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(lapresse)

Radio Radicale è anche dei 5S

Il non rinnovo della convenzione con il governo per la trasmissione delle attività istituzionali menomerebbe la memoria collettiva del Paese
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Caro direttore, semmai mi accadesse — e come escluderlo? — di perdere definitivamente la testa e di iscrivermi al Movimento 5 Stelle, e se decidessi — per serietà — di approfondirne storia e cultura, mi rivolgerei a quei “servizi pubblici” che promettono di soddisfare la mia curiosità. Ma il primo di questi, quello “di Stato”, non offre nulla di minimamente adeguato sull’esperienza ormai più che decennale del movimento. Se, invece, compulsassi Radio Radicale, ecco che tutti gli eventi pubblici di 5 Stelle, in men che non si dica, mi verrebbero squadernati davanti. Di conseguenza, sempre nei panni di quell’aderente al movimento fondato da Beppe Grillo, scriverei, incavolato nero, alla piattaforma Rousseau per protestare contro la decisione governativa di sottrarre a Radio Radicale fiato e risorse economiche.

Tale decisione vorrebbe presentarsi come neutra e tutta ricondotta a una logica solo amministrativ…
Caro direttore, semmai mi accadesse — e come escluderlo? — di perdere definitivamente la testa e di iscrivermi al Movimento 5 Stelle, e se decidessi — per serietà — di approfondirne storia e cultura, mi rivolgerei a quei “servizi pubblici” che promettono di soddisfare la mia curiosità. Ma il primo di questi, quello “di Stato”, non offre nulla di minimamente adeguato sull’esperienza ormai più che decennale del movimento. Se, invece, compulsassi Radio Radicale, ecco che tutti gli eventi pubblici di 5 Stelle, in men che non si dica, mi verrebbero squadernati davanti. Di conseguenza, sempre nei panni di quell’aderente al movimento fondato da Beppe Grillo, scriverei, incavolato nero, alla piattaforma Rousseau per protestare contro la decisione governativa di sottrarre a Radio Radicale fiato e risorse economiche.

Tale decisione vorrebbe presentarsi come neutra e tutta ricondotta a una logica solo amministrativa, per giunta attenuata dal suo rimandare alla categoria dell’omissione (“non rinnovare”) che gli sprovveduti e i cristiani tiepidi ritengono meno grave della categoria del peccato. Ma qui l’omissione corrisponde esattamente a un atto che definirei nichilista, in quanto porterebbe all’azzeramento di una parte significativa di quel bene culturale e materiale che è la memoria collettiva di un Paese. La formula “il presente come storia” è di origine marxiana — avrebbe sottolineato riottosamente Massimo Bordin — poi ripresa nei titoli di una raccolta di saggi di Paul Sweezy e, successivamente, di libri di Luciano Canfora, Franco De Felice e Luca Rastello. Il presente come storia è perfettamente appropriato per l’identità di Radio Radicale: e questo esime dal ricorrere a categorie troppo solenni come quelle di storia e di epoca. La matassa, anche arruffata e talvolta non districabile, di Radio Radicale ha attraversato e accompagnato le vicende della politica e della cultura dal 1976, costituendo una delle reti più robuste delle esistenze di qualche milione di persone, a partire da quel decennio che ha rappresentato il momento di più intenso inveramento dell’identità italiana del secondo dopoguerra. Il presente che si fa storia — non dopo, ma mentre si svolge — è teso, gonfio, incontinente. Ed è disseminato di macerie: e anche quelle non sono l’esito di un lento disgregarsi, ma — nell’età dell’Immediato — sembrano, piuttosto, i segni di un perenne non costruito.

Anni fa ho fatto un fioretto: mi sono impegnato con me stesso a non ricorrere mai al termine “narrazione” (il cui uso sconsiderato e il cui abuso compulsivo è francamente intollerabile). Ma qui devo dire che, per Radio Radicale, narrazione è il termine più esatto perché rappresenta, a tutti gli effetti, il migliore racconto politico, culturale e “antropologico” che si trovi nel paesaggio italiano. Un ricordo tra i mille possibili. Quando nella registrazione di un’udienza del processo contro Enzo Tortora, uno degli accusatori (responsabile di 67 omicidi) venne interrogato dal presidente del Tribunale, si presentò così: «Pasquale Barra detto ‘o animale». Quel soprannome venne pronunciato con voce a dir poco cavernosa e srotolato sillaba per sillaba e lettera per lettera con un susseguirsi di toni, dai più bassi ai più acuti. Quella vocalità non richiamava la figura sostanzialmente bonaria dell’‘o malamente della tradizione napoletana, bensì il suono torvo e intimidatorio di una promessa di orrore. Si intuiva dalle vibrazioni di quel soprannome, nitide e cupe quasi si ripercuotessero in una camera iperbarica o nel tunnel del Cern, tutto un mondo di efferatezza che già aveva preso il posto dell’immaginario folclorico della sceneggiata e della canzone napoletane, da Crescenzo Di Maio a Mario Merola e da Mario Abbate ai neo-melodici. Insomma, la trasformazione economica e sociale della camorra, la si trova negli “speciali giustizia” di questa radio non meno che nei saggi di Isaia Sales. E poi: le cronache parlamentari, in apparenza ripetitive, eppure fascinose come la serie di Grey’s Anatomy: una diagnosi spietata e puntuale della crisi italiana, dove quello che è stato definito banalmente “il teatrino della politica” può essere auscultato come il ritmo sempre affannato e talvolta sul punto di spegnersi di un organismo malandato, afflitto da patologie in apparenza terminali eppure capace di una qualche occasionale vivacità. E si pensi, all’interno di quell’immenso giacimento rappresentato dall’archivio della Radio, ai raduni di Pontida, strumento indispensabile per indagare la stupefacente parabola della Lega, dal paganesimo mitologico delle origini alla fisionomia autoritaria dell’attuale sovranismo reazionario. Poi, il filo diretto con gli ascoltatori — ben prima che invadesse in maniera lutulenta tutti i canali radiotelevisivi — è stato davvero la rifrazione di un frammento d’Italia. Ma, mentre dalle altre emittenti viene proposto come “rappresentazione più autentica del Paese”, Radio Radicale lo ha sempre considerato un tassello parziale e una voce vera ma minoritaria. In altre parole, l’espressione parossistica, ma non trascurabile, di quella realtà che tutti noi siamo. Può piacere o non piacere (a tanti non piace) ma cancellarla equivale — credo di non esagerare — a una sorta di automutilazione.
L’autore, a lungo parlamentare della Repubblica, insegna Sociologia dei fenomeni politici allo Iulm di Milano ed è direttore dell’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali