A poco più di un mese dal voto del 23-26 maggio, l’Unione europea è in preda a convulsioni elettorali, ad atteggiamenti disorganizzati che fanno pensare a una forma di schizofrenia politica. Persino l’asse franco-tedesco, geopoliticamente naturale e a volte spocchioso motore dell’associazione di cui fanno parte ventotto paesi, si è pubblicamente inceppato il 10 aprile. È accaduto a Bruxelles, dove si teneva il vertice sulla Brexit, convocato per decidere quando (e quindi come) il ventottesimo Paese, il Regno Unito, già sulla soglia, dovrà varcare la porta d’uscita. È significativo che i protagonisti del dissenso abbiano voluto manifestarsi, che non si siano trincerati nel solito riserbo. Una campagna elettorale ha bisogno di riflettori.
Emmanuel Macron e Angela Merkel hanno interpretato i ruoli che si erano fissati. E questa volta non erano quelli previsti dai vecchi, quasi immutabili copioni. Hanno ridotto al m…
Emmanuel Macron e Angela Merkel hanno interpretato i ruoli che si erano fissati. E questa volta non erano quelli previsti dai vecchi, quasi immutabili copioni. Hanno ridotto al m…
A poco più di un mese dal voto del 23-26 maggio, l’Unione europea è in preda a convulsioni elettorali, ad atteggiamenti disorganizzati che fanno pensare a una forma di schizofrenia politica. Persino l’asse franco-tedesco, geopoliticamente naturale e a volte spocchioso motore dell’associazione di cui fanno parte ventotto paesi, si è pubblicamente inceppato il 10 aprile. È accaduto a Bruxelles, dove si teneva il vertice sulla Brexit, convocato per decidere quando (e quindi come) il ventottesimo Paese, il Regno Unito, già sulla soglia, dovrà varcare la porta d’uscita. È significativo che i protagonisti del dissenso abbiano voluto manifestarsi, che non si siano trincerati nel solito riserbo. Una campagna elettorale ha bisogno di riflettori.
Emmanuel Macron e Angela Merkel hanno interpretato i ruoli che si erano fissati. E questa volta non erano quelli previsti dai vecchi, quasi immutabili copioni. Hanno ridotto al minimo, meno di mezz’ora, la tradizionale, appartata consultazione franco-tedesca che precede le maggiori riunioni europee. E la cancelliera non ha risparmiato subito dopo i sorrisi a Theresa May: e quei sorrisi, esibiti durante un amichevole colloquio, sotto gli sguardi dei partecipanti al vertice che stava per cominciare, hanno assunto il peso di un appoggio politico al primo ministro britannico, lì in veste di imputato. Così il dissenso tra Parigi e Berlino è emerso platealmente nel decidere la procedura del tormentato, confuso divorzio del Regno Unito dall’Unione europea. Abbandonato dall’abituale partner tedesca, Emmanuel Macron si è ritrovato quasi solo ( assecondato dai dirigenti spagnolo, lussemburghese, maltese e belga) nel sostenere la soluzione praticamente immediata di un “no deal”, di un’uscita senza accordo, di fronte agli altri Stati membri dell’Unione dichiaratisi in favore di un’estensione lunga, fino al 31 dicembre per consentire un divorzio meno brutale. Insomma un’uscita morbida. Infine i ventisette hanno fissato la data del 31 ottobre. Un compromesso. Il fatto che il lungo vertice, durato quattro ore, si sia svolto in un’atmosfera polemica ma senza scontri plateali, non impedisce l’importanza delle divergenze attizzate da motivi elettorali, ma soprattutto rivelatrici di divisioni più profonde in un’Unione incerta se progredire o abbandonarsi a una stagnazione, col tempo fatale a un organismo la cui sopravvivenza è affidata al suo dinamismo.
A Emmanuel Macron è stato rimproverato di agire secondo i problemi nazionali senza pensare all’unità dell’Europa. Volendo assecondare la sua opinione pubblica alla quale stanno ormai sui nervi «i capricci britannici», avrebbe proposto una Brexit brusca, immediata. La quale avrebbe evitato, a suo avviso, di complicare le elezioni europee con la partecipazione, resa inevitabile dall’estensione a fine ottobre, di candidati inglesi destinati a diventare «più degli intrusi provvisori che dei deputati». Macron ha ripreso a Bruxelles il tema della “rinascita” europea, che non dovrebbe essere intralciata dal problema britannico. Un tema allergico ai governi sovranisti, e quindi suscettibile di approfondire le divisioni in quella che vuole essere un’Unione. L’Intesa cordiale ( l’Entente cordiale, l’accordo raggiunto nel 1904 tra la Francia e la Gran Bretagna), a volte ricordata con la dovuta retorica per risvegliare un’antica amicizia, è diventata sui giornali parigini un Dissenso cordiale, che dovrebbe impedire la Brexit indulgente, amichevole, chiesta da Theresa May e concessa, anzi difesa, da Angela Merkel. Si è così creata una situazione curiosa.
La posizione di Emmanuel Macron viene deprecata perché troppo europeista, ma non adeguata agli umori prevalenti nelle capitali dell’Unione, e perché provoca una crisi con Angela Merkel, altrettanto europeista ma preoccupata di favorire un’intesa più larga possibile. La cancelliera ha un atteggiamento generoso con la Gran Bretagna. Ritiene che debba essere accompagnata nella sua decisione, salvando i suoi futuri legami con l’Unione, e che non debba subire uno sfratto, di cui resterebbero tracce nelle memorie.
A Berlino si sottolinea che la premura di Merkel in favore degli interessi europei la porta persino a trascurare quelli del suo partito (Cdu). Il rinvio della Brexit e la conseguente partecipazione britannica alle elezioni di maggio rischiano di indebolire i cristiano democratici tedeschi, in particolare Manfred Weber, proposto dal Partito popolare europeo (di cui la Cdu fa parte) come futuro presidente della Commissione di Bruxelles. Senza i deputati britannici Weber ce l’avrebbe fatta, mentre la loro partecipazione sconvolge i pronostici. I socialdemocratici del parlamento europeo accoglieranno i laburisti britannici, e quindi saranno favoriti rispetto al Partito popolare di cui i tories, i conservatori britannici, non fanno parte.
Da tutto questo si ricava l’impressione che la Brexit non sia soltanto un’amputazione dell’Unione ma anche un avvenimento che divide il fronte europeista, di cui la Merkel e Macron sono i massimi rappresentanti. È facile capire l’impegno della cancelliera tedesca nel tentativo di dare al divorzio col Regno Unito un’impronta amichevole, ma le ragioni del presidente francese che vuol preservare l’integrità delle elezioni europe non sono da trascurare. Quel che comunque risulta è la frantumazione, si pensa provvisoria, del fronte europeista che ci sta a cuore.
Emmanuel Macron e Angela Merkel hanno interpretato i ruoli che si erano fissati. E questa volta non erano quelli previsti dai vecchi, quasi immutabili copioni. Hanno ridotto al minimo, meno di mezz’ora, la tradizionale, appartata consultazione franco-tedesca che precede le maggiori riunioni europee. E la cancelliera non ha risparmiato subito dopo i sorrisi a Theresa May: e quei sorrisi, esibiti durante un amichevole colloquio, sotto gli sguardi dei partecipanti al vertice che stava per cominciare, hanno assunto il peso di un appoggio politico al primo ministro britannico, lì in veste di imputato. Così il dissenso tra Parigi e Berlino è emerso platealmente nel decidere la procedura del tormentato, confuso divorzio del Regno Unito dall’Unione europea. Abbandonato dall’abituale partner tedesca, Emmanuel Macron si è ritrovato quasi solo ( assecondato dai dirigenti spagnolo, lussemburghese, maltese e belga) nel sostenere la soluzione praticamente immediata di un “no deal”, di un’uscita senza accordo, di fronte agli altri Stati membri dell’Unione dichiaratisi in favore di un’estensione lunga, fino al 31 dicembre per consentire un divorzio meno brutale. Insomma un’uscita morbida. Infine i ventisette hanno fissato la data del 31 ottobre. Un compromesso. Il fatto che il lungo vertice, durato quattro ore, si sia svolto in un’atmosfera polemica ma senza scontri plateali, non impedisce l’importanza delle divergenze attizzate da motivi elettorali, ma soprattutto rivelatrici di divisioni più profonde in un’Unione incerta se progredire o abbandonarsi a una stagnazione, col tempo fatale a un organismo la cui sopravvivenza è affidata al suo dinamismo.
A Emmanuel Macron è stato rimproverato di agire secondo i problemi nazionali senza pensare all’unità dell’Europa. Volendo assecondare la sua opinione pubblica alla quale stanno ormai sui nervi «i capricci britannici», avrebbe proposto una Brexit brusca, immediata. La quale avrebbe evitato, a suo avviso, di complicare le elezioni europee con la partecipazione, resa inevitabile dall’estensione a fine ottobre, di candidati inglesi destinati a diventare «più degli intrusi provvisori che dei deputati». Macron ha ripreso a Bruxelles il tema della “rinascita” europea, che non dovrebbe essere intralciata dal problema britannico. Un tema allergico ai governi sovranisti, e quindi suscettibile di approfondire le divisioni in quella che vuole essere un’Unione. L’Intesa cordiale ( l’Entente cordiale, l’accordo raggiunto nel 1904 tra la Francia e la Gran Bretagna), a volte ricordata con la dovuta retorica per risvegliare un’antica amicizia, è diventata sui giornali parigini un Dissenso cordiale, che dovrebbe impedire la Brexit indulgente, amichevole, chiesta da Theresa May e concessa, anzi difesa, da Angela Merkel. Si è così creata una situazione curiosa.
La posizione di Emmanuel Macron viene deprecata perché troppo europeista, ma non adeguata agli umori prevalenti nelle capitali dell’Unione, e perché provoca una crisi con Angela Merkel, altrettanto europeista ma preoccupata di favorire un’intesa più larga possibile. La cancelliera ha un atteggiamento generoso con la Gran Bretagna. Ritiene che debba essere accompagnata nella sua decisione, salvando i suoi futuri legami con l’Unione, e che non debba subire uno sfratto, di cui resterebbero tracce nelle memorie.
A Berlino si sottolinea che la premura di Merkel in favore degli interessi europei la porta persino a trascurare quelli del suo partito (Cdu). Il rinvio della Brexit e la conseguente partecipazione britannica alle elezioni di maggio rischiano di indebolire i cristiano democratici tedeschi, in particolare Manfred Weber, proposto dal Partito popolare europeo (di cui la Cdu fa parte) come futuro presidente della Commissione di Bruxelles. Senza i deputati britannici Weber ce l’avrebbe fatta, mentre la loro partecipazione sconvolge i pronostici. I socialdemocratici del parlamento europeo accoglieranno i laburisti britannici, e quindi saranno favoriti rispetto al Partito popolare di cui i tories, i conservatori britannici, non fanno parte.
Da tutto questo si ricava l’impressione che la Brexit non sia soltanto un’amputazione dell’Unione ma anche un avvenimento che divide il fronte europeista, di cui la Merkel e Macron sono i massimi rappresentanti. È facile capire l’impegno della cancelliera tedesca nel tentativo di dare al divorzio col Regno Unito un’impronta amichevole, ma le ragioni del presidente francese che vuol preservare l’integrità delle elezioni europe non sono da trascurare. Quel che comunque risulta è la frantumazione, si pensa provvisoria, del fronte europeista che ci sta a cuore.