Piovono rane su un Paese che non ha protezione, volano materassi in un governo che non ci meritiamo. Mentre a Reggio Calabria il sor Contento avvocato Giuseppe Conte officia sereno un surreale Consiglio dei ministri itinerante, a Roma gli eserciti della rissosa macchina da guerra gialloverde ingaggiano una battaglia senza precedenti. Da una parte campeggia il glorioso sottosegretario leghista Siri indagato per corruzione, contro il quale si scaglia l’intero stato maggiore pentastellato che grida “dimettiti subito”. Dall’altra parte si staglia la festosa sindaca grillina Raggi accusata di aver fatto falsificare i bilanci dell’Ama, contro la quale si schiera l’intero quartier generale leghista che urla “vattene a casa”. Una lotta fratricida così irriducibile, ma anche così miserabile, non si era mai vista. Nemmeno negli anni più neri della Repubblica, nemmeno nei giorni più bui di Tangentopoli. Le carte bollate …
Piovono rane su un Paese che non ha protezione, volano materassi in un governo che non ci meritiamo. Mentre a Reggio Calabria il sor Contento avvocato Giuseppe Conte officia sereno un surreale Consiglio dei ministri itinerante, a Roma gli eserciti della rissosa macchina da guerra gialloverde ingaggiano una battaglia senza precedenti. Da una parte campeggia il glorioso sottosegretario leghista Siri indagato per corruzione, contro il quale si scaglia l’intero stato maggiore pentastellato che grida “dimettiti subito”. Dall’altra parte si staglia la festosa sindaca grillina Raggi accusata di aver fatto falsificare i bilanci dell’Ama, contro la quale si schiera l’intero quartier generale leghista che urla “vattene a casa”. Una lotta fratricida così irriducibile, ma anche così miserabile, non si era mai vista. Nemmeno negli anni più neri della Repubblica, nemmeno nei giorni più bui di Tangentopoli. Le carte bollate gestite come corpi contundenti, le “epurazioni” brandite come armi di vendetta reciproca. E meno male che sono alleati e vincolati, con tanto di contratto, nel salvifico “governo del cambiamento”.
Sospendiamo per un momento il giudizio sulle due inchieste, di cui giustamente si devono occupare le procure. Non sappiamo se davvero l’intoccabile Siri, consigliere economico di Salvini e sommo architetto della “tassa piatta” tanto cara al Carroccio, abbia intascato una mazzetta trattando con i loschi figuri dell’eolico vicini a Cosa Nostra (anche se sappiamo benissimo che quattro anni fa, prima di elaborare non si sa bene a che titolo la “riforma fiscale” della Lega, patteggiò una pena per bancarotta). E non sappiamo se davvero l’ineffabile Raggi, di fatto già scaricata dal suo stesso Movimento che le concede ormai solo una debole difesa d’ufficio, abbia costretto i vertici della municipalizzata dei rifiuti a truccare i conti (anche se sappiamo altrettanto bene che da tre anni, con nove assessori saltati e un presidente della giunta comunale arrestato, sta trasformando la Capitale in Suburra). Limitiamoci a dire che in ogni caso un passo indietro sarebbe normale, per gli eletti di due partiti che si sono sempre auto-rappresentati come “tribunali del popolo” e che, per molto meno, hanno operato come veri e propri “plotoni di esecuzione”.
Il cuore del problema, con tutta evidenza, non è giudiziario ma politico. Da settimane Salvini e Di Maio non guidano due forze unite in coalizione, ma due fazioni in battaglia permanente. Qui non siamo più alla collaborazione-competizione, normale alla vigilia di una tornata elettorale proporzionale: siamo alla rissa da bar e al tumulto da talk, che corrompe le parole e confonde le teste. Allarghiamo l’orizzonte, e vedremo solo macerie. Salvini celebra il suo medioevo oscurantista a Verona, Di Maio parla di «destra sfigata». Salvini liquida il 25 aprile come «un derby tra fascisti e comunisti», Di Maio risponde «io sto con i partigiani». Salvini chiude un’altra volta i porti alle navi delle Ong, Di Maio ribatte «le migrazioni non le fermi con una circolare». Salvini sta con Guaido e con l’America, Di Maio sta con Maduro e con la Cina. Salvini vara l’ordinanza sui prefetti, Di Maio denuncia «siamo ai podestà del Fascio». Salvini vuole la Tav e lo sblocca-cantieri, Di Maio non ci sta. Salvini pretende la flat tax per tutti, Di Maio obietta «se è per i ricchi non se ne fa niente».
Per un po’ si è detto: vera o falsa che sia, la “cammurriata” tra i capi-bastone funziona, perché nei sondaggi la Lega continua a crescere e M5S recupera. Forse anche questo spiega perché i due partiti al governo fanno, alternativamente, la maggioranza e l’opposizione di se stessi. E forse anche questo spiega perché Di Maio ha ormai ripreso coraggio e rioccupato uno spazio a sinistra, dopo aver incassato i colpi per un anno intero senza battere ciglio e aver lasciato colpevolmente che Salvini imponesse l’egemonia di una destra non “di lotta e di governo”, ma di lotta “nel” governo. Tuttavia questa opzione strategica, se mai è esistita ed esiste davvero, risulta ormai irrimediabilmente esaurita. L’esecutivo gira a vuoto. Mentre il legislativo mette in scena ogni giorno il fuoco incrociato e non più amico dei veti, le ripicche, i dispetti. In compenso, da Perugia a Roma, il giudiziario viaggia che è un piacere, tanto per ricordarci che forse aveva ragione Piercamillo Davigo quando diceva «non hanno smesso di rubare, hanno smesso solo di vergognarsi».
Ma al di là dei pm, il Paese è fermo e tutto precipita in fretta sull’economia. Pensiamo all’Iva funesta, e alla grottesca commedia degli equivoci imbastita dalle due volpi lega-stellate. Per non vedere e non dire la verità al loro “pubblico”, a poco più di un mese dal voto europeo, crocifiggono ancora una volta l’apposito Tria, colpevole di aver dichiarato l’ovvio a un Paese che dell’ovvio ha paura. Le clausole di salvaguardia da 23,2 miliardi per il 2020 sono già “legge dello Stato”: il Parlamento le ha approvate con la manovra di bilancio varata a dicembre 2018 e il Consiglio dei ministri le ha confermate l’8 aprile con il Def che dunque, a legislazione vigente, «incorpora i rialzi di Iva e accise». Traduzione: se nel frattempo non troviamo «misure alternative», dal gennaio del prossimo anno scattano gli aumenti. Chiaro, coerente, comprensibile. Persino per i webeti cresciuti a pane e rancore dalla “Rousseau” di Davide Casaleggio o dalla “Bestia” di Luca Morisi.
Ma in piena campagna elettorale la semplice operazione-verità di Tria diventa scandalo, sovversione, sabotaggio. E dunque Salvini e Di Maio, mentre nelle segrete stanze di Palazzo Chigi schiumano altra rabbia contro un ministro del Tesoro «da cacciare al più presto», nelle piazze reali e digitali, invece dell’ovvio, spacciano l’oppio. Tria — sostengono compatti, questa volta — è stato “frainteso” (ma non si sa bene da chi, visto che parlava davanti alle commissioni riunite di Camera e Senato). L’Iva non aumenterà mai, aggiungono. E in caso contrario, state sicuri, gli aumenti saranno “selettivi”, cioè colpiranno beni di lusso e non di largo consumo, perché il gettito incassato servirà a finanziare la tanto agognata flat tax. Eccola, la vera cannabis di Stato propinata all’ignaro contribuente: le due volpi promettono uno “scambio” impossibile che non esiste in diritto e in natura. Per legge, le entrate delle clausole di salvaguardia sull’Iva (che si chiamano così proprio per questo) si possono usare solo per coprire un deficit pubblico più alto del previsto e già avviato al 3,5% del Pil, non per finanziare altri sgravi fiscali sull’Irpef o sull’Ires.
Non hanno cuore per dire agli italiani che purtroppo non c’è un euro da spendere. Che in autunno la maxi-cambiale qualcuno dovrà pure pagarla. Che fino al voto europeo tutto resterà fermo. Ma la domanda vera, a questo punto, è un’altra: l’Italia può permettersi di aspettare l’ordalia del 26 maggio in questo clima da fine impero? La risposta, ovviamente, è no. Non se lo può permettere, e nonostante tutto non se lo merita. Il Re è nudo. Lo dice solo Tria, se e quando riesce, forte della “mission impossible” che gli hanno assegnato Mattarella e Draghi: provare a reggere il timone della nave dei folli, dove i due capitani un po’ alticci tracciano la rotta chiedendo altro ghiaccio per il cocktail. Non si accorgono che l’unico ghiaccio in arrivo, purtroppo, è il solito iceberg.
Sospendiamo per un momento il giudizio sulle due inchieste, di cui giustamente si devono occupare le procure. Non sappiamo se davvero l’intoccabile Siri, consigliere economico di Salvini e sommo architetto della “tassa piatta” tanto cara al Carroccio, abbia intascato una mazzetta trattando con i loschi figuri dell’eolico vicini a Cosa Nostra (anche se sappiamo benissimo che quattro anni fa, prima di elaborare non si sa bene a che titolo la “riforma fiscale” della Lega, patteggiò una pena per bancarotta). E non sappiamo se davvero l’ineffabile Raggi, di fatto già scaricata dal suo stesso Movimento che le concede ormai solo una debole difesa d’ufficio, abbia costretto i vertici della municipalizzata dei rifiuti a truccare i conti (anche se sappiamo altrettanto bene che da tre anni, con nove assessori saltati e un presidente della giunta comunale arrestato, sta trasformando la Capitale in Suburra). Limitiamoci a dire che in ogni caso un passo indietro sarebbe normale, per gli eletti di due partiti che si sono sempre auto-rappresentati come “tribunali del popolo” e che, per molto meno, hanno operato come veri e propri “plotoni di esecuzione”.
Il cuore del problema, con tutta evidenza, non è giudiziario ma politico. Da settimane Salvini e Di Maio non guidano due forze unite in coalizione, ma due fazioni in battaglia permanente. Qui non siamo più alla collaborazione-competizione, normale alla vigilia di una tornata elettorale proporzionale: siamo alla rissa da bar e al tumulto da talk, che corrompe le parole e confonde le teste. Allarghiamo l’orizzonte, e vedremo solo macerie. Salvini celebra il suo medioevo oscurantista a Verona, Di Maio parla di «destra sfigata». Salvini liquida il 25 aprile come «un derby tra fascisti e comunisti», Di Maio risponde «io sto con i partigiani». Salvini chiude un’altra volta i porti alle navi delle Ong, Di Maio ribatte «le migrazioni non le fermi con una circolare». Salvini sta con Guaido e con l’America, Di Maio sta con Maduro e con la Cina. Salvini vara l’ordinanza sui prefetti, Di Maio denuncia «siamo ai podestà del Fascio». Salvini vuole la Tav e lo sblocca-cantieri, Di Maio non ci sta. Salvini pretende la flat tax per tutti, Di Maio obietta «se è per i ricchi non se ne fa niente».
Per un po’ si è detto: vera o falsa che sia, la “cammurriata” tra i capi-bastone funziona, perché nei sondaggi la Lega continua a crescere e M5S recupera. Forse anche questo spiega perché i due partiti al governo fanno, alternativamente, la maggioranza e l’opposizione di se stessi. E forse anche questo spiega perché Di Maio ha ormai ripreso coraggio e rioccupato uno spazio a sinistra, dopo aver incassato i colpi per un anno intero senza battere ciglio e aver lasciato colpevolmente che Salvini imponesse l’egemonia di una destra non “di lotta e di governo”, ma di lotta “nel” governo. Tuttavia questa opzione strategica, se mai è esistita ed esiste davvero, risulta ormai irrimediabilmente esaurita. L’esecutivo gira a vuoto. Mentre il legislativo mette in scena ogni giorno il fuoco incrociato e non più amico dei veti, le ripicche, i dispetti. In compenso, da Perugia a Roma, il giudiziario viaggia che è un piacere, tanto per ricordarci che forse aveva ragione Piercamillo Davigo quando diceva «non hanno smesso di rubare, hanno smesso solo di vergognarsi».
Ma al di là dei pm, il Paese è fermo e tutto precipita in fretta sull’economia. Pensiamo all’Iva funesta, e alla grottesca commedia degli equivoci imbastita dalle due volpi lega-stellate. Per non vedere e non dire la verità al loro “pubblico”, a poco più di un mese dal voto europeo, crocifiggono ancora una volta l’apposito Tria, colpevole di aver dichiarato l’ovvio a un Paese che dell’ovvio ha paura. Le clausole di salvaguardia da 23,2 miliardi per il 2020 sono già “legge dello Stato”: il Parlamento le ha approvate con la manovra di bilancio varata a dicembre 2018 e il Consiglio dei ministri le ha confermate l’8 aprile con il Def che dunque, a legislazione vigente, «incorpora i rialzi di Iva e accise». Traduzione: se nel frattempo non troviamo «misure alternative», dal gennaio del prossimo anno scattano gli aumenti. Chiaro, coerente, comprensibile. Persino per i webeti cresciuti a pane e rancore dalla “Rousseau” di Davide Casaleggio o dalla “Bestia” di Luca Morisi.
Ma in piena campagna elettorale la semplice operazione-verità di Tria diventa scandalo, sovversione, sabotaggio. E dunque Salvini e Di Maio, mentre nelle segrete stanze di Palazzo Chigi schiumano altra rabbia contro un ministro del Tesoro «da cacciare al più presto», nelle piazze reali e digitali, invece dell’ovvio, spacciano l’oppio. Tria — sostengono compatti, questa volta — è stato “frainteso” (ma non si sa bene da chi, visto che parlava davanti alle commissioni riunite di Camera e Senato). L’Iva non aumenterà mai, aggiungono. E in caso contrario, state sicuri, gli aumenti saranno “selettivi”, cioè colpiranno beni di lusso e non di largo consumo, perché il gettito incassato servirà a finanziare la tanto agognata flat tax. Eccola, la vera cannabis di Stato propinata all’ignaro contribuente: le due volpi promettono uno “scambio” impossibile che non esiste in diritto e in natura. Per legge, le entrate delle clausole di salvaguardia sull’Iva (che si chiamano così proprio per questo) si possono usare solo per coprire un deficit pubblico più alto del previsto e già avviato al 3,5% del Pil, non per finanziare altri sgravi fiscali sull’Irpef o sull’Ires.
Non hanno cuore per dire agli italiani che purtroppo non c’è un euro da spendere. Che in autunno la maxi-cambiale qualcuno dovrà pure pagarla. Che fino al voto europeo tutto resterà fermo. Ma la domanda vera, a questo punto, è un’altra: l’Italia può permettersi di aspettare l’ordalia del 26 maggio in questo clima da fine impero? La risposta, ovviamente, è no. Non se lo può permettere, e nonostante tutto non se lo merita. Il Re è nudo. Lo dice solo Tria, se e quando riesce, forte della “mission impossible” che gli hanno assegnato Mattarella e Draghi: provare a reggere il timone della nave dei folli, dove i due capitani un po’ alticci tracciano la rotta chiedendo altro ghiaccio per il cocktail. Non si accorgono che l’unico ghiaccio in arrivo, purtroppo, è il solito iceberg.