Quest’anno sembra accendersi con anticipo il confronto sul 25 aprile: una stanca e ripetitiva dialettica che vive di contrapposizioni strumentali. Anche all’interno del governo. Se il vicepremier leghista Matteo Salvini ha annunciato che non parteciperà a «nessuna sfilata», il suo collega cinquestelle Luigi Di Maio afferma di stare con i partigiani. «Io festeggerò — ha detto — perché è un giorno importante per la nostra storia».
La ricerca storica ha da tempo analizzato le dinamiche che hanno portato alla conclusione del secondo conflitto mondiale sul territorio della penisola italiana. Il contributo della Resistenza nel biennio cruciale 1943-45 è progressivamente divenuto parte di una lettura più ampia sulla Liberazione, i suoi significati e le sue eredità. Ma allora perché continuare a dividersi sulle celebrazioni? Come è possibile che da uomini di Stato con responsabilit&…
La ricerca storica ha da tempo analizzato le dinamiche che hanno portato alla conclusione del secondo conflitto mondiale sul territorio della penisola italiana. Il contributo della Resistenza nel biennio cruciale 1943-45 è progressivamente divenuto parte di una lettura più ampia sulla Liberazione, i suoi significati e le sue eredità. Ma allora perché continuare a dividersi sulle celebrazioni? Come è possibile che da uomini di Stato con responsabilit&…
Quest’anno sembra accendersi con anticipo il confronto sul 25 aprile: una stanca e ripetitiva dialettica che vive di contrapposizioni strumentali. Anche all’interno del governo. Se il vicepremier leghista Matteo Salvini ha annunciato che non parteciperà a «nessuna sfilata», il suo collega cinquestelle Luigi Di Maio afferma di stare con i partigiani. «Io festeggerò — ha detto — perché è un giorno importante per la nostra storia».
La ricerca storica ha da tempo analizzato le dinamiche che hanno portato alla conclusione del secondo conflitto mondiale sul territorio della penisola italiana. Il contributo della Resistenza nel biennio cruciale 1943-45 è progressivamente divenuto parte di una lettura più ampia sulla Liberazione, i suoi significati e le sue eredità. Ma allora perché continuare a dividersi sulle celebrazioni? Come è possibile che da uomini di Stato con responsabilità istituzionali e di governo arrivino messaggi contraddittori e in apparenza singolari? Un terribile e faticoso gioco delle parti: chi decide di non partecipare agli appuntamenti istituzionali, chi fa pesare la propria scelta come se si trattasse di una decisione sofferta o controversa. E invece il segno dovrebbe essere opposto: una data unificante e comune, un punto di riferimento che collega la fine della guerra alla strategia di costruzione della Repubblica. Possibile che ci sia ancora bisogno di tornare su aspetti e richiami che hanno accompagnato generazioni d’italiani? Le parole sono pietre soprattutto se a pronunciarle sono figure di rilievo, espressioni riconosciute e riconoscibili di una nuova classe dirigente. Difficile spiegare tali comportamenti a tanti insegnanti che tra mille difficoltà cercano di costruire percorsi di conoscenza nelle trame di un passato più o meno lontano. Un segno dei tempi, la storia diventa il terreno di strumentalizzazioni immediate anche quando sono in gioco i cardini di riferimento di una comunità nazionale. Il passato della Repubblica come una lista lacerata a seconda delle esigenze, esibita come trofeo di conquista nell’agone di un dibattito pubblico sconclusionato e squalificante.
Eppure le ragioni di un impegno di conoscenza e cultura non mancherebbero: celebrare per conoscere, trasmettere ai più giovani con rigore i frutti più solidi della riflessione storica. Certo non è una strada semplice né immediata, occorre pazienza, metodo, linguaggi appropriati, rispettosi dell’alterità del passato e capaci di considerare le diverse posizioni e i giudizi contrastanti. Ma il confronto è il sale della democrazia che nasce per coltivare dubbi e possibilità. A questo servono le date di riferimento, i punti fermi, gli indirizzi condivisi come la festa per una Liberazione sofferta e conquistata: un tornante di svolta che segna al tempo stesso la fine del fascismo e delle sue guerre e il possibile inizio di una storia nuova, di una costruzione potenzialmente pacifica e condivisa.
Chi ricopre incarichi istituzionali non può giocare con il passato come se fosse uno scherzo o un invito a cena: ci vado o scelgo la sfida di un’altra destinazione? Meglio prendere le distanze con una polemica cercando così di strizzare l’occhio ai nostalgici scontenti per racimolare voti nell’imminente campagna elettorale. Una strategia sbagliata, una direzione di marcia che non costruisce ma distrugge. In fondo attorno alla nostra liberazione ci si può ritrovare anche partendo da posizioni diverse, mantenendo memorie che non possono che essere divise, contrastanti. Ne scriveva uno storico come Pietro Scoppola nel 1995, in occasione dei primi cinquant’anni di un cammino comune (25 aprile. Liberazione, Einaudi): «L’idea di trovare nel 25 aprile, e in ciò che significa, il fondamento di una storia comune non annulla i contrasti e neppure il persistere di differenti sentimenti e interpretazioni della storia nazionale, ma vuole essere antidoto a quella mentalità del processo al passato che avvelena la vita politica e culturale italiana».
La ricerca storica ha da tempo analizzato le dinamiche che hanno portato alla conclusione del secondo conflitto mondiale sul territorio della penisola italiana. Il contributo della Resistenza nel biennio cruciale 1943-45 è progressivamente divenuto parte di una lettura più ampia sulla Liberazione, i suoi significati e le sue eredità. Ma allora perché continuare a dividersi sulle celebrazioni? Come è possibile che da uomini di Stato con responsabilità istituzionali e di governo arrivino messaggi contraddittori e in apparenza singolari? Un terribile e faticoso gioco delle parti: chi decide di non partecipare agli appuntamenti istituzionali, chi fa pesare la propria scelta come se si trattasse di una decisione sofferta o controversa. E invece il segno dovrebbe essere opposto: una data unificante e comune, un punto di riferimento che collega la fine della guerra alla strategia di costruzione della Repubblica. Possibile che ci sia ancora bisogno di tornare su aspetti e richiami che hanno accompagnato generazioni d’italiani? Le parole sono pietre soprattutto se a pronunciarle sono figure di rilievo, espressioni riconosciute e riconoscibili di una nuova classe dirigente. Difficile spiegare tali comportamenti a tanti insegnanti che tra mille difficoltà cercano di costruire percorsi di conoscenza nelle trame di un passato più o meno lontano. Un segno dei tempi, la storia diventa il terreno di strumentalizzazioni immediate anche quando sono in gioco i cardini di riferimento di una comunità nazionale. Il passato della Repubblica come una lista lacerata a seconda delle esigenze, esibita come trofeo di conquista nell’agone di un dibattito pubblico sconclusionato e squalificante.
Eppure le ragioni di un impegno di conoscenza e cultura non mancherebbero: celebrare per conoscere, trasmettere ai più giovani con rigore i frutti più solidi della riflessione storica. Certo non è una strada semplice né immediata, occorre pazienza, metodo, linguaggi appropriati, rispettosi dell’alterità del passato e capaci di considerare le diverse posizioni e i giudizi contrastanti. Ma il confronto è il sale della democrazia che nasce per coltivare dubbi e possibilità. A questo servono le date di riferimento, i punti fermi, gli indirizzi condivisi come la festa per una Liberazione sofferta e conquistata: un tornante di svolta che segna al tempo stesso la fine del fascismo e delle sue guerre e il possibile inizio di una storia nuova, di una costruzione potenzialmente pacifica e condivisa.
Chi ricopre incarichi istituzionali non può giocare con il passato come se fosse uno scherzo o un invito a cena: ci vado o scelgo la sfida di un’altra destinazione? Meglio prendere le distanze con una polemica cercando così di strizzare l’occhio ai nostalgici scontenti per racimolare voti nell’imminente campagna elettorale. Una strategia sbagliata, una direzione di marcia che non costruisce ma distrugge. In fondo attorno alla nostra liberazione ci si può ritrovare anche partendo da posizioni diverse, mantenendo memorie che non possono che essere divise, contrastanti. Ne scriveva uno storico come Pietro Scoppola nel 1995, in occasione dei primi cinquant’anni di un cammino comune (25 aprile. Liberazione, Einaudi): «L’idea di trovare nel 25 aprile, e in ciò che significa, il fondamento di una storia comune non annulla i contrasti e neppure il persistere di differenti sentimenti e interpretazioni della storia nazionale, ma vuole essere antidoto a quella mentalità del processo al passato che avvelena la vita politica e culturale italiana».