Dopo il letargo invernale in questo fine settimana riapre la maggior parte degli orti botanici italiani. Dalla Lombardia alla Sicilia è il periodo delle fioriture ma tra i più normali tulipani e rose ci sono piante che non ne vogliono sapere di germogliare. Sono indifferenti alla primavera, alle ore di luce o ai gradi di temperatura e marciano a passo di lumaca. Come il bambù nero, specie originaria della Cina e presente all'orto botanico dell'Università di Padova. L'ultima volta è sbocciato nel 1932 e per vederlo di nuovo nel pieno della sua maturità bisognerà aspettare, con ogni probabilità, dai 15 ai 60 anni. Sul perché questi organismi abbiano un orologio biologico da bradipo rimane ancora il mistero.
"Per molte specie, come il bambù nero - spiega Maria Cristina Villani, botanica dell'Università di Padova - la produzione di semi legata alla fioritura è un'attività c…
"Per molte specie, come il bambù nero - spiega Maria Cristina Villani, botanica dell'Università di Padova - la produzione di semi legata alla fioritura è un'attività c…
Dopo il letargo invernale in questo fine settimana riapre la maggior parte degli orti botanici italiani. Dalla Lombardia alla Sicilia è il periodo delle fioriture ma tra i più normali tulipani e rose ci sono piante che non ne vogliono sapere di germogliare. Sono indifferenti alla primavera, alle ore di luce o ai gradi di temperatura e marciano a passo di lumaca. Come il bambù nero, specie originaria della Cina e presente all'orto botanico dell'Università di Padova. L'ultima volta è sbocciato nel 1932 e per vederlo di nuovo nel pieno della sua maturità bisognerà aspettare, con ogni probabilità, dai 15 ai 60 anni. Sul perché questi organismi abbiano un orologio biologico da bradipo rimane ancora il mistero.
"Per molte specie, come il bambù nero - spiega Maria Cristina Villani, botanica dell'Università di Padova - la produzione di semi legata alla fioritura è un'attività che richiede risorse e molto tempo. È una pianta particolare perché germoglia in tutto il mondo nello stesso anno. Una sincronia globale che alcune ipotesi riconducono a una forma estrema di difesa dai predatori ghiotti dei loro semi". Diverso il caso dell'aro gigante o Amorphophallus titanum. È il fiore più grande del mondo: in Italia è sbocciato solo due volte, nel 2002 e nel 2007, nell'Orto botanico "Giardino dei semplici" di Firenze. È endemico dell'isola di Sumatra, ha un'infiorescenza monumentale che può raggiungere i tre metri di altezza e una fragranza poco piacevole che ricorda la carne andata a male. "In questo caso sembra che la lentezza del ciclo vegetativo di questa pianta, che può durare oltre un secolo, sia legata al peso minimo del tubero che cresce nella parte sotterranea - prosegue Villani - e per fiorire deve prima raggiungere i 50 chili circa". Ci sono esemplari della stessa famiglia dell'Amorphophallus nell'orto botanico di Palermo e nella serra tropicale del Muse di Trento. A Firenze si trova anche una Doryanthes palmeri, una palma di origine australiana importata in Italia dal botanico Vincenzo Ricasoli a fine Ottocento. Da allora è fiorita una sola volta.
La stessa specie è ospitata a Villa Taranto sul lago Maggiore, dove è germogliata solo una volta in un quarto di secolo e dove si trova anche il primo Emmenopterys Henryi mai fiorito in Europa, un albero parente del caffè e della gardenia che ha raggiunto la maturità nel 1971 dopo 24 anni. Tra le piante che se la prendono con calma non si può dimenticare la regina delle Ande, la Puya raimondi. Scoperta a metà Ottocento dal naturalista milanese Antonio Raimondi sulle alture del Perù può impiegare fino a 150 anni per sbocciare. In Italia alcuni esemplari di questa famiglia si trovano nei giardini di Villa Piccolo in provincia di Messina e di La Mortella nel napoletano. Una volta messe le spighe queste bromeliacee muoiono. "Si chiamano specie monocarpiche perché fioriscono una sola volta nella vita - aggiunge Mauro Mariotti, docente di Botanica ambientale e applicata all'Università di Genova e direttore dei Giardini Hanbury di Ventimiglia - sono organismi abituati, se così possiamo dire, a ragionare come specie e non come individui perché, oltre al patrimonio di semi, i loro resti assicurano nutrienti al terreno per le generazioni successive".
Una tecnica di successione naturale in cui rientrano anche le agavi, un'altra specie di piante al rallentatore di cui i Giardini Hanbury custodiscono una delle più importanti collezioni europee. "Tra i fattori che influenzano la fioritura di questi esemplari ci sarebbero anche le tempeste solari e il campo magnetico terrestre - conclude Mariotti - fenomeni che, secondo diversi studi, potrebbero accendere l'interruttore riproduttivo".
"Per molte specie, come il bambù nero - spiega Maria Cristina Villani, botanica dell'Università di Padova - la produzione di semi legata alla fioritura è un'attività che richiede risorse e molto tempo. È una pianta particolare perché germoglia in tutto il mondo nello stesso anno. Una sincronia globale che alcune ipotesi riconducono a una forma estrema di difesa dai predatori ghiotti dei loro semi". Diverso il caso dell'aro gigante o Amorphophallus titanum. È il fiore più grande del mondo: in Italia è sbocciato solo due volte, nel 2002 e nel 2007, nell'Orto botanico "Giardino dei semplici" di Firenze. È endemico dell'isola di Sumatra, ha un'infiorescenza monumentale che può raggiungere i tre metri di altezza e una fragranza poco piacevole che ricorda la carne andata a male. "In questo caso sembra che la lentezza del ciclo vegetativo di questa pianta, che può durare oltre un secolo, sia legata al peso minimo del tubero che cresce nella parte sotterranea - prosegue Villani - e per fiorire deve prima raggiungere i 50 chili circa". Ci sono esemplari della stessa famiglia dell'Amorphophallus nell'orto botanico di Palermo e nella serra tropicale del Muse di Trento. A Firenze si trova anche una Doryanthes palmeri, una palma di origine australiana importata in Italia dal botanico Vincenzo Ricasoli a fine Ottocento. Da allora è fiorita una sola volta.
La stessa specie è ospitata a Villa Taranto sul lago Maggiore, dove è germogliata solo una volta in un quarto di secolo e dove si trova anche il primo Emmenopterys Henryi mai fiorito in Europa, un albero parente del caffè e della gardenia che ha raggiunto la maturità nel 1971 dopo 24 anni. Tra le piante che se la prendono con calma non si può dimenticare la regina delle Ande, la Puya raimondi. Scoperta a metà Ottocento dal naturalista milanese Antonio Raimondi sulle alture del Perù può impiegare fino a 150 anni per sbocciare. In Italia alcuni esemplari di questa famiglia si trovano nei giardini di Villa Piccolo in provincia di Messina e di La Mortella nel napoletano. Una volta messe le spighe queste bromeliacee muoiono. "Si chiamano specie monocarpiche perché fioriscono una sola volta nella vita - aggiunge Mauro Mariotti, docente di Botanica ambientale e applicata all'Università di Genova e direttore dei Giardini Hanbury di Ventimiglia - sono organismi abituati, se così possiamo dire, a ragionare come specie e non come individui perché, oltre al patrimonio di semi, i loro resti assicurano nutrienti al terreno per le generazioni successive".
Una tecnica di successione naturale in cui rientrano anche le agavi, un'altra specie di piante al rallentatore di cui i Giardini Hanbury custodiscono una delle più importanti collezioni europee. "Tra i fattori che influenzano la fioritura di questi esemplari ci sarebbero anche le tempeste solari e il campo magnetico terrestre - conclude Mariotti - fenomeni che, secondo diversi studi, potrebbero accendere l'interruttore riproduttivo".