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(ansa)

Def, dépliant di finanza elettorale

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Il Documento licenziato dal Consiglio dei ministri è quel che si immaginava. Poche verità e molte bugie, utili a comprare tempo e consenso in attesa del voto del 26 maggio
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Mentre il governo giapponese una settimana fa ha svelato il nome della nuova era imperiale (si chiamerà Era Reiwa e vuol dire ordine e armonia), il governo italiano ieri ha rivelato il nome della nuova era gialloverde: si chiamerà Era Def e vuol dire Dépliant di finanza elettorale. Il Documento licenziato dal Consiglio dei ministri è quel che si immaginava. Poche verità e molte bugie, utili a comprare tempo e consenso in attesa del voto del 26 maggio (dopo, nessuno sa cosa può succedere). 

Il testo mette nero su bianco tre evidenze. C'è la recessione (e questo, nonostante le festose libagioni al Vinitaly, lo ha capito ormai anche il nostro Mister Allegria, Giuseppe Conte). Aumentano il deficit e il debito (e questo, nonostante le gioiose sparate dei terrapiattisti legastellati, lo certifica la "scienza triste" dei numeri). 

Non abbiamo un euro da spendere (e questo, nonostante il diverso parere dei due burloni …
Mentre il governo giapponese una settimana fa ha svelato il nome della nuova era imperiale (si chiamerà Era Reiwa e vuol dire ordine e armonia), il governo italiano ieri ha rivelato il nome della nuova era gialloverde: si chiamerà Era Def e vuol dire Dépliant di finanza elettorale. Il Documento licenziato dal Consiglio dei ministri è quel che si immaginava. Poche verità e molte bugie, utili a comprare tempo e consenso in attesa del voto del 26 maggio (dopo, nessuno sa cosa può succedere). 

Il testo mette nero su bianco tre evidenze. C'è la recessione (e questo, nonostante le festose libagioni al Vinitaly, lo ha capito ormai anche il nostro Mister Allegria, Giuseppe Conte). Aumentano il deficit e il debito (e questo, nonostante le gioiose sparate dei terrapiattisti legastellati, lo certifica la "scienza triste" dei numeri). 

Non abbiamo un euro da spendere (e questo, nonostante il diverso parere dei due burloni vicepremier che seminano monete d'oro come il Gatto e la Volpe, lo dice da mesi il povero Tria). Quel poco che c'era il governo se l'è impegnato con la manovra 2018, che tra reddito di cittadinanza e Quota 100 ha ipotecato 15 miliardi di spesa in disavanzo (con un impatto limitato allo 0,2% del Pil) e per il resto ha scaricato sulle prossime generazioni una cambiale in bianco da 54 miliardi (le clausole di salvaguardia Iva sul 2020-2021). 

Per fare subito almeno un simulacro delle due misure-feticcio della campagna elettorale, Di Maio e Salvini hanno venduto agli italiani un albero della cuccagna al quale adesso hanno impiccato se stessi. Qual è la strategia per strutturare le fantomatiche manovre "espansive" del prossimo biennio (costruite su dati macro-economici campati in aria e sconfessati da Ue, Fmi, Ocse, Bce, Bankitalia)?

Dove sono le risorse, per finanziare le fantasmatiche misure di rilancio previste dal decreto-crescita (varate "salvo intese" come qualunque scatola vuota confezionata da Palazzo Chigi per ingannare i gonzi)? La Trimurti gialloverde non lo dice. E allora le ipotesi sono due. O i nostri eroi hanno scommesso sul trionfo dell'Internazionale Sovranista che riduce in macerie l'Unione europea, il Trattato di Maastricht e il patto di Stabilità, e allora todos caballeros e più debito per tutti. Oppure dopo il voto non cambierà granché, e allora dobbiamo continuare a rispettare i vincoli comunitari e rassegnarci all'idea che quella maxi-cambiale, in un modo o nell'altro, la dovremo saldare. 

La prima ipotesi è improbabile. Per ora i sondaggi segnalano una sorprendente tenuta dell'asse Ppe-Pse. E quanto alla potenziale spallata anti-Ue, più che un'Alleanza esiste un'Accozzaglia Sovranista, come dimostrano le defezioni di Orbán, Le Pen e Kurz alla simpatica rimpatriata fascistoide organizzata a Milano dal Gauleiter leghista. Dunque, resta valida solo la seconda ipotesi. Quella che a fatica, ma con onesto realismo, il ministro del Tesoro prova a spiegare da quasi un anno. Non esistono miracoli, strappi o salti nel buio. Esiste solo il sentiero stretto di uno sviluppo "sostenibile", sul piano dell'equità sociale e della stabilità finanziaria.

Se il deficit è già risalito al 2,4% (la grottesca linea del Piave sulla quale il Salvi-Maio aveva inutilmente combattuto in autunno) oggi lo si può contenere solo usando i 2 miliardi di tagli ai ministeri e alle regioni già previsti dalla legge di Bilancio. Se la crescita è zero, come ormai riconosce anche il premier che sognava "un anno bellissimo", "la continuazione della riforma fiscale nella direzione del programma di governo" di cui parla Tria si potrà fare solo accompagnando ogni calo delle tasse ad un corrispondente taglio delle spese. Se vogliamo costringere la Germania a dare impulso all'economia abbattendo il suo folle surplus commerciale, come chiede giustamente il Def, dobbiamo indicare un percorso credibile di riduzione del nostro debito pubblico, che invece ha già macinato l'ennesimo record storico a 2.358 miliardi. 

Dopo il voto del 4 marzo di un anno fa bisognava concentrare tutti gli sforzi sulla crescita e sul rilancio della produttività, con un serio piano di investimenti pubblici e privati, un aumento della spesa su scuola e ricerca, un nuovo patto sociale per ridare spinta ai salari (crollati in media di 5 mila euro negli ultimi dieci anni). 

Il "governo del cambiamento" ha fatto tutt'altro, e si è giocato il jolly con la "manovra del popolo". Oggi non ha più margini per spendere sulla crescita il suo "grande capitale politico" (come sostiene Tria). E dunque tutto quello che d'ora in poi ci venderanno Salvini e Di Maio sarà più o meno una patacca. Come le scie chimiche, la leggenda del Franco coloniale o i migranti che "ci rubano il lavoro".

O come la mini-flat tax, l'ultima bufala del Capitano, che dovrebbe servire a sostenere il mitico "ceto medio" con un reddito di 50 mila euro l'anno (una chimera per un bel pezzo di Italia, dove il 45% dei contribuenti dichiara meno di 15 mila euro l'anno). E che costerebbe comunque 15 miliardi, da coprire con altrettanti tagli alle detrazioni fiscali, e dunque si risolverebbe nell'ennesima "partita di raggiro". O come la riforma dell'Irpef con due sole aliquote al 15 e al 20%, riproposta ora dal Def come un "grande classico" visto che il primo a "smerciarla" fu Tremonti ministro delle Finanze del governo Berlusconi 1994. Dunque, una forma di "riciclaggio politico". Non è un reato penale. Ma se andiamo avanti così, anche dopo le europee, può fare danni pure peggiori.