La religione delle vittime
Alberto Melloni , di ALBERTO MELLONILa strage in Sri Lanka: le persone uccise dal terrorismo non possono essere divise in base alla fede per incentivare altro odio
Chi ha partecipato alla liturgia pasquale cristiana ha rinnovato la rinunzia "al Divisore" (il satana) e "a tutte le sue seduzioni". Seduzioni spesso ridotte in predica a morale individuale, in questa Pasqua di sangue, con centinaia di evangelicali e cattolici uccisi nello Sri Lanka. Tutti hanno toccato con mano che con esse il Divisore ha una ambizione più complessa: quella di far pensare che si possano dividere gli uccisi per categorie, per religione, per origine o in base a come gli assassini si definiscono.
Dopo l'assalto alla sinagoga di Pittsburgh, il massacro nelle moschee di Christchurch, l'ennesima carneficina di oranti non è un capitolo distinto dagli altri per la fede degli uccisi. Essa fa sì parte delle sofferenze di milioni di credenti e anche di milioni di cristiani nel mondo: ma per nessuno di loro può parlare il cinismo politico che vuole concimare l'odio contro i musulmani poveri (sui ricchi c'è p…
Dopo l'assalto alla sinagoga di Pittsburgh, il massacro nelle moschee di Christchurch, l'ennesima carneficina di oranti non è un capitolo distinto dagli altri per la fede degli uccisi. Essa fa sì parte delle sofferenze di milioni di credenti e anche di milioni di cristiani nel mondo: ma per nessuno di loro può parlare il cinismo politico che vuole concimare l'odio contro i musulmani poveri (sui ricchi c'è p…
Chi ha partecipato alla liturgia pasquale cristiana ha rinnovato la rinunzia "al Divisore" (il satana) e "a tutte le sue seduzioni". Seduzioni spesso ridotte in predica a morale individuale, in questa Pasqua di sangue, con centinaia di evangelicali e cattolici uccisi nello Sri Lanka. Tutti hanno toccato con mano che con esse il Divisore ha una ambizione più complessa: quella di far pensare che si possano dividere gli uccisi per categorie, per religione, per origine o in base a come gli assassini si definiscono.
Dopo l'assalto alla sinagoga di Pittsburgh, il massacro nelle moschee di Christchurch, l'ennesima carneficina di oranti non è un capitolo distinto dagli altri per la fede degli uccisi. Essa fa sì parte delle sofferenze di milioni di credenti e anche di milioni di cristiani nel mondo: ma per nessuno di loro può parlare il cinismo politico che vuole concimare l'odio contro i musulmani poveri (sui ricchi c'è più realismo, onestamente), non capisce che l'islamofobia è solo una variante dell'antisemitismo che si riaffaccia con angosciante puntualità in ogni crisi delle democrazie europee, ed è al fondo corrivo al disegno terrorista di rendere impossibile la fraternità fra le diversità di un altro irriducibile al sé.
A questa divisione si deve opporre una ferma "rinunzia". La stessa che fa riconoscere come immonde sul piano morale e storicamente insensate le comparazioni fra i morti dei gulag e quelli della Shoah, fra gli infoibati e i partigiani fucilati, fra la pulizia etnica dei cristiani nella ex Jugoslavia e quella dei buddisti del Myanmar, fra la violenza nazionalista dei cattolici di Irlanda e quella degli ortodossi di Ucraina. Il che non vuol dire frenare il pianto davanti allo strazio di chi muore per una festa che per molti è fatta di turismo e cioccolato.
Vuol dire riconoscere che la coabitazione delle diversità - e delle alterità religiose in modo particolare - che il terrorismo vuole far esplodere è la misura della umanità e della pietà accettata da Dio. Nella Bibbia ebraica e cristiana lo si spiega nel racconto di Abele, quando Dio, dopo aver cercato invano di convertire Caino, sente la voce di Abele: nel testo non si dice la voce del "suo sangue", ma dei "suoi sangui" (al plurale) perché tutti i delitti compiuti dall'odio religioso sono fratricidi. Nel Corano è Dio stesso che ricorda ai suoi fedeli che "se avesse voluto, avrebbe fatto di voi una sola comunità" e dunque alla prova della diversità dell'altro l'unica risposta è "gareggiare in opere buone".
Per non dover piangere altre stragi, serve dunque una conoscenza profonda e una coscienza alta della alterità di cui ciascuno è custode. Serve una intensità di dialogo che Francesco ha espresso proprio alla vigilia di queste stragi e una capacità di saper isolare una cultura sventola valori di civiltà e spiritualità a cui non crede, poi li appallottola, e li usa come esca per appiccare un incendio. Infernale, ovviamente.
Dopo l'assalto alla sinagoga di Pittsburgh, il massacro nelle moschee di Christchurch, l'ennesima carneficina di oranti non è un capitolo distinto dagli altri per la fede degli uccisi. Essa fa sì parte delle sofferenze di milioni di credenti e anche di milioni di cristiani nel mondo: ma per nessuno di loro può parlare il cinismo politico che vuole concimare l'odio contro i musulmani poveri (sui ricchi c'è più realismo, onestamente), non capisce che l'islamofobia è solo una variante dell'antisemitismo che si riaffaccia con angosciante puntualità in ogni crisi delle democrazie europee, ed è al fondo corrivo al disegno terrorista di rendere impossibile la fraternità fra le diversità di un altro irriducibile al sé.
A questa divisione si deve opporre una ferma "rinunzia". La stessa che fa riconoscere come immonde sul piano morale e storicamente insensate le comparazioni fra i morti dei gulag e quelli della Shoah, fra gli infoibati e i partigiani fucilati, fra la pulizia etnica dei cristiani nella ex Jugoslavia e quella dei buddisti del Myanmar, fra la violenza nazionalista dei cattolici di Irlanda e quella degli ortodossi di Ucraina. Il che non vuol dire frenare il pianto davanti allo strazio di chi muore per una festa che per molti è fatta di turismo e cioccolato.
Vuol dire riconoscere che la coabitazione delle diversità - e delle alterità religiose in modo particolare - che il terrorismo vuole far esplodere è la misura della umanità e della pietà accettata da Dio. Nella Bibbia ebraica e cristiana lo si spiega nel racconto di Abele, quando Dio, dopo aver cercato invano di convertire Caino, sente la voce di Abele: nel testo non si dice la voce del "suo sangue", ma dei "suoi sangui" (al plurale) perché tutti i delitti compiuti dall'odio religioso sono fratricidi. Nel Corano è Dio stesso che ricorda ai suoi fedeli che "se avesse voluto, avrebbe fatto di voi una sola comunità" e dunque alla prova della diversità dell'altro l'unica risposta è "gareggiare in opere buone".
Per non dover piangere altre stragi, serve dunque una conoscenza profonda e una coscienza alta della alterità di cui ciascuno è custode. Serve una intensità di dialogo che Francesco ha espresso proprio alla vigilia di queste stragi e una capacità di saper isolare una cultura sventola valori di civiltà e spiritualità a cui non crede, poi li appallottola, e li usa come esca per appiccare un incendio. Infernale, ovviamente.