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Genova, all’ombra del ponte crollato la strada che non vuole morire

In via Fillak, chiusa dal 14 agosto, i negozi hanno perso il 90% del fatturato. Il sindaco: riapertura per Pasqua. “Ma poi ci sarà un nuovo stop per la demolizione. Se non ci aiutano bloccheremo le autostrade in estate”
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Una birra e tre empanadas! Alle otto di sera Rojas Soreidis Esther digita 7 euro sulla cassa del Maracaibo, street food venezuelano aperto l'11 agosto in via Fillak, a due passi dal ponte crollato tre giorni dopo. È il secondo scontrino in tutta la giornata, e forse l'ultimo. Fuori passano solo quattro auto al minuto, gente che fa inversione di marcia ai confini della zona rossa. Il "boulevard" popolare che collegava Sampierdarena a Certosa passando sotto il pilone 10 è diventato, in tutti i sensi, una strada senza uscita. Un parcheggio. Il vicolo cieco di Genova.


Otto mesi dopo il crollo, via Fillak è l'ultima arteria della Valpolcevera rimasta interrotta. E il piccolo locale che aveva scelto come immagine il ponte di Maracaibo, altro sfortunato progetto di Riccardo Morandi, è il terminale della disperazione. Ivan Spagnolo, il marito di Soreidis, guida il nuovo comitat…
Una birra e tre empanadas! Alle otto di sera Rojas Soreidis Esther digita 7 euro sulla cassa del Maracaibo, street food venezuelano aperto l'11 agosto in via Fillak, a due passi dal ponte crollato tre giorni dopo. È il secondo scontrino in tutta la giornata, e forse l'ultimo. Fuori passano solo quattro auto al minuto, gente che fa inversione di marcia ai confini della zona rossa. Il "boulevard" popolare che collegava Sampierdarena a Certosa passando sotto il pilone 10 è diventato, in tutti i sensi, una strada senza uscita. Un parcheggio. Il vicolo cieco di Genova.


Otto mesi dopo il crollo, via Fillak è l'ultima arteria della Valpolcevera rimasta interrotta. E il piccolo locale che aveva scelto come immagine il ponte di Maracaibo, altro sfortunato progetto di Riccardo Morandi, è il terminale della disperazione. Ivan Spagnolo, il marito di Soreidis, guida il nuovo comitato dei commercianti. A Matteo Salvini ha consegnato una lettera che accenna ad "azioni clamorose". L'idea è mettersi addosso un gilet arancione e bloccare a turno le uscite autostradali delle Riviere ogni fine settimana da Pasqua a settembre: Spotorno, Varazze, Santa Margherita, Sestri Levante, Deiva, la Recco dei Salvini... "Dobbiamo colpire chi arriva con il portafoglio pieno per fare un danno ad Autostrade che ci ha dato soltanto noccioline". Cento partite Iva sono allo stremo. Se contiamo i familiari, i dipendenti, i fornitori e i padroni dei muri che non incassano l'affitto da mesi, parliamo di migliaia di persone. "Vogliamo equità, ci devono trattare come gli sfollati". La zona arancione è un purgatorio di promesse e pasticci burocratici, finora nessuno ha visto un quattrino se non quelli di Autostrade, che ha coperto i mancati guadagni di 500 imprese, commercianti e artigiani dal 14 agosto fino a tutto febbraio e ora valuta nuove forme di supporto.


Il sindaco-commissario Marco Bucci ha promesso di riaprire via Fillak per Pasqua, ma tutti sanno che dopo un mese la strada sarà richiusa per consentire la demolizione delle case e dei piloni. È troppo per chi sta perdendo fino al 90% degli incassi. Qualcuno minaccia di andare sul ponte monumentale, nel centro di Genova, e di buttarsi giù.


Alle due di pomeriggio Antonio, il pizzaiolo dei "Lupi" all'estremità Sud di via Fillak, sta parlando al telefono: "È andata bene: nove persone". Lupi era la famiglia che negli anni '70 gestiva un'osteria leggendaria. Prima del crollo la pizzeria faceva cento coperti a sera, ora festeggia quando arriva a 12. Nell'agenzia di viaggi Terre Emerse, Stefano Bignone sta compilando un questionario per avere gli indennizzi, un rompicapo assurdo. "Io sopravvivo grazie alle mie tariffe aeree introvabili su internet".


Dall'altra parte della strada Roberto Pregliasco, 57 anni, ottico e optometrista, si rimette il camice per le visite nella bottega di famiglia, Foto Luciano. Dal 16 agosto si divide fra qui e Varese, dove fa il consulente per tre giorni, domenica, lunedì e martedì. Il negozio ha dimezzato i ricavi. "Rimborsi? Ho chiesto 60mila euro, ne ho avuti 10mila. Autostrade ha consentito al 50% delle imprese di galleggiare, niente più. E dire che sono gli unici ad aver pagato qualcosa. Forse, se il governo non li avesse esclusi dalla ricostruzione...". Suo padre Luciano mostra gli "occhiali del cuore" in offerta per la popolazione colpita dal crollo: 45 euro con le lenti graduate. "Abbiamo resistito fino adesso, resisteremo ancora".


Walter Fillak, il partigiano comunista "Gennaio" impiccato a 25 anni, si ritrovava con i compagni nella "Tana", il circolo La Ciclistica poco più avanti sulla strada che oggi porta il suo nome. Qui vicino morirono Edoardo Malacchina, che aveva 18 anni, Giuseppe Spataro ed Ernesto Iursé, e là dietro c'è la casa di Nora, Eleonora Torre, la mitica staffetta "Ivonne". "Vogliamo raccontare la Resistenza ai bambini", spiega Igino Gelli, 72 anni, presidente della Ciclistica, che quest'anno compirà un secolo. I soci sono crollati da 200 a 101, perché hanno in media 75 anni e non se la sentono di fare il giro del ponte per venire da Certosa. "Serve riqualificare tutto il quartiere, o il dislivello con le zone ricche diventerà intollerabile", dice il tesoriere del circolo, Mario Colombari. "Nel frattempo cerchiamo di resistere".


Resiste Claudio Rigo, tabaccaio per necessità dopo una carriera nelle grandi aziende, anche se dopo il crollo del ponte qui si vendono dieci chili di tabacco in meno la settimana, 8.000 euro di fatturato al mese perso solo per il fumo. "Manca il passaggio e 600 residenti sono stati sfollati". Resiste Caterina Rossetti di Punto Mare, che vende prodotti per la nautica e sopravvive andando direttamente sulle barche dei clienti. Qui non viene più nessuno.


L'inutile beep beep dell'ultimo semaforo verso il ponte rompe un silenzio surreale. Quaranta saracinesche sono abbassate da anni o da mesi. Pochi giorni fa si è arreso Decoforty, negozio di prodotti per le feste. Dopo il flop di San Valentino, Pablo Marin, ecuadoriano di 27 anni, si è ritirato in un laboratorio più a Sud e continua a lavorare grazie ai social network. "Era troppo triste, non potevo più pagare l'affitto".


All'ombra del ponte, dove via Fillak sembra una strada alberata di campagna, il bus gratuito FP fa manovra per tornare indietro e la vecchia tenda degli sfollati accoglie i bambini che tornano dalle scuole di Certosa dopo un giro di 20 chilometri in navetta per coprire una distanza reale di 200 metri. I genitori lottano per la salute contro il rischio amianto, i più piccoli chiedono con i loro disegni "una casa sull'albero", "una piscina", "il diritto di ballare felici e cantare". Anche "una fidanzata", perché no.