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Il populismo che salta la mediazione politica

S'intitola "Le dieci bugie" il nuovo saggio di Alessandro Barbano
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Il populismo è una malattia dell'identità, sostiene Alessandro Barbano nel suo Le dieci bugie. Buone ragioni per combattere il populismo, edito recentemente da Mondadori. Questa diagnosi ha come presupposto la radicale avversione del populismo alla politica in quanto arte che compone gli interessi e i soggetti molteplici della vita della polis. I populisti in generale e quelli nostrani in particolare - di cui il governo giallo verde è massima espressione - hanno deciso di optare per la soppressione di ogni tipo di compromesso nel nome della volontà del popolo o dei cittadini. Un "lessico propagandistico" prende il posto del difficile compito della mediazione politica perseguendo la cattura, a qualunque mezzo, del consenso elettorale. Il pensiero necessariamente lungo della politica - come ricordava Enrico Berlinguer - si schiaccia sull'immediatezza, ovvero su quell'altra malattia particolare del populismo che Barbano chiama "conse…
Il populismo è una malattia dell'identità, sostiene Alessandro Barbano nel suo Le dieci bugie. Buone ragioni per combattere il populismo, edito recentemente da Mondadori. Questa diagnosi ha come presupposto la radicale avversione del populismo alla politica in quanto arte che compone gli interessi e i soggetti molteplici della vita della polis. I populisti in generale e quelli nostrani in particolare - di cui il governo giallo verde è massima espressione - hanno deciso di optare per la soppressione di ogni tipo di compromesso nel nome della volontà del popolo o dei cittadini. Un "lessico propagandistico" prende il posto del difficile compito della mediazione politica perseguendo la cattura, a qualunque mezzo, del consenso elettorale. Il pensiero necessariamente lungo della politica - come ricordava Enrico Berlinguer - si schiaccia sull'immediatezza, ovvero su quell'altra malattia particolare del populismo che Barbano chiama "consensite": la ricerca del consenso prima di ogni altra cosa. Il suo maggiore sintomo è il "presentismo" che toglie ogni respiro alla politica e che "agisce", senza alcuna elaborazione simbolica, un vissuto diffuso di "tradimento".

La sovranità del popolo viene agitata demagogicamente contro la democrazia rappresentativa e le sue leggi simboliche. Il presentismo si associa così, come spiega bene Barabano, al "pauperismo". In assenza di una visione complessiva dello sviluppo del nostro paese, viene esaltata ciecamente la critica ai privilegi, la rivolta nei confronti della casta, il rifiuto di tutti i simboli del potere costituito. La retorica della propaganda prende il posto della riflessione critica. Non possiamo non evocare qui la nota immagine presente nel Sofista di Platone dove il demagogo populista viene paragonato ad un pasticciere che offre ad un gruppo di bambini malati una cura fatta del consumo illimitato di dolci di ogni genere e che risulta ai suoi piccoli pazienti assai più credibile della dieta rigorosa proposta invece da un medico austero. Ma questa "crociata anticasta" del populismo non si accorge però di gettare via il bambino con l'acqua sporca. La guerra alla politica finisce per trascinare il nostro paese verso l'improvvisazione, l'isolamento internazionale, lo imprigiona in una retorica cieca di tipo anti-istituzionale. È questa la vera "tossina del populismo" leghista e pentastellato. Il popolo si contrappone frontalmente alle istituzioni democratiche senza vedere il carattere distruttivo di questa spinta.

Per questa ragione la "profanazione dei simboli" non è solo un fatto estetico, ma la cifra di fondo del populismo: l'"estetica della miserabilità", come la definisce Barbano, si impone sull'"etica della responsabilità"; l'invidia sociale colpisce i simboli della democrazia contrapponendo alla logica del merito quella del livellamento delle differenze, della dissoluzione della rappresentanza, delle competenze, del principio di delega, elevando il popolo a giustiziere sociale.

La lettura del populismo nostrano promossa da Barbano ha un presupposto etico: il nostro tempo esalta i diritti - "mistica dei diritti", "malattia dei diritti" - che vorrebbe scansare lo scoglio - in realtà inaggirabile - del limite e del dovere. È, la sua, una narrazione liberale della crisi del nostro tempo. Il "dirittismo" è l'espressione diretta dell'egoismo identitario del populismo. Il passo da compiere per uscire da questa trappola consiste nella faticosa costruzione di una nuova "pedagogia civile", di una nuova etica politica che sappia sostenere la fatica dell'incontro e della relazione, del dialogo e del pluralismo, insomma la vita stessa della democrazia.

La domanda che bisognerebbe porre a Barbano è se il consenso populista sia solo, come egli sembra credere, espressione di un analfabetismo politico, dell'imbarbarimento irrazionale della vita civile, oppure se l'illusione populista non soddisfi, in realtà, una pulsione assai più profonda che tocca l'essere umano in quanto tale. Per esempio quella di cementificare una identità quando questa è vissuta socialmente e individualmente come precaria e vulnerabile. La politica non può risolversi sul piano illuministico delle argomentazioni razionali, ma dovrebbe saper tener conto del carattere "securitario" della pulsione. Sovranismo e fondamentalismo ideologico si mescolano così in una miscela esplosiva. Pauperismo, statalismo, paternalismo, ribellismo, giustizialismo, anti-parlamentarismo si sposano incestuosamente con la pulsione securitaria che odia tutto ciò (l'Europa innanzitutto) che vorrebbe distogliere la pulsione dalla sua spinta auto-conservativa e, fatalmente, auto-distruttiva.