L'abusata citazione di Brecht sulla felicità dei popoli che non hanno bisogno di eroi cozza contro le regole della democrazia per cui ognuno di noi ha, e per fortuna, la possibilità di scegliersi quelli che preferisce. Al netto dell'umana solidarietà, per dire, le quasi contemporanee vicende di Fabrizio Quattrocchi ed Enzo Baldoni, una quindicina d'anni fa, esaltarono la differenza di valori tra questa fazione del mondo, chiamiamoci buonisti e non se ne parli più, e chi esaltava il contractor caduto in Iraq.
Da una parte i fan di chi operava a pagamento in zona di guerra, cui furono attribuiti empiti eroici al momento dell'esecuzione, dall'altra i sostenitori del giornalista volontario per la Croce Rossa, che i giornali della destra tacciarono di essere un "pirlacchione" in cerca di emozioni forti. E di averle trovate. Affari suoi.
Il riflesso pavloviano si ripete ogni qualvolta (due casi ancora in essere: padre Dall…
Da una parte i fan di chi operava a pagamento in zona di guerra, cui furono attribuiti empiti eroici al momento dell'esecuzione, dall'altra i sostenitori del giornalista volontario per la Croce Rossa, che i giornali della destra tacciarono di essere un "pirlacchione" in cerca di emozioni forti. E di averle trovate. Affari suoi.
Il riflesso pavloviano si ripete ogni qualvolta (due casi ancora in essere: padre Dall…
L'abusata citazione di Brecht sulla felicità dei popoli che non hanno bisogno di eroi cozza contro le regole della democrazia per cui ognuno di noi ha, e per fortuna, la possibilità di scegliersi quelli che preferisce. Al netto dell'umana solidarietà, per dire, le quasi contemporanee vicende di Fabrizio Quattrocchi ed Enzo Baldoni, una quindicina d'anni fa, esaltarono la differenza di valori tra questa fazione del mondo, chiamiamoci buonisti e non se ne parli più, e chi esaltava il contractor caduto in Iraq.
Da una parte i fan di chi operava a pagamento in zona di guerra, cui furono attribuiti empiti eroici al momento dell'esecuzione, dall'altra i sostenitori del giornalista volontario per la Croce Rossa, che i giornali della destra tacciarono di essere un "pirlacchione" in cerca di emozioni forti. E di averle trovate. Affari suoi.
Il riflesso pavloviano si ripete ogni qualvolta (due casi ancora in essere: padre Dall'Oglio, Silvia Romano) i banditi prendano in ostaggio la vita di chi abbia concretizzato il celeberrimo "aiutiamoli a casa loro", che di solito occupa le bocche di chi non aiuta nessuno e sogna un unico barcone nel quale far affondare gli "invasori".
Non stupisce dunque che Salvini abbia deciso (legittimamente) di commemorare sui social una figura nella quale si riconosce culturalmente. Semmai colpisce, pur senza creare particolare sorpresa, che abbia voluto farlo con uno sbarazzino fascio font in campo tricolore: "Fabrizio Quattrocchi, l'Italia non ti dimentica".
C'è sempre un che di folcloristico nel fascismo da cosplayer di Salvini. Ma la sua estetica dice molto del campo sociale in cui vuole pescare: l'estrema destra. Che per rendere culturalmente vincenti quei messaggi, quei caratteri, ha seminato con successo in un territorio nel quale tutto è possibile: gli stadi. Dai quali Salvini proviene. I cui esponenti ancora frequenta, incensurati o no. E attraverso i quali, un tempo, coglieva i coretti con cui trattare chi oggi lo vota: "Senti che puzza, scappano anche i cani. Stanno arrivando i napoletani".
Le camicie nere da balaustra, i fascisti da balconata, siano della corrente spritz-fighetta che ha addirittura una propria linea di abbigliamento, di cui peraltro il ministro dell'Esterno è stato pubblico testimonial, o quelli che tengono in ostaggio le società, flirtano con la criminalità organizzata, chiedono onore e disciplina mentre spacciano la coca, hanno vinto creando un immaginario irredimibile.
Non contano le bandiere naziste, o quelle della Rsi, le Anna Frank usate come epiteto. Basta un font. Quello di Forza Nuova, riverniciato e disponibile in rete col nome di Ultras Liberi. Cui Salvini, per la commemorazione di cui sopra, ha preferito un carattere più aggraziato. Dannunziano. Siede pur sempre, seppure di rado, in un ufficio della Repubblica. Ma lì siamo. Lì è.
In tutto questo, però, c'è un dato da non sottovalutare: a differenza degli ultrà, che mantengono la stessa bandiera per tutta la vita, Salvini è stato comunista, secessionista, adesso autoritario al ragù con salsiccia. Non crede minimamente in quel che fa e dice. Proprio come quel tipo che iniziò la carriera da socialista. Ed è questo che lo rende ancora più pericoloso.
Da una parte i fan di chi operava a pagamento in zona di guerra, cui furono attribuiti empiti eroici al momento dell'esecuzione, dall'altra i sostenitori del giornalista volontario per la Croce Rossa, che i giornali della destra tacciarono di essere un "pirlacchione" in cerca di emozioni forti. E di averle trovate. Affari suoi.
Il riflesso pavloviano si ripete ogni qualvolta (due casi ancora in essere: padre Dall'Oglio, Silvia Romano) i banditi prendano in ostaggio la vita di chi abbia concretizzato il celeberrimo "aiutiamoli a casa loro", che di solito occupa le bocche di chi non aiuta nessuno e sogna un unico barcone nel quale far affondare gli "invasori".
Non stupisce dunque che Salvini abbia deciso (legittimamente) di commemorare sui social una figura nella quale si riconosce culturalmente. Semmai colpisce, pur senza creare particolare sorpresa, che abbia voluto farlo con uno sbarazzino fascio font in campo tricolore: "Fabrizio Quattrocchi, l'Italia non ti dimentica".
C'è sempre un che di folcloristico nel fascismo da cosplayer di Salvini. Ma la sua estetica dice molto del campo sociale in cui vuole pescare: l'estrema destra. Che per rendere culturalmente vincenti quei messaggi, quei caratteri, ha seminato con successo in un territorio nel quale tutto è possibile: gli stadi. Dai quali Salvini proviene. I cui esponenti ancora frequenta, incensurati o no. E attraverso i quali, un tempo, coglieva i coretti con cui trattare chi oggi lo vota: "Senti che puzza, scappano anche i cani. Stanno arrivando i napoletani".
Le camicie nere da balaustra, i fascisti da balconata, siano della corrente spritz-fighetta che ha addirittura una propria linea di abbigliamento, di cui peraltro il ministro dell'Esterno è stato pubblico testimonial, o quelli che tengono in ostaggio le società, flirtano con la criminalità organizzata, chiedono onore e disciplina mentre spacciano la coca, hanno vinto creando un immaginario irredimibile.
Non contano le bandiere naziste, o quelle della Rsi, le Anna Frank usate come epiteto. Basta un font. Quello di Forza Nuova, riverniciato e disponibile in rete col nome di Ultras Liberi. Cui Salvini, per la commemorazione di cui sopra, ha preferito un carattere più aggraziato. Dannunziano. Siede pur sempre, seppure di rado, in un ufficio della Repubblica. Ma lì siamo. Lì è.
In tutto questo, però, c'è un dato da non sottovalutare: a differenza degli ultrà, che mantengono la stessa bandiera per tutta la vita, Salvini è stato comunista, secessionista, adesso autoritario al ragù con salsiccia. Non crede minimamente in quel che fa e dice. Proprio come quel tipo che iniziò la carriera da socialista. Ed è questo che lo rende ancora più pericoloso.