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(lapresse)

Ama, Raggi fuori controllo

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Una sindaca non può scaricare su altri proprie responsabilità né dire a un amministratore come deve fare un bilancio
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Ci chiedevamo perché a Virginia Raggi venisse l'orticaria ogni volta che si parlava di emergenza rifiuti nella capitale. Come se la sindaca di Roma non vedesse in che condizioni fosse la città che amministra. Ora scopriamo che le vedeva eccome, al punto da parlare di una città "fuori controllo": altro che emergenza. Ma forse il ruolo del sindaco prevede pure che si debba evitare il panico.

Quello che però di sicuro non rientra nei compiti di una sindaca è scaricare su altri responsabilità della propria amministrazione, dal complotto dei frigoriferi al governatore della Regione Lazio, o a chi c'era prima. Perché se stiamo a quello che racconta il suo direttore generale Giampaoletti nella lettera con cui fa fuori il presidente dell'Ama Lorenzo Bagnacani e gli altri due amministratori, un'azienda di rifiuti che riceve un reclamo per disservizio ogni minuto e mezzo non si può appellare a cause esterne. Piut…
Ci chiedevamo perché a Virginia Raggi venisse l'orticaria ogni volta che si parlava di emergenza rifiuti nella capitale. Come se la sindaca di Roma non vedesse in che condizioni fosse la città che amministra. Ora scopriamo che le vedeva eccome, al punto da parlare di una città "fuori controllo": altro che emergenza. Ma forse il ruolo del sindaco prevede pure che si debba evitare il panico.

Quello che però di sicuro non rientra nei compiti di una sindaca è scaricare su altri responsabilità della propria amministrazione, dal complotto dei frigoriferi al governatore della Regione Lazio, o a chi c'era prima. Perché se stiamo a quello che racconta il suo direttore generale Giampaoletti nella lettera con cui fa fuori il presidente dell'Ama Lorenzo Bagnacani e gli altri due amministratori, un'azienda di rifiuti che riceve un reclamo per disservizio ogni minuto e mezzo non si può appellare a cause esterne. Piuttosto deve guardare dentro, dove su 7.500 dipendenti circa 1.600 godono dei benefici della legge 104 sui parenti disabili mentre 1.200 hanno una qualche inabilità al lavoro. Con dettagli assai eloquenti, come quei 120 (almeno) dipendenti arrivati negli anni tutti da un solo paese laziale di 732 anime: Pisoniano, dov'è nato Manlio Cerroni, il padre padrone privato della monnezza romana e di Malagrotta, la discarica più grande d'Europa dove l'Ama per decenni ha portato la spazzatura.

Ma c'è anche altro che una sindaca non può fare, e non per ragioni di opportunità. Bensì di legge. Non può dire a un amministratore come deve fare il bilancio "anche se dice che la luna è piatta", perché come si fa il bilancio lo dice il codice civile. E Virginia Raggi, che ha in tasca una laurea in giurisprudenza, dovrebbe saperlo meglio di altri.

L'episodio tradisce l'idea di fondo che questo Nuovo che avanza ha della democrazia. Chi è stato eletto può fare ciò che vuole perché ha l'investitura popolare. Infischiarsene del diritto internazionale per i migranti, astenersi dal far discutere al parlamento la legge di bilancio, e quindi imporre a chi amministra una società pubblica che ha in pancia una concessione che vale 7 miliardi dei contribuenti di scrivere un bilancio in perdita. Che sarà mai...

E siamo al punto nodale di una storia che comincia un anno fa. Il cda dell'Ama presenta un bilancio 2017 in utile per mezzo milione. Il collegio sindacale approva. La società di revisione approva. Ma il Campidoglio no. Passa la primavera, passa l'estate, e arriva l'autunno. E qui succede che un collegio sindacale scaduto cambia improvvisamente idea e boccia il bilancio. Ci sono 18 milioni di crediti sui servizi cimiteriali che l'Ama vanta dal Comune ma che il Comune non riconosce. Chiedendo di cancellarli e rifare il bilancio in rosso. Ma Bagnacani si rifiuta, come risulta dalla registrazione in possesso dell'Espresso. E deve fiutare qualcosa: è curioso che l'azionista di una società, soprattutto se pubblica, faccia di tutto per chiudere in perdita. Così una settimana dopo presenta un esposto alla Procura di Roma raccontando di aver ricevuto pressioni per modificare i conti dell'Ama. Il fatto è che quell'esposto non è nemmeno il primo. Ce n'è un altro, firmato da Rosalba Matassa: è una dirigente dell'assessorato all'Ambiente che denuncia pressioni dei vertici comunali perché ritiri una determina con cui ha certificato la correttezza del bilancio del cda dell'Ama.

Le cose a quel punto precipitano. L'unica concessione che Bagnacani è disposto a fare è un fondo rischi, ma conservando l'attivo di bilancio. Al Comune volano gli stracci. L'assessora all'Ambiente Pinuccia Montanari, amica di Beppe Grillo che aveva portato a Roma Bagnacani, si dimette in polemica con Virginia Raggi. Che revoca il cda dopo che il direttore generale del Comune Giampaoletti ha mandato una lettera di pesanti contestazioni, fra cui i soldi spesi per i pareri degli esperti sul bilancio. Al posto del cda arriva un amministratore unico, in attesa di un nuovo consiglio dove spunta, come possibile presidente, quell'avvocato Pieremilio Sammarco già sponsor professionale della sindaca. E l'azienda è da due mesi nel caos mentre la domanda "A chi giova?" resta senza risposta.

A meno che la risposta non la fornisca un piccolo episodio passato inosservato il primo febbraio scorso, quando Giovanni Vivareli, responsabile ambiente dell'Acea, incontra Bagnacani per dargli una notizia: l'Acea sta costruendo un impianto per trattare la plastica che dovrà portargli l'Ama. Tutto già deciso, a quanto pare, dalla stessa Raggi. Bagnacani rilancia proponendo una società comune, ma Vivarelli rifiuta. Gira i tacchi e se ne va: "Non erano questi gli accordi con la sindaca". La morale? I maligni sospettano che il disegno sia quello di mandare in crisi l'Ama per mettere la pratica rifiuti in mano all'Acea. Chissà. Ma se davvero fosse questo l'obiettivo, bisognava arrivare a tanto?