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Passione Picnic: sull'erba c'è più gusto

Con Pasqua e Pasquetta si apre la stagione delle gite fuori porta e dei picnic sui prati. Un'usanza antichissima che ha attraversato tutte le fasi della nostra storia, dai riti pagani alle suggestioni religiose

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A Pasqua si celebra il Dio che risorge, a Pasquetta la natura che rinasce. Perché la «Primavera dintorno. Brilla nell’aria e per li campi esulta», per dirla con Leopardi. E, infatti, il Lunedì dell’Angelo, come si chiama ufficialmente, chiama tutti fuori. E anche quest’anno, secondo una stima Coldiretti, quasi due milioni di Italiani obbediranno al richiamo stagionale e abbandoneranno le città per correre in cerca di spazi verdi, possibilmente incontaminati. Oppure di piccoli borghi a misura d’uomo. Uscendo dall’interno notte dell’inverno, per proiettarsi nell’esterno giorno della bella stagione. Quando una nuova linfa torna a scorrere nelle vene del mondo. Mentre i cibi profumano di vegetazione in pieno rigoglio. È il momento delle gite fuori porta, delle scampagnate, dei pranzi ruspanti, dei picnic sui prati in fiore e delle tavolate nelle osterie di campagna. 

È dunque sull’altare della dea natura che consumiamo le nostre orge stagionali a base di casatielli, frittate, focacce, pasqualine, colombe, schiacciate, torte di formaggio, salumi. Un’autentica liturgia calorica. Che mette fine all’austera scenografia della Settimana Santa, per aprirsi alle ragioni del corpo che vuole la sua parte. 
Ma in ogni caso, sempre di un rito si tratta, benché i sensi facciano la parte del leone. In primo luogo perché il nostro lunedì di festa rievoca la “gita” evangelica degli apostoli che vanno a Emmaus, ovviamente in missione per conto di Dio, e incontrano Cristo risorto. E in secondo luogo perché i nostri usi e costumi di Pasquetta sono quel che resta degli antichi pellegrinaggi dedicati prima alle divinità verdi, cioè gli spiriti pagani della vegetazione come Adone, e più tardi alle Madonne e ai Santi cristiani che ne ereditano funzioni e devozioni. 

Fino agli anni Sessanta quest’impronta liturgica era chiaramente avvertibile, tant’è che le mete tradizionali del lunedì in Albis erano i santuari di campagna, i sagrati, i cortili dei conventi.  Dove dalla severità compunta del rituale religioso all’esplosione gioiosa della festa campestre il passo era brevissimo. E ad accendere la miccia bastava un pretesto. Un bicchiere di vino, un giro di ballo. O un gioco da strapaese come la giostra delle uova. Ciascuno doveva rompere quello dell’avversario e conservare intatto il proprio. Era una rivincita dei sensi innocenti sulle privazioni che rappresentavano il quotidiano dei nostri antenati. Tutt’altra cosa rispetto al tempo dei MasterChef che ha spalmato l’abbondanza festiva su tutto il calendario. 

E tuttavia la Pasquetta mantiene intatto il suo fascino anche in tempi di secolarizzazione, perché la sua vera identità è più festosa che religiosa, più sensoriale che devozionale. E ogni volta celebra una vera Sagra della primavera dentro e fuori di noi. In effetti quello che avvertiamo in questo periodo è il richiamo stagionale della natura. Ecco perché la tavola la fa da padrona e diventa il simbolo del risveglio dei nostri istinti vitali. In fondo mangiare all’aperto è sempre stato un gesto di grande valore simbolico. Una rottura rispetto alle costrizioni delle mura domestiche e dei diktat del galateo. 

In realtà, dalle merende popolari al gattopardesco spuntino sotto gli alberi del principe di Salina, aprire un tavolo da campeggio o stendere una plaid su un prato sa sempre di trasgressione. Se non altro significa concedersi delle licenze. Ne sanno qualcosa le costumatissime collegiali australiane di Picnic a Hanging Rock, meraviglioso film di Peter Weir, disposte a perdersi pur di assecondare l’effervescenza della natura che sboccia prepotentemente in loro. E ancor prima Édouard Manet nel celebre Déjeuner sur l’herbe dipinge le nuove liturgie silvane della borghesia ottocentesca, con la modella nuda come una ninfa di città, in mezzo a due gentiluomini incravattati, che fa saltare in un colpo solo tutti i protocolli, artistici e sociali, gastronomici e morali. 
Insomma, colazioni, pranzi e cene en plein air sono il simbolo di una liberazione da convenzioni soffocanti. Come una brezza di primavera che scompiglia abiti e abitudini. E ridà nuovo ossigeno alla nostra fame di vita.
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