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Jacques-Luis David, Giuramento della Pallacorda (1791) 

Le democrazie muoiono in silenzio

Le idee / Arriva in Italia il saggio di due politologi di Harvard che ci mette in guardia dalla lenta agonia delle istituzioni liberali. Esercizio apocalittico o lucida diagnosi di una malattia reale? La risposta va cercata nella scena politica italiana
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Tutto sommato, le cose non vanno poi così male. Secondo uno studio dell'Università del Maryland, all'inizio del Novecento i Paesi con più di 500mila abitanti e con un sistema politico-istituzionale pienamente democratico erano una decina in tutto il mondo. Oggi sono diventati una novantina, e ci vivono più di 4 miliardi di persone. Dovremmo essere contenti, giusto? E invece no. Dobbiamo essere preoccupati, noi occidentali. Abbiamo avuto un privilegio: nonostante le sue immani tragedie, siamo usciti dal Secolo Breve stremati ma comunque convinti delle "magnifiche sorti e progressive". Ci siamo cullati dentro la Grande Distopia. Abbiamo creduto che la democrazia fosse un valore "naturale" e ormai acquisito del nostro vivere. Che fosse, una volta per tutte, l'orizzonte costituzionale, morale e materiale del nostro agire.

Tutto sbagliato. Le democrazie liberali sono in pericolo. Le democrazie liberali possono morire. Alcune, sen…
Tutto sommato, le cose non vanno poi così male. Secondo uno studio dell'Università del Maryland, all'inizio del Novecento i Paesi con più di 500mila abitanti e con un sistema politico-istituzionale pienamente democratico erano una decina in tutto il mondo. Oggi sono diventati una novantina, e ci vivono più di 4 miliardi di persone. Dovremmo essere contenti, giusto? E invece no. Dobbiamo essere preoccupati, noi occidentali. Abbiamo avuto un privilegio: nonostante le sue immani tragedie, siamo usciti dal Secolo Breve stremati ma comunque convinti delle "magnifiche sorti e progressive". Ci siamo cullati dentro la Grande Distopia. Abbiamo creduto che la democrazia fosse un valore "naturale" e ormai acquisito del nostro vivere. Che fosse, una volta per tutte, l'orizzonte costituzionale, morale e materiale del nostro agire.

Tutto sbagliato. Le democrazie liberali sono in pericolo. Le democrazie liberali possono morire. Alcune, senza che ce ne accorgiamo, stanno già morendo. Steven Levitsky e Daniel Ziblatt, studiosi di Scienza politica ad Harvard, ne sono convinti. E hanno convinto anche noi, che ci eravamo già bevuti in un sorso dolceamaro il loro saggio How Democracies Die, quando uscì negli Stati Uniti nel 2018, e che ora ce lo ritroviamo tra le mani nell'edizione italiana appena pubblicata da Laterza (Come muoiono le democrazie). La versione americana fece rumore, perché condannava il "trumpismo" appena nato e ne sistematizzava i caratteri autocratici e plebiscitari. Adesso il rumore diventa fragore, perché alla prova dei fatti buona parte della "dottrina Levitsky-Ziblatt" sta trovando ulteriori, inquietanti conferme. Anche dalle nostre parti.

C'è un'illusione, ottica e storica, di cui dobbiamo liberarci. Quando pensiamo a una democrazia che muore, ci viene in mente il film sfocato e in bianco e nero del golpe cileno del '74, che il bel film di Nanni Moretti ci ha riproposto: i caccia che bombardano la Moneda, Allende con l'elmetto e il mitra che si barrica e si uccide nel suo ufficio, Pinochet che marcia con i blindati per le vie di Santiago. Sono morte così, nel piombo e nel sangue, tante democrazie: dall'Argentina al Brasile, dall'Uruguay al Guatemala, dalla Grecia alla Thailandia. Ma nell'era moderna le democrazie sono state uccise non solo dai generali, ma anche dai leader eletti, che una volta al potere hanno abbattuto i sistemi parlamentari e costruito dittature più o meno feroci. Hitler e Mussolini, entusiasticamente votati dal popolo tra i Venti e i Trenta. Ma poi fino a noi, Chavez in Venezuela, Putin in Russia, Orban in Ungheria, Erdogan in Turchia. Rivoluzioni, o restaurazioni, che nascono in democrazia e degenerano in "democratura".

Sarebbe bello, potendo, fermarsi qui. Ma non si può. Altre democrazie continuano o stanno già cominciando a morire, senza accorgersene e "con altri mezzi". Più subdoli e sottili, perché quasi sempre approvati dai parlamenti o accettati dai tribunali. La mira chirurgica di Levitsky e Ziblatt si concentra soprattutto su Trump, prototipo del "killer seriale di norme", demagogo estremista e populista "la cui fedeltà alle norme democratiche è alquanto dubbia". Ma "de te fabula narratur", viene da dire: se la lezione americana si legge in traluce, intrecciata alle vicende europee e ovviamente italiane, si capisce per chi suona la campana. Per tutti noi, che più o meno coscienti viviamo ogni giorno, sulla nostra pelle, gli smottamenti lenti, ma inesorabili della democrazia liberale. Gli scivolamenti progressivi sul terreno della paura e del rancore, dell'indifferenza e dell'insofferenza per l'altro. La contaminazione del linguaggio e l'imbarbarimento del confronto, malamente cucinati in quella tavola calda per antropofagi (come la chiama Stefano Massini) che è ormai diventata la Rete.

I moderni tribuni della plebe sanno come attovagliarsi, nella piazza reale e in quella virtuale. I popoli cedono volentieri al canto delle nuove sirene, nella speranza che trapassate le vecchie e inutili democrazie rappresentative ci sia spazio ai fornelli per le nuove cuoche di Lenin. Gli oppositori, divisi tra loro, non hanno l'esatta percezione del pericolo. Le famose élite, troppo furbe e autoreferenziali, lasciano fare, nella convinzione di poter contenere e normalizzare gli outsider. I due professori non citano l'Italia (se non per il modello di comando berlusconiano), ma non è forse della nascita del Salvi-Maio gialloverde, che stiamo parlando? In compenso, codificano i quattro criteri fondamentali che ci consentono di certificare il livello dell'allarme democratico. "Ci dobbiamo preoccupare quando un politico: 1) rigetta, con le parole o con i fatti, le regole del gioco democratico, 2) nega legittimità agli avversari, 3) tollera o incoraggia la violenza, 4) si dimostra pronto a limitare le libertà civili degli avversari, mezzi di informazione inclusi".

Ecco un bel gioco di società per le serate al "club dei sinceri democratici" (o per le apericene dei soliti radical chic riuniti in qualche attico ai Parioli, secondo la formula della neolingua sovranista). Proviamo ad applicare i quattro criteri ai leader del governo lega-stellato, e vediamo l'effetto che fa. Levitsky e Ziblatt l'hanno fatto con Trump, e secondo loro col tycoon di Apprentice siamo già a Defcon 4 (come si dice per gli allarmi nucleari): "Ancora prima del suo insediamento - scrivono - risultava positivo a tutti e quattro i parametri" che misurano un autocrate. Con The Donald, però, è fin troppo facile. Con i nostri, probabilmente, la misurazione è più difficile. Ma con questi o altri parametri una verifica va fatta, e senza scherzarci sopra. È vero che in qualche passaggio Come muore una democrazia scivola sui toni dell'Apocalisse. Ma i critici col sopracciglio alzato e i maestrini con la penna rossa che si sono concentrati solo su questo, anche dopo l'uscita dell'edizione americana, farebbero bene a ricredersi, e magari a svegliarsi dal sonno della ragione, prima che generi altri mostri.

L'antidoto al populismo illiberale c'è, ma a condizione che si riconosca il veleno. E l'antidoto ha già funzionato, anche negli anni bui del Novecento: nel Belgio che respinse Degrelle, nella Finlandia ai tempi del lappismo, nella stessa America che ha neutralizzato i Lindbergh, i McCarthy, i Wallace. Può funzionare anche oggi, anche in questa Europa di "sonnambuli", anche in questa Italia incattivita. È fatto di principi non scritti, come la tolleranza reciproca e la temperanza istituzionale. Di norme scritte, come le Costituzioni da difendere e le buone leggi a garanzia del bilanciamento dei poteri. E di "sentinelle democratiche", cioè partiti solidi e soprattutto cittadini organizzati. "La democrazia è un'impresa comune - è la riflessione finale di Levitsky e Ziblatt - e il suo destino dipende da tutti noi". Dobbiamo solo ficcarcelo in testa. Come ha scritto nei giorni scorsi Gustavo Zagrebelski su queste pagine: "Disobbedire è una virtù repubblicana". Come scriveva nel 1917 Antonio Gramsci: "Odio gli indifferenti".