione continua di una gerarchia. Voglio dire: Pantalone non era il ricco cittadino, mentre Arlecchino veniva dal contado? E parlavano, di fatto, lingue diverse. Senza capirsi.
Né abbiamo le periferie operaie di Ken Loach dove tutto si svolge all'ombra (e nel fumo, direbbe Dickens) della mostruosa metropoli londinese. In fondo non abbiamo neanche le banlieue di Parigi o di Bruxelles, dove decenni di ondate post-coloniali si sono strutturate in veri e propri fortini inespugnabili. Poi certo: ci piace dire subito "anche noi!", non appena si profila quel miscuglio di squallore e di fallito melting-pot che è un irresistibile humus narrativo, da Revolutionary Road a tutti i film americani sui suburbia.
No, da noi tutto questo non c'è. Innanzitutto per una questione di grandezza delle città: se si fa eccezione per Roma (che comunque è meno di un terzo di Londra, un quarto di Mosca o Città del Messico), l'Italia è una nazione di piccoli centri, dove semmai il contrasto è quello antichissimo fra la città e il contado, là dove inizia la famigerata provincia. Nel XVI Canto del Paradiso, ci pensa per primo Dante a far lamentare Cacciaguida dell'inquinamento morale portato a Firenze dalle genti del contado, ree di sporcare l'anima del fiorentino puro.
Poco è cambiato: le nostre periferie sono spesso i luoghi in cui la fiera identità urbana, cittadina, scolora lentamente nella grana grossa della campagna. Erano i primi anni '80 quando entrai in un'aula della scuola elementare Vamba, trovandomi senza saperlo dentro un laboratorio socio-culturale: fra i ventidue bambini che eravamo, la differenza più conclamata stava certo fra italiani e cinesi (eravamo nel pieno dell'emergenza immigratoria asiatica che riguardò la cosiddetta piana fra Firenze e Prato). Ma era solo, ripeto, lo spartiacque più evidente.
Poi c'era il resto: fra noi allievi al 100% italiani c'era a ben guardare un puzzle complesso, che metteva insieme toscani Doc e calabresi, figli di contadini e di impiegati nel terziario, senza considerare i rampolli griffati di una piccola borghesia locale arricchita con le aziende a conduzione familiare. Questa era la periferia più di trent'anni fa: un luogo ibrido in cui le provenienze si mescolavano, e residui di una società agricola si confrontavano con un artigianato rampante, spregiudicato, che non esitava a sfruttare la manodopera straniera per poi lamentarsi se questa - messe le radici - le insidiava il mercato.
Tutto questo avveniva in un alveare umano in cui file di massicci condomini insidiavano, ettaro dopo ettaro, i campi coltivati e le stalle col bestiame. Ricordo bene il contrasto che vivevo alle festicciole di compleanno dei miei compagni: un giorno eravamo al sesto piano di un casermone fitto di antenne e lavatrici in terrazza, il giorno dopo stavamo in un'aia fra polli e capre. Ma oggi? A distanza di tre decenni, la periferia in cui vivo è trasformata: ai dormitori che furono si è sostituita un'identità nuova, allora inimmaginabile, interamente costruita sugli outlet. Il centro commerciale costituisce la Mecca e l'agorà in cui tutto si livella e trae linfa, come dire che la cinta metropolitana si è evoluta da antico granaio a un colossale emporio in cui la borghesia urbana trova di tutto, dall'iPhone alla mountain bike, passando per le chincaglierie cinesi.
Noi siamo ancora, insomma, l'Italia dei Comuni, dove tutto ciò che sta oltre le mura esercita una funzione servile, di approvvigionamento, di stoccaggio. Temo sia questo il punto: è ancora una lotta fra signori e buzzurri alle loro dipendenze. Ed è una dialettica aspra, perché implica la percezione continua di una gerarchia. Voglio dire: Pantalone non era il ricco cittadino, mentre Arlecchino veniva dal contado? E parlavano, di fatto, lingue diverse. Senza capirsi.